di Cristiana Alicata.
Il 22 giugno del 1946, dopo solo poco più di un anno dalla liberazione dal nazifascismo, l’allora ministro Togliatti promulgò la cosiddetta “amnistia Togliatti”. Lui, laureato in legge, la scrisse di suo pugno senza consultarsi con il resto del partito, inseguendo – secondo alcuni storici – il progetto di rendere il PCI un partito meno rivoluzionario e più inserito nel contesto istituzionale italiano, un contesto sociale, quello del potere diffuso, dell’imprenditoria, della classe media, che era stato fascista per venti anni e andava in qualche modo rassicurato sul fatto che il comunismo italiano avesse radici diverse da quello sovietico o da quello più vicino, quello jugoslavo.
Mentre in Germania si celebravano Norimberga e altri processi secondari che decapitarono il potere nazista e spezzarono i legami tra il vecchio potere e ciò che in Germania si ricostruiva con fatica, in Italia non solo venne varata l’amnistia, ma non venne sancito il divieto di accedere alle cariche pubbliche, tant’è che circa 2/3 dei primi parlamentari del MSI erano parlamentari amnistiati. Il testo era così “interpretabile” che vennero amnistiati persino coloro che avevano torturato gli antifascisti strizzando loro i genitali con la scusa che la tortura (la stretta) era durata poco.
Lo Stato fascista cambiò volto e si innestò nella giovane democrazia, senza quasi discontinuità. La magistratura, che decideva come applicare i criteri dell’amnistia, era stata componente stessa del regime precedente e, ad onor del vero, in molti sostengono che durante il periodo fascista fu la stessa magistratura ad arginare gli effetti di una eventuale epurazione degli oppositori alla dittatura, conservando autonomia giuridica dal potere politico. Insomma un Paese dove nulla si distrugge perché tutto viene perdonato. Un Paese dove tutto viene dimenticato perché la memoria si tiene insieme soltanto attraverso l’esercizio della separazione del giusto o dell’ingiusto.
Ho pensato di fare questa riflessione nel giorno delle strane – stranissime – bombe di Brindisi (un pazzo? la mafia? gli anarchici? lo Stato deviato?) e dopo avere letto un pezzo su La Stampa su come la Francia tratta i suoi brigatisti: niente sconti di pena, impedimento alle cariche pubbliche e persino di parlare in pubblico dei propri reati, di scriverne, tanto meno di intervenire in televisione sul tema. Sono mesi che voglio farla, da quando ho visto Berlino, cuore d’Europa, inondare la città di luoghi della colpa. Se non si ammettono le colpe non si può perdonare. Se non si perdona non si ricorda. In Italia non è mai colpa di nessuno, quindi non si perdona mai e quindi si dimentica tutto. E quindi le cose non cambiano mai di molto. Questo atteggiamento gattopardesco pervade ogni singola particella del DNA nazionale e, per esempio, dimostra la totale italianità della famiglia Bossi, inciampata nei peggiori cliché solitamente imputati alla gente meridionale: familismo, corruzione, vittimismo, nepotismo. In Italia non siamo mai stati davvero fascisti, si dice. La verità è che noi siamo stati fascisti e ce lo siamo dimenticati perché ci siamo dimenticati di prenderci la colpa, elaborarla e quindi perdonarci, punendo i colpevoli affinché la storia insegnasse che gli errori si pagano. Il perdono civile non ha nulla a che fare con quello pietoso della religione. Il perdono civile deve essere figlio di un’elaborazione collettiva, non riguarda il singolo nel confessionale, non può esistere assoluzione del singolo per lo Stato.
L’antifascismo in Italia si è trasformato in un esercizio della commemorazione dai facili bersagli. In risse gruppettare in cui sono i simboli a tenere separati i contendenti. In mezzo, nessuno combatte quel fascismo che si è integrato alla perfezione nel sistema. In giacca e cravatta, preferibilmente crocifisso e testa china davanti ai morti della Resistenza. Basta non dirsi fascisti in questo Paese per non esserlo.
Quanto ha pesato sugli anni di piombo questa mancanza di elaborazione del fascismo? E quanto pesa, oggi, la mancanza di elaborazione degli anni di piombo per cui sembra che gli unici colpevoli di quegli anni sono solo coloro i quali hanno messo le bombe delle stragi di destra o di stato o hanno sparato armati dalla rivoluzione o dallo stato deviato?
Ci stupiamo che ieri, a Brindisi, Chiesa e istituzioni siano state fischiate. A Roma in piazza del Pantheon mi dicono che ai partiti e alla politica non è stato consentito di intervenire sul palco organizzato in fretta e furia per la strage di Brindisi. Nemmeno Nicola Zingaretti, probabile prossimo votatissimo sindaco, è salito sul palco.
Ecco come mai in Italia non cambia mai nulla. Perché non si definiscono mai dei confini. Si commemora solamente, tutti insieme, come se la memoria fosse un feticcio celebrativo e come se la rabbia che chiede giustizia, che individua i colpevoli, fosse una cosa poco per bene, una mancanza di rispetto.
Forse è venuto il momento, per questo Paese, di guardarsi allo specchio e vedersi con meno magnanimità e quindi, conseguentemente, con meno rassegnazione. È venuto il momento di ricostruire una coscienza civile che non può che passare per la colpa, anche quella di un’intera generazione al potere, ovunque, che non se ne va e si sta assumendo il rischio gravissimo – con la scusa di avere l’esperienza di affrontare momenti difficili – di far precipitare il Paese nell’ennesimo periodo di tensione sociale, con l’aggravante di una crisi economica che, più che ricordare gli anni settanta, ricorda gli anni dell’avvento del fascismo.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





“Mentre in Germania si celebravano Norimberga e altri processi secondari che decapitarono il potere nazista e spezzarono i legami tra il vecchio potere e ciò che in Germania si ricostruiva con fatica”
Ecco, questa è una grandissima leggenda metropolitana che, dopo centinaia di studi storici che dimostrano il contrario, continua a sopravvivere imperterrita al tempo e alla logica.
Il processo di Norimberga è un fatto reale.
Gli alti papaveri impiccati o condannati anche.
Lo spezzare i legami col vecchio potere non è mai esistito.
Ancora negli anni ’60 in Germania la burocrazia era guidata e permeata dai vecchi funzionari – anche alti funzionari – reduci dal regime hitleriano.
E non erano funzionari che avevano nascosto o falsificato il proprio passato. Non ne parlavano spontaneamente, non lo mettevano in piazza, ma stava nei curricula e nei documenti. Curricula e documenti noti e non nascosti.
Saluti,
Mauro.
Attenzione. Non era possibile eliminare tutti coloro i quali avevano avuto connessione con la Germania nazista. Avrebbe significato azzerare quasi tutto il popolo tedesco.
Dimmi piuttosto quanti ex nazisti hanno avuto ruoli di rilievo e di potere. Questo è il fatto. Da noi il MSI entrò in parlamento e i 2/3 erano ex fascisti. Ma non fascisti panettieri. Erano stati parlamentari. Se tu parli con qualsiasi tedesco chiunque ha avuto un parente nazista, se non tutta la famiglia. Per non parlare di chi li ha avuti nelle SS. Ecco in Italia questo “racconto” collettivo di legami e quindi colpe ma anche perdono non esiste. Non credi? Io che sono nipote di Mario Alicata me ne accorgo visto che uno dei fratelli era un fascista convinto. Ma di noi si parla sempre come una famiglia di partigiani, nessuno ricorda che un fratello di Mario (nonno del mio amato cugino) era fascista o che l’altro fratello era capitano di un sommergibile tutt’ora disperso. Non volevo tirare la storia per la giacchetta ma far risaltare l’approccio diverso alla colpa che hanno i tedeschi, su cui ho scritto anche qui: http://wordwrite.wordpress.com/2011/11/10/berlino/
Tanto per capirci in Italia nel 1946 (e non negli 60, quindi a ferita ancora aperto) succedeva questo:
http://it.wikipedia.org/wiki/Denazificazione
Concordo. Con un solo appunto: a mio modesto avviso in Germania una autentica elaborazione della colpa è partita solo dopo il 1989 (cosa che tutto sommato mi pare comprensibile). Però è vero che è stata pervasiva ed efficace, e che rappresenta un caso unico nelle vicende umane.