di Simona Milio.
Un tema urgente e frequentemente dibattuto in Italia è quello della “fuga di cervelli” (brain drain), intesa come perdita da parte del Paese di capitale umano altamente qualificato, e della simultanea mancanza di brain circulation, cioè del flusso di cervelli da e per l’Italia con benefici importanti per il Paese. Il 16 Aprile 2012 è stato presentato a Mario Monti durante un convegno a Villa Madama un rapporto di ricerca stilato da professionisti italiani che operano all’estero, che mira a fornire un contributo decisivo alla discussione. Il documento, oltre a proporre un’analisi delle cause del brain drain e della mancanza di brain circulation, esamina gli strumenti che possono favorire la necessaria transizione da un fenomeno all’altro, offrendo proposte concrete che dovrebbero essere inserite all’interno di una vera e propria politica volta a risolvere un annoso problema che ha conseguenze immediate e di lunga gittata sul nostro Paese.
La sfida
Il maggiore problema per l’Italia è il saldo negativo tra talenti in entrata e in uscita, esacerbato dall’alta qualificazione di chi lascia il Paese rispetto a chi vi arriva.
Infatti il problema non è tanto l’uscita dei cervelli ma la mancata entrata. Secondo stime OECD (2005), USA, Canada, Germania, Australia e Regno Unito sono i Paesi che attirano più cervelli; tuttavia, mentre negli USA per ogni emigrato entrano circa 20 immigrati qualificati, nel Regno Unito questo rapporto è quasi di parità. Mentre in Italia per ogni cervello che entra ne escono circa 2. Ancor più preoccupante è la qualità del capitale attratto. Infatti, se ogni Paese esporta determinate competenze ma ne importa altre, in qualche modo lo scambio è paritario (come accade in UK). Infatti, nell’area OECD, l’80% degli studenti esteri si concentra in 5 Paesi: USA (34%), Regno Unito (16%), Germania (13%), Francia (11%) e Australia (8%). Queste cifre ci dicono chiaramente che gli investimenti fatti dal governo britannico, malgrado non abbiano potuto limitare l’esodo dei cervelli, hanno peraltro assicurato un ricambio ed una vera e propria intensa circolazione di cervelli. Mentre in Italia, il 54% delle persone che arrivano ha un istruzione primaria, laddove solo il 12% ha un ostruzione terziaria.
Le politiche adottate
Le politiche fino ad oggi intraprese dal governo italiano, nonché dal settore privato, al fine di invertire i flussi in uscita o di attrarre verso l’Italia soggetti altamente qualificati sono inadeguate. Il limite principale di queste politiche è stato quello di aver preso la forma di iniziative di basso profilo e spesso non coordinate. Un deciso intervento politico per la gestione dei flussi ed un approccio interdisciplinare per approfondire il fenomeno e agire in modo efficace sono dunque fondamentali. Esistono in pratica varie misure che possono essere intraprese per limitare il brain drain e favorire, invece, la circolazione dei cervelli. Alcune di queste, utilizzate anche da alcuni Paesi più avanzati nel promuovere la circolazione dei cervelli, includono 1. Politiche di ritorno (Return): questo insieme di politiche è volto ad adottare accorgimenti per far rientrare i cervelli fuggiti all’estero. 2. Politiche di restrizione (Restriction): si tratta di misure che riguardano l’impiego di barriere alla migrazione, adottate soprattutto dai Paesi di destinazione per controllare l’ingresso degli immigrati. 3. Politiche di reclutamento (Recruitment): si tratta dell’insieme di politiche volte ad attirare competenze, principalmente con due motivazioni. 4. Politiche di riparazione (compensazione) della perdita (Reparation): si tratta di un insieme di politiche volte a compensare la perdita subita dai Paesi di origine. 5. Politiche di sfruttamento delle risorse degli espatriati (Resourcing): si tratta delle politiche associate a un fondamentale cambiamento di ottica nella gestione delle migrazioni qualificate. In questo tipo di politiche il brain drain non viene più letto come un fenomeno necessariamente negativo, ma come un insieme di potenzialità che possono essere sfruttate. 6. Politiche di ritenzione (Retention): si tratta di un insieme di politiche volte a potenziare determinati settori in modo da contrastare le perdite o incrementare la produttività nonostante le “fughe”.
La proposta
Per invertire il fenomeno negativo di cui l’Italia sta soffrendo e favorire la brain circulation nel nostro Paese è necessario intraprendere una decisa politica di alto profilo e azioni mirate e ben coordinate. Si propone di istituire una task force strettamente collegata al governo italiano con il compito di preparare una roadmap con proposte concrete che devono essere quantificate dal punto di vista dei costi e del rapporto costo-efficacia, e che possano essere attuate il più presto possibile, già a partire dal 2012. In particolare, il rapporto suggerisce azioni che potrebbero da subito favorire l’attrazione di cervelli stranieri ed incentivare il ritorno di cervelli italiani. Riforma dell’università, investimenti mirati per la ricerca scientifica e una collaborazione più concreta tra settore pubblico e privato sono i presupposti per una crescita economica che leghi l’università, con il supporto delle istituzioni pubbliche, al tessuto produttivo e sociale del territorio, costituito da enti pubblici e soprattutto privati. Le proposte concrete sono dirette a due livelli: (i) istituzioni governative; (ii) università e altri centri di ricerca.
Al livello delle istituzioni, 5 sono le aree di azione principale:
- investimento nella ricerca pari a quello delle altre potenze economiche;
- scelte politiche precise, tra quelle elencate sopra, che favoriscano la brain circulation;
- adozione di modelli atti a favorire lo studio e la specializzazione all’estero e il successivo rientro;
- creazione di partnership pubblico-private per colmare il gap tra domanda e offerta di lavoro;
- facilitazione delle procedure per i visti di ingresso di ricercatori e talenti stranieri (a causa delle lungaggini burocratiche legate all’immigrazione, producono un adverse selection effect, per cui la migrazione buona, cioè quella istruita e con maggiore possibilità di scelta, si dirige verso altri Paesi).
Al livello delle università e degli altri centri di ricerca pubblici e privati, il lavoro da farsi è intenso e dovrebbe rientrare nell’ambito di una seria riforma universitaria. È necessario rendere le nostre università e altri centri di ricerca attraenti, internazionali e accessibili agli studenti ed ai ricercatori stranieri in modo da favorire il pareggio di bilancio fra soggetti qualificati in entrata e in uscita. Questo ovviamente significa rendere il sistema universitario più aperto e meritocratico e si riflette nella necessità di una riforma seria e lungimirante. Si tratta di almeno 9 linee d’azione principale:
- Ristrutturazione dei concorsi universitari: La creazione di concorsi a livello della singola università con la possibilità di assumere secondo necessità invece d aspettare concorsi su base nazionale; la pubblicazione dei bandi di concorso, in lingua inglese, su riviste internazionali; la presenza nelle commissioni di membri internazionali; l’adozione di criteri oggettivi per quantificare la produttività scientifica dei candidati (H-factor, indici bibliometrici, ecc.).
- Istituzione di dottorati di ricerca secondo criteri moderni e competitivi, che prevedano commissioni esaminatrici composte da esperti nazionali e internazionali e l’ introduzione di criteri minimi di pubblicazione per conseguire il dottorato;
- Delocalizzazione all’estero dei periodi di formazione universitaria e post-universitaria;
- Istituzione di centri accademici di eccellenza (deciso potenziamento di 3 poli d’eccellenza accademica italiani) che diventino veri e propri campus);
- Riorganizzazione dei finanziamenti alla ricerca abbandonando i finanziamenti a pioggia. I finanziamenti dovrebbero essere invece distribuiti secondo il metodo dei peer-reviewed proposals con bandi a cadenza regolare. Le commissioni giudicatrici di tali proposals devono avvalersi di esperti internazionali senza legami con le istituzioni di ricerca proponenti. Report di medio termine e finali devono essere richiesti e costituire un elemento fondamentale per l’ottenimento di successivi finanziamenti;
- Corsi universitari in lingua inglese e internazionalizzazione dei curricula (Una delle barriere più grandi per chi vorrebbe studiare in Italia è la bassissima percentuale di corsi di laurea che prevedono lezioni in lingua inglese);
- Ottimizzazione delle retribuzioni salariali;
- Pensionamento obbligatorio a 65 anni per tutte le attività manageriali dei docenti universitari al fine di favorire il ricambio; ed una quota massima, in linea con gli altri paesi OCSE, per professori emeriti che continuerebbero a svolgere attività accademiche dopo i 65 anni.
- Istituzione di programmi di scambio.
In conclusione, per creare un’inversione di tendenza e gettare i semi di un cambiamento sistemico dal fenomeno di brain drain a quello di brain circulation, sono necessarie la volontà e gli investimenti di istituzioni, società civile e operatori economici. Le proposte di cui sopra hanno in comune 5 parole chiave: semplificazione normativa, autonomia, internazionalizzazione dei curricula, creazione di centri di eccellenza, meritocrazia.
Questo articolo si basa sul rapporto Aspen “Brain Drain, Brain Exchange e Brain Circulation – Il Caso Italiano nel Contesto Globale”.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




