La crisi europea e la “questione tedesca”

di Massimo Matteoli.

foto di European Parliament

Nei vertici internazionali di questi giorni il vero argomento in discussione, al di là delle apparenze, non è  stato la crisi finanziaria né la Grecia, ma la nuova “questione tedesca”  prepotentemente tornata alla ribalta internazionale.

Ernesto Galli Della Loggia  l’ha così efficacemente riassunta sul Corriere della Sera:

la Germania, pur destinata da oltre un secolo ad un ruolo virtualmente egemonico in Europa, sembra avere, tuttavia, una grandissima e intrinseca difficoltà ad esercitare tale ruolo poggiandolo sulla costruzione di un adeguato consenso. Le risulta assai difficile, cioè, trasformare la propria potenza economica in una dimensione di effettiva e moderna egemonia politica: in altre parole dare vita a una sfera di opinioni e di sentimenti favorevoli alla sua supremazia, e capaci quindi di prendere la forma di un consenso democratico-elettorale.[1]

Oggi questo si traduce in uno stallo pericolosissimo tra le politiche necessarie per uscire dalla crisi e le misure, manifestamente insufficienti e tardive, che l’Unione riesce ad approvare per l’opposizione di Berlino e dei suoi alleati.

A partire dal Trattato di Maastricht del 1992,  poteva sembrare che la Germania fosse finalmente riuscita ad affermare la propria egemonia politica sul continente facendo accettare all’intera Comunità Europea la propria impostazione rigorista sui conti pubblici. La crisi finanziaria di questi ultimi anni aveva fatto emergere problemi e divergenze di opinioni all’interno della Comunità ma ogni questione appariva chiusa, anche a qui con la piena conferma della linea tedesca, con il “Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria”, meglio noto come “fiscal compact”, firmato a Bruxelles lo scorso 2 marzo da tutti i Governi dell’Unione tranne quelli di Gran Bretagna e Repubblica Ceca.

La sconfitta di Sarkozy in Francia ha, invece, riaperto la discussione. Non era un mistero che il candidato socialista in campagna elettorale si fosse impegnato a rinegoziare il  “fiscal compact” con l’obiettivo di inserirvi la dimensione della crescita, ma non si erano ancora spenti i clamori della vittoria di Hollande, che da Seattle Obama lanciava un durissimo attacco alla politica economica “europea”. Sicuramente non è stato un caso che il Presidente USA abbia atteso l’elezione del nuovo Presidente francese per entrare così a “gamba tesa” nel dibattito politico del vecchio continente.

Ciò nonostante sembra la classe dirigente tedesca non abbia avvertito il profondo mutamento degli equilibri politici che  si è determinato, tanto che dalla Germania sono arrivate le solite reazioni, che vanno dalla usuale risposta stizzita alle sollecitazioni di cambiamento, ad una sorta di autoassicurazione sul fatto che Hollande, come già fece Jospin, si piegherà a più miti consigli quando dovrà passare dalle promesse della campagna elettorale al governo vero e proprio.

L’isolamento della Germania

La caduta di Sarkozy cambia, invece, l’intero quadro di riferimento, privando la Cancelliera Merkel del suo vero grande alleato politico. La vittoria del candidato socialista ha ricreato sulle questioni della “crescita” una “nuova intesa” tra Francia, USA e Gran Bretagna, uniti nella critica alle misure che Berlino impone all’economia europea. Il richiamo all’alleanza che nella guerra 14/18 sconfisse l’Impero Guglielmino è volutamente provocatorio e scaramantico, ma la “notizia” resta perché è la prima volta che la nuova Germania democratica si trova isolata su una questione così importante rispetto ai suoi principali alleati.

Isolamento che la stessa politica del “rigore a tutti i costi” non fa altro che aumentare nelle opinioni pubbliche di molti paesi europei, in primo luogo, ma anche tra gli stessi governi dell’Unione. Lo stesso Sarkozy, anche se ormai troppo tardi, aveva capito che la Merkel lo stava portando alla “catastrofe”, mentre il  governo olandese, uno dei più fedeli alleati di Berlino sulla linea dell’austerità, è paradossalmente caduto proprio sulla politica del rigore. I governi di Spagna ed Italia, solo per citarne altri due, non aspettano altro che l’occasione per ottenere un allentamento dei requisiti di bilancio che pure hanno sottoscritto solo pochi mesi fa.

Come abbiamo visto in questi giorni la pressione internazionale sulla Germania non potrà che aumentare ed il quadro che ne esce è, perciò, ancora più preoccupante, perché ai problemi economici si aggiunge la possibilità di uno scontro politico insanabile al vertice europeo. Scontro che oltre alle conseguenze istituzionali, già di per sé potenzialmente devastanti, aggraverebbe ancora di più la crisi finanziaria colpendo la stessa economia reale di tutti i paesi europei, nessuno escluso.

L’urgenza politica di un vero federalismo europeo

Per fortuna le crisi, possono anche essere occasioni uniche per un salto di qualità. L’Unione ha di fronte a sé due strade ormai ben chiare: può mantenere l’attuale struttura, zoppa ed incompleta, a cui ad una moneta unica non si accompagnano gli strumenti di una vera federazione, oppure virare decisamente verso un vero e proprio “governo comune”.

Nel primo caso non c’è bisogno di essere pessimisti per prevedere che la vicenda greca non potrà che ripetersi ed estendersi ad altri paesi, ogni volta in forma  più grave e devastante, mentre le conseguenze sull’economia USA della crisi europea potrebbero rappresentare l’elemento decisivo della sconfitta di Obama alle prossime  elezioni di novembre. Al contrario un  “governo europeo”, libero dai veti nazionali, potrebbe finalmente prendere le decisioni necessarie e – cosa altrettanto importante – nei tempi occorrenti, per superare una crisi finanziaria in cui le “aspettative” dei mercati giocano un ruolo tutt’altro che secondario. Oggi la crisi si autoalimenta: le aspettative negative producono un aumento dei tassi del debito pubblico dei paesi più deboli, questo a sua volta aggrava la crisi sociale ed economica producendo un nuovo aumento dei tassi e così di seguito in una spirale negativa sempre peggiore. Quando si parla degli equilibri di bilancio bisognerebbe calcolare anche i costi e le risorse che in questo modo vanno a finanziarie la rendita invece che lo sviluppo. Solo per dare un idea delle cifre in discussione basti pensare che per l’Italia un punto medio in meno di interessi su un debito pubblico ormai arrivato a 1.946 miliardi di Euro rappresenterebbe un risparmio pari a circa il 90% del totale dell’intero gettito (circa 21,5 miliardi) previsto per l’IMU.

Come si vede, proprio la gravità della crisi facilita scelte che non possono essere più rimandate. Perfino un euroscettico come il Primo Ministro britannico si è reso conto che una crisi dell’euro avrebbe conseguenze devastanti anche per il suo paese e per evitarle è arrivato ad invocare – un conservatore inglese! – un “governo dell’eurozona”. Neanche la Germania può pensare di poter affrontare una crisi della moneta unica senza costi. Oggi la Repubblica Federale si trova in una situazione che per un paese esportatore non può essere più favorevole poiché l’aura di “paese rifugio” le consente di pagare tassi sui propri titoli pubblici a livelli minimi, mentre l’uso dell’Euro evita i sicuri costi della rivalutazione di un nuovo “marco”. Nello stesso tempo anche i tanto deprecati “PIIGS” contribuiscono con la forza dei loro euro, sicuramente ben maggiore di quella di eventuali future “lirette”,“pesetas”, “dracme” e, perché no, anche di un “nuovo franco”, ad un export tedesco che per il 40% si dirige verso i paesi dell’area euro. Pensare di poter affrontare la crisi in ordine sparso, ogni singolo paese alla volta, senza darsi una strategia e strumenti di “governo comune”, è solo un’illusione poiché i costi politici di una crisi dell’Unione sarebbero ancora più gravi  e devastanti di quelli economici. Non si tratta quindi solo di “solidarietà” e buoni sentimenti: esiste un interesse generale di tutti i paesi europei ad individuare forme di intervento sovranazionali, capaci di superare gli egoismi nazionali e di affrontare in modo unitario la crisi economica, unendo rigore e  crescita.

Il superamento della “questione tedesca” rappresenta lo snodo decisivo di questa scelta. Per superarlo più che appelli alla “solidarietà” da parte dei paesi in difficoltà o, peggio, al risveglio dei nazionalismi particolari degli altri stati,  serve il ragionamento politico e la convinzione che nulla sia più utile all’interesse nazionale della Germania di un rafforzamento dell’integrazione europea. Allo stato attuale delle cose l’incapacità di gestire la crisi produrrebbe non solo danni economici enormi, ma con tutta probabilità una crisi devastante dell’Unione Europea, con il crearsi di un gruppo di piccoli paesi del Nord egemonizzato dalla Germania contrapposto in modi più o meno vari al resto dei paesi europei. Il pericolo che questa divisione non si fermi alla sfera monetaria ma si estenda a quella politica e ai rapporti tra gli stati è così forte che proprio l’ex Ministro degli esteri Tedesco Joschka Fischer ha scelto parole pesanti come pietre per lanciare un allarme che unisce passione e ragione:

Sarebbe una tragica ironia se la Germania unita, con mezzi pacifici e le migliori intenzioni, causasse la distruzione dell’ordine europeo una terza volta. Eppure il rischio è proprio questo.

Come si vede, per fortuna,  in Germania esistono forze sociali e politiche che hanno ben chiaro il ruolo del loro paese e l’importanza vitale dell’integrazione europea. La prima è certamente rappresentata da SPD e Verdi, che in un documento comune dello scorso dicembre, molto prima della vittoria di Hollande, hanno confermato non solo la radicale critica alla politica della Cancelliera ma la convinzione profonda che da questa crisi si possa uscire con più solidarietà europea, non con chiusura e ripiegamento. I valori europei sono, però, diffusi anche nell’attuale maggioranza di centro destra, tanto che l’attuale Ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, ricevendo ad Aquisgrana il Premio Carlomagno, ha parlato dell’urgenza «di creare ora una unione politica», trasformando la Commissione in «Esecutivo europeo», con alla propria guida «un presidente europeo eletto a suffragio diretto dall’intera Unione».

Non sarà facile, ma come si vede è possibile convincere anche i tedeschi che il loro interesse nazionale, come il nostro, sta  tutto nel rafforzamento dell’unione europea così da consentire alla Germania di esercitare il proprio peso sulla politica continentale europea in modo più democratico e, soprattutto, più utile anche per lei. Solo in questo modo si potranno superare, speriamo per sempre, sia la “questione tedesca” che future ed eventuali questioni “francesi”, “italiane” e così via, al momento sottotono, ma  che potranno sempre esplodere fino a quando non sarà completata una efficiente struttura federale di governo dell’area euro. Questa è la vera posta in gioco: l’Unione Europea rappresenta un successo politico ed economico che non ha praticamente uguali nella storia recente e dobbiamo essere consapevoli che farla collassare produrrebbe conseguenze negative, sia politiche che economiche, che colpirebbero tutti senza eccezione.

Mai come oggi, perciò, il “federalismo europeo” è una questione politica vitale e non il sogno di qualche utopista.


[1] Molto interessante anche l’articolo, di taglio più storico, di Massimo L. Salvadori su  Repubblica.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

5 Commenti

  1. Paolo Rossetti

    Il problema nel problema è che la gestione di una Europa non ancora nata è affidata a dei veri e propri “nani” per levatura intellettuale e politica, privi di qualsiasi vision e progetto. Ovvio che la egemonia del capitalismo finanziario dilaga e impone la propria politica gabellandola per il bene delle nuove generazioni (battuta che se non fosse tragica sarebbe sicuramente ridicola, visti i dati alla mano e i commenti di veri nobel della economia). Come i popoli possano togliere il potere a questa iniqua associazioni di sanguinari capitalisti e ridicoli folletti della politica, è il problema che come europei dobbiamo affrontare. Manca (vedi ridicoli tagli dei costi della politica e mancanza di fondi per i terremotati e la “necessità” di fare la paratina del 2 giugno) una visione non solo realistica ma anche etica, veramente etica, della politica come mezzo per lo sviluppo dei popoli e non per il loro sfruttamento. Marx creduto morto, se la sta ridendo grassa…

  2. giampaolo

    concordo pienamente con tutto l’articolo.
    Come si desume dall’articolo le forze politiche europee di ispirazione e tradizione socialdemocratiche sono(ancora una volta) quelle che possono traghettare l’Europa fuori dal guado o perlomeno in una situazione di “declino controllato”.
    La situazione è difficile per tutti, per l’Italia ancora di più per l’inadeguatezza storica, culturale e organizzativa delle forze politiche che compongono (nessuna esclusa) la cosidetta seconda (tragica) repubblica.Da qui discende una crisi profonda di leaderschip( palesemente inadeguate) e di visione strategica per il Paese.
    E’ questo il problema/dramma dell’Italia : nel 1992/93 si è gettato il bambino con l’acqua sporca e paghiamo ( e pagheremo molto ancora, temo) questo infame e vile errore.
    Occorre ripartire dalle tradizioni politiche che hanno fatto la storia di questo paese e ricostruire un sistema che possa guidare l’Italia in questo momento storico molto complesso.Fino ad allora non ci resta che Monti e i suoi tecnici, piaccia o non piaccia. Le alternative sono ridicole. Chi non lo vede è perchè non lo vuole vedere o perchè spera in quale posticino di sottogoverno o magari si accontenta di una notte di festeggiamenti per la vittoria del cosiddetto centro sinistra…..poi un governo Bersani, Vendola, Di Pietro magari con l’appoggio esterno di Grillo……da far tremare i polsi.
    All’Italia manca un sistema politico decente che è un pre-requisito per affrontare i problemi. Ad oggi non ci resta che fare gli spettatori, fino a che Monti guida il paese almeno con il rispetto degli altri, poi nemmeno quello.

  3. Hans

    L’articolo parla naturalmente della crisi europea e dei vantaggi che il governo tedesco sta avendo a discapito dei paesi meno forti.
    Io vivo in Germania e sono esplicitamente contro il governo nero-giallo (il governo della Merkel). Ma ho una obbiezione: il governo tedesco con Schröder ha introdotto il sistema Hartz IV con una riduzione drastica degli assegni di mantinemento. Cioé ha fatto i suoi compiti. Perché la Germania dovrebbe ora pagare per sistemi che per anni hanno sperperato? Cioé il sistema italiano? La crisi spagnola é un altro tipo di crisi.

  4. Stefano

    L’articolo condensa in uno spazio contenuto i veri temi dell’attuale fase politica europea e mondiale.
    Volevo solo fare due osservazioni: una, molto breve, ad Hans che chiede perchè la Germania dovrebbe pagare per i paesi “spendaccioni”. La risposta è perchè gli conviene. Allo stato attuale della situazione non ci sono altre strade: è possibile che si pensi che le Mercedes e Bmw si possono vendere in futuro solo in Germania e Cina? in secondo luogo, se la Germania si sente in diritto di scegliere i paesi da salvare e quelli da abbandonare a se stessi, come faranno gli altri paesi a pensare che si vada verso una Europa federale e non verso una “dittatura” sostanziale di un paese? questa sensazione aprirà la strada a fenomeni politici nazionalisti e xenofobi in parte già in atto.
    L’ultima osservazione a Massimo Matteoli: in questo momento tutti i paesi europei sembrano favorevoli a cedere sovranità all’Europa, ma appena il pericolo sarà passato siamo certi che i dirigenti poltici di ogni stato siano sempre pronti a trasferire poteri a Bruxelles e Strasburgo? E’ proprio questo il compito di una forza politica progressista ma mi sembra che siamo in altro affeccendati.

  5. Massimo Matteoli

    Ringrazio per i commenti e le osservazioni.
    Il senso dell’articolo non è “antitedesco”, anzi sono fermamente convinto che nulla sia di maggiore interesse nazionale per la Germania che salvare l’Euro.
    Nessuno chiede ai tedeschi di pagare i conti degli altri a piè di lista,, ma di unire alle necessarie misure di rigore e serietà, interventi positivi in un ottica federale che possano salvare la moneta unica.

    Non so quanti sappiano in Germania che l’attivo primario (quello al netto degli interessi sul debito pubblico) dell’Italia è maggiore di quello tedesco e che anche la disgraziata Grecia quest’anno avrà un avanzo primario.
    Il problema è che le misura fino ad oggi applicate dall’Unione fanno aumentare il costo del debito, diminuire l’avanzo dei bilanci nazionali ed alla fine aggravano il deficit invece di ridurlo..
    In questo modo la crisi si autoalimenta in una spirale perversa, che va interrotta pena lo stesso mantenimento dell’Unione..

    E’ necessario, perciò, concordare una politica comune che riduca il costo degli interessi dei debiti pubblici nazionali, permettendo così a tutti i paesi di uscire dalla crisi finanziaria.
    L’alternativa avrebbe costi, politici prima ancora che economici, così devastanti che tutti in Europa farebbero bene a considerare prima che si verifichino e non dopo.

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