di Filippo Zuliani e Alan Marazzi.

Foto: Cristina Kirchner (M24 digital)
Pochi giorni fa, la Presidentessa dell’Argentina Cristina Kirchner ha nazionalizzato la compagnia petrolifera YPF, che possiede il monopolio dell’estrazione di idrocarburi nel paese.
Yacimientos Petrolíferos Fiscales (YPF) è una delle più grandi aziende d’Argentina. Fondata nel 1922 da Enrique Mosconi per gestire il business del petrolio sul territorio nazionale, la compagnia fu talmente malgestita sotto la dittatura militare del 1976-1983 che nel 1989 il congresso ne votò la privatizzazione, anche per volontà di Néstor e Cristina Kirchner, la seconda oggi Presidentessa. Tra il 1991 e il 1993, sotto il governo di Carlos Menem, circa l’80 % di YPF fu venduta a Repsol per 13 miliardi di dollari. Nel 1999 lo stato argentino vendette il resto. Tuttavia, per convincere gli investitori privati a entrare nell’affare, Néstor Kirchner negoziò dividendi molto generosi. In pratica, Kirchner seppe convincere gli investitori solamente dietro garanzia che gli investimenti sarebbero stati ripagati in breve tempo, tramite cospicui dividendi appunto.
La privatizzazione di YPF si inserì nel più ampio contesto delle privatizzazioni realizzate in Argentina a cavallo degli anni ‘90 e ‘2000. Allora il paese era sull’orlo del default, e le compagnie occidentali approfittarono della debolezza argentina per spuntare condizioni molto favorevoli nell’acquisto di importanti risorse (prezzi bassisimi e contratti assai poco vincolanti). In pratica, con squisita ironia del destino, YPF fu praticamente un regalo alla Spagna. L’Argentina andò comunque in default. L’incubo della miseria durò un anno, dalla fine 2001 a tutto il 2002. Molte imprese chiusero o fallirono, l’inflazione accumulata per la svalutazione del pesos era pari all’80 % e i salari, per chi ne aveva ancora, restavano invece fermi ai livelli pre-crisi. Fu in quel momento che il paese venne salvato dalla nuova economia mondiale. La crescita di Cina e India ebbe infatti l’effetto di triplicare il prezzo della soia sui mercati internazionali e determinò un grande afflusso di valuta estera. La grande ripresa economica dei paesi dell’OCSE determinò anche forti aumenti delle materie prime, del petrolio e dei cereali, dando ulteriore spinta alla ripresa economica nazionale.
Cos’è successo con YPF, allora? Molto semplicemente, a distanza di anni, il quadro di riferimento dell’Argentina è molto cambiato: inflazione al 23 %, fuga di capitali argentini in Florida, crescita in calo, produzione di idrocarburi in netto crollo e importazioni che aumentano più velocemente delle esportazioni. Non va inoltre dimenticato che l’Argentina è ancora in default con il Club di Parigi dei creditori sovrani e l’ICSID della Banca Mondiale ha stabilito che il paese deve ancora molti soldi a compagnie estere. Più in specifico, per quel che riguarda YPF, il problema è che la produzione nazionale di petrolio è calata del 15 % negli ultimi 13 anni. Al contrario, il consumo interno è salito e l’esportazione netta si è corrispettivamente quasi azzerata, come si vede dal grafico sotto tratto da Energy Export Database.

Questo è il quadro di riferimento al momento della decisione di nazionalizzare di YPF. Secondo la presidentessa Kirchner, la causa del declino della produzione interna di petrolio discende dai lauti dividendi di cui sopra, in cui se ne va il 90 % dei guadagni di YPF, pappandosi buona parte degli investimenti in esplorazione e produzione. Repsol, ovviamente, ha respinto le accuse, sottolineando come YPF abbia investito molto più di qualsiasi altra compagnia in loco in esplorazione – solo nel 2011 YPF ha infatti investito 3 miliardi di dollari e 20 sono i miliardi investiti negli ultimi 13 anni – e che il declino della produzione è comune alla maggior parte delle imprese operanti in Argentina. La compagnia spagnola, inoltre, ha dovuto fare i conti con un mix di prezzi controllati e tasse sulle esportazioni che hanno mantenuto il prezzo dei carburanti molto più basso che nei paesi limitrofi. Questo trend dei prezzi è facilmente visibile da questa cartina che indica il prezzo in centesimi di dollaro al litro.

In ogni caso, la Presidentessa Cristina Kirchner nazionalizza YPF, con una brusca inversione rispetto alla decisione presa col marito anni fa. Roba dar far concorrenza alle politiche venezuelane di Chavez, della Bolivia e di buona parte del Sud America. Tuttavia, anche se condannata da molti nella comunità internazionale, la decisione di espropriare YPF si è dimostrata una buona mossa per la politica interna argentina, in pieno populismo. Nel nazionalizzare YPF, la Presidentessa Kirchner e il suo governo hanno infatti sostenuto che la decisione era necessaria per garantire all’Argentina la “sovranità energetica”. Tuttavia la mossa gioca pesantemente sul risentimento popolare nei confronti del libero mercato, accusato di essere la causa delle difficoltà economiche del paese – con le solite accuse alle multinazionali cattive -, distraendo così l’attenzione dal rapido aumento dell’inflazione nel paese, dalla fuga di capitali e dal declino della popolarità della Presidentessa Kirchner stessa negli ultimi tempi.
Cosa succederà ora è facilmente immaginabile. Ieri la Presidentessa ha inviato un disegno di legge al legislatore con cui, in pratica, l’Argentina prende subito il controllo gestionale sulla società. Ci sarà un periodo di tempo per la negoziazione del risarcimento, durante i quali Repsol chiederà molti miliardi di dollari – il valore di mercato di YPF era di 10 miliardi di dollari e l’impresa fino a poche settimane fa stava per essere venduta ai cinesi della Sinopec per 15 miliardi – ma l’Argentina offrirà molto meno. Possiamo tranquillamente prevedere che Repsol non verrà mai ripagata decentemente. Il caso di ExxonMobil, che pochi mesi fa, dopo arbitraggio internazionale, ricevette solamente 900 milioni di dollari per gli asset in Venezuela nazionalizzati dal Presidente Hugo Chavez – circa il 10 % del loro valore reale – fa scuola. È probabile che l’Argentina chiederà anche uno scaglionamento nel tempo dei pagamenti, ed è anche prevedibile che sulla nazionalizzazione verrà montato uno spettacolo nazional-populistico al limite della farsa a vantaggio della politica interna. Per la decisione finale in sede giudiziaria internazionale saranno necessari almeno quattro anni, forse di più. Il che rimanderà il pagamento almeno fino al 2016, o probabilmente più a lungo. Certo, alla fine l’Argentina dovrà pagare, ma in ogni caso non sarà un problema per Cristina Kirchner, che resta in carica solo fino al 2016.
Tuttavia, almeno nel breve periodo, il populismo di Cristina Kirchner sembra dare i suoi frutti: non solo l’opinione pubblica argentina è quasi totalmente a favore della nazionalizzazione, ma anche i membri dei partiti di opposizione hanno dato il loro pieno appoggio. Perfino l’ex presidente Carlos Menem, che in passato aveva personalmente curato la privatizzazione di YPF, ha dato il suo appoggio, sostenendo che i tempi sono cambiati. Il populismo della mossa di Cristina Kirchner è evidente dall’annuncio che il vuoto lasciato (lorononostante) dagli spagnoli di Repsol verrebbe colmato dai brasiliani di Petrobras, pronti a investire 500 milioni di dollari per lo sfruttamento delle riserve petrolifere argentine, con buona pace delle accuse alle multinazionali cattive e al diabolico mercato. Chi si aspettava che l’Argentina avrebbe faticato a trovare investitori stranieri si sbaglia: le riserve argentine fanno gola a molti, specie in tempo di rarefazione delle risorse naturali.
Va da sé che in uno stato di diritto l’espropriazione è opzione prevista dalla Costituzione. Essa però si regge su legalità, pubblica utilità e compensazione ragionevole. Senza compensazione ragionevole – ed è probabile che la compensazione finale non coprirà un decimo del valore di mercato – la nazionalizzazione di YPF si chiama invece semplicemente furto, e i suoi ideatori non dovrebbero certo meritarsi appellativi quali “cervelli” o “strateghi” o “economisti”, ma ben altro. Sarebbe auspicabile che l’Europa non lasciasse la Spagna da sola di fronte a questa ingiustizia. Vedremo se ancora una volta l’Europa è fatta di ricotta o saprà farsi rispettare. Noi ci auguriamo la seconda.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




W Cristina Kirchner. Ce ne fossero. W la statalizzazione e comunque, meglio una collaborazione virtuosa tra i paesi del neosocialismo sudamericano.
W Cristina, sono con lei.
Caro Grillo tu insieme alla Casalegio & Associati che ti sostiene e Filippo Zuliani che ha scritto l’articolo, siete semplicemente un gruppo di persone serve dell’Elite mondiale (dei banchieri, petrolieri, del governo ombra mondiale e del NWO) che tra un articolo messo li come contentino per far piacere agli arrabbiati anticospirazionisti come me, ce ne infila sempre qualcun altro invece in piena armonia con l’Elite globale dei banchieri, petrolieri e governo ombra mondiale.
Se questo articolo non verra’ censurato (cosa che non penso visto che in passato ho visto centinaia di articoli miei o di miei amici censurati perche’ non in accordo col pensiero globalista) consiglio a tutti vivamente di votare i democratici diretti che sono gli unici ad avere contemporaneamente come due scopi fondamentali l’abbolizione del signoraggio bancario e l’istituzione di una vera democrazia diretta. Consiglio a tutti anche di informarsi megli su siti meno di parte come ad es. stampalibera.com
Gerardo, come momento di ilarita’ non era male.
In italia vanno espropriate: la dorsale telecom, l’acquedotto (che dovrebbe esserlo come da referendum), la ferrovia, l’autostrada, l’enel, l’acos e qualunque altra aizenda che gestisca infrastrutture e beni che sono primari per il cittadino o necessari per recarsi a lavoro….con la differenza che oltre a non pagare i pezzenti che le gestiscono si deve chiedere un rimborso per tutti i soldi che hanno rubato avendole comprate in amicizia a prezzi irrisori tutte queste aziendine…….così lo stato si troverebbe svariate centinaia di milioni di euro in tasca extra ogni anno non dovendo pagare gli stipendi agli amministratori delegati……però anche lo stato dovrebbe cambiare, altrimenti si cambierebbero solo le tasche da riempire purtroppo….
@Steven Ponta: Tipo Trenitalia? Bella prospettiva…E comunque le autostrade sono ANAS, mi pare che l’unico socio sia il ministero dell’economia.
Io non ho ancora capito perchè si usa così spesso il ‘jolly’ del ‘populismo per nascondere problemi’.
Ma guardate che il consenso popolare di Cristina e’ al massimo storico a prescindere dalla nazionalizzazione dell’YPF. E’ stata non da molto rieletta col 54% dei voti, niente lascia pensare che questa faccenda sia fumo negli occhi. Nè ci sono segni evidenti di crisi economica, anzi i numeri parlando i una economia argentina da anni florida, con problemi vari, ma niente a che vedere con la crisi di 10 anni fa.
Si tratta semplicemente di una mossa politica ed economica fortissima, che a occhi europei verrà mal vista, tanto che qui stesso si parla di appoggiare la Spagna! Ma se la Repsol di spagnolo ha ben poco. I furti sono altre cose, quelli che noi europei abbiamo fatto per secoli in America Latina. E Cristina Fernandez de Kirchner ha detto STOP. So che e’ difficile da accettare, ma America Latina nno e’ piu’ terra di conquista.
Se è vero che l’Argentina non ha problemi economici, allora perchè la nazionalizzazione? E’ corretto dire che le magagne economiche sono ben nascoste negli indicatori macroeconomici dal corrente costo dell’energia, che se dovesse crollare si porterebbe dietro mezza america latina. Ovviamente se nel frattempo gli stati si organizzeranno e consolideranno il proprio settore produttivo, che deve essere gioco forza (mi dispiace per voi, ma è così) privato, allora un ulteriore default sarebbe evitato.
Faccio notare che l’Argentina è ancora formalmente in default, rileggetevi il quarto paragrafo, e che se non fosse per gli idrocarburi disponibili sarebbe già incappata in sanzioni varie, che forse arriveranno comunque se non ci sarà un indennizzo serio.
Nel frattempo, anche la Bolivia segue l’esempio e nazionalizza la rete elettrica, anche questa precedentemente controllata da un’impresa spagnola http://economia.elpais.com/economia/2012/05/01/actualidad/1335887717_799794.html
qui il caso è un po’ diverso perché si tratta di una rete, anche se si tratta della ventesima nazionalizzazione da quando Evo Morales è al potere. Ma probabilmente è più giustificabile e comprensibile, anche se rimangono evidenti i motivi di ricerca di consenso politico su cui fa leva Evo (nell’articolo de El Pais ci sono maggiori dettagli).
Certo è che la nazionalizzazione della rete dovrebbe essere accompagnata da un piano di investimenti cospicuo, in un paese che soffre di gravi carenze di somministrazione di energia (cui neppure la precendete proprietaria, Red Electrica de Espana, aveva saputo far fronte, visto lo scarso interesse ad investire in Bolivia), ma così non mi pare che sia.
Primo, Cristina Fernández non ha mai detto di essere contro i capitali privati e – o stranieri, al contrario. Il giorno stesso della nazionalizzazione (o il giorno dopo) si è affrettata a chiarire che la (parziale) nazionalizzazione di YPF non vuole disincentivare gli investimenti privati (diverso sarà poi vedere se effettivamente gli investitori non si ritireranno oppure sì dall’Argentina).
Secondo, la nazionalizzazione di YPF non è totale. Si espropria solo la parte della compagnia appartenente a Repsol. Non si toccano il resto dei capitali.
Terzo, comparare Venezuela, Bolivia, e Argentina non serve a nulla. Sono paesi dove nonostante le apparenti somiglianze i processi politici in atto sono diversi, ancor di piè se parliamo di hidrocarburi.
È un dato oggettivo il populismo di Cristina Fernández e i problemi economico – produttivi irrisolti, però è anche un dato oggettivo che il governo attuale è il migliore governo che l’Argentina abbia visto negli ultimi quarant’anni; molto meglio del liberista (non meno populista) governo menemista degli anni novanta e che tanto piaceva all’occidente e a portato l’Argentina al bordo del precipizio (e ce l’ha gettato) con il beneplacito dell’FMI e il resto delle instituzioni internazionali.
Scusa, 51% parziale? Ormai le aziende si controllano con il 30% e un esproprio del 51% tu me lo chiami parziale? Inoltre dire che è il miglior governo degli ultimi 40 anni è come dire che Monti è meglio di Berlusconi, grazie, ti piace vincere facile.
@Davide
primo, Cristina e’ certamente a favore dei capitali privati stranieri nel paese. Pensa che se ne e’ appena preso uno, gratis.
secondo, Repsol aveva il 57% di YPF. Ergo, con quello share sei di fatto il proprietario.
terzo, forse il paragone non serve a nulla, come dici te. Forse si’. Io dico la seconda. Buffo che proprio oggi Evo Morales in Bolivia abbia nazionalizzato TDE adducendo le stesse motivazioni di Cristina Kircher e senza scucire un soldo.
Poi, che Cristiana Kirchner sia il governo migliore per l’Argentina lo dira’ la storia. Capisco che la furia iconoclasta contro la multinazionali cattive possa ottenebrare i nostalgici noglobal, ma se la Presidentessa Kirchner davvero riteneva davvero YPF un asset insostituibile per il paese, poteva semplicemente nazionalizzare l’azienda pagandone il valore reale a Repsol, come in tutti gli stati di diritto. Sempre che non si sia contrari anche a quello.
Filippo, però Davide su un punto ha sicuramente ragione. La storia dei governi Menem con il terrificante ministro dell’economia Cavallo che impose il cambio uno a uno dollaro-peso e tutte le nefaste conseguenze di liberalizzazioni e privatizzazioni pro capitali stranieri si studia ormai nei corsi di economia come esempio di follia economica.
Poi che l’Argentina sia uno strano posto dove sotto il cappello del peronismo ci sia tutto e il contrario di tutto, questa è un’altra storia. E concordo che qualsiasi tendenza nazionalista “a priori”, dovunque e comunque avvenga, non può che peggiorare il mondo.
Ci tengo a chiarire alcune cose. Non sono ne peronista e non voterei (se ne avessi l’opportunità) il governo di Cristina, anzi sono molto critico su molti aspetti della politica kirshnerista e più nello specifico, su come si è portata avanti la nazionalizzazione di YPF.
Replicando ad alcune risposte:
- indicavo che lo stato controllera il 51 % non per dire che non potrà controllare la società, bensì per segnalare come in realtà non sia contro i capitali privati (molti di questi argentini). Proprio questo è un punto dal mio punto di vista criticabile e poco coerente con la politica di nazionalizzazione.
- che ci siano delle contraddizioni giganti con la politica kirschnerista e la politica peronista degli ultimi anni è vero, sono d’accordissimo. Mi riferisco al fatto che la privatizzazione di YPF è stata fatta da un governo peronista e che negli anni successivi nemmeno Nestor ha fatto molto per invertire la tendenza. Che adesso Cristina rivendichi la importanza di YPF è un po’ strano, certamente. Per questo (e altri motivi) non potrei dirmi kirschnerista. Ciò non toglie che giudico assolutamente legittimo che uno stato nazionalizzi il petrolio, soprattutto se in una situazione come quella argentina.
- L’argomento giuridico e del pagamento a Repsol. Effettivamente è criticabile il fatto che probabilmente si si ripagherà il valore reale. Però la stessa critica si può applicare ed estendersi alle privatizzazioni degli anni novanta quando tutto il patrimonio pubblico (compreso quello petrolero) è stato svenduto e regalato. In questo contesto probabilmente si giudica la espropiazione di YPF in un ottica diversa.
Che piaccia o no le multinazionali in America Latina hanno fatto danni enormi, e apportato benefici spesso scarsissimi e questo si può affermare senza essere no global.
- La nazionalizzazione della distributrice elettrica spagnola verrà comprata dal governo per il suo valore reale, non è vero che il governo boliviano non scucirà un soldo, mi spiace.
@Davide
la stessa critica si può applicare ed estendersi alle privatizzazioni degli anni novanta
Se cominciamo a cercare colpe pregresse non ne usciamo piu’, e facciamo come Berlusconi che dava la colpa ai governi di Sinistra risalendo a magagne del tempo di Garibaldi. Semplicemente, se si gioca a brigante e brigante e mezzo poi almeno non si pretenda di aver compiuto un atto legittimo.
La nazionalizzazione della distributrice elettrica spagnola verrà comprata dal governo per il suo valore reale
Mi fa piacere tu abbia tanta fiducia in Morales. Peccato che due anni fa nazionalizzo’ altre quattro società enegertiche (mandando loro l’esercito). Una di queste era l’inglese Rurelec. Rurelec sta ancora tentando di ottenere un risarcimento per gli asset boliviani dal tribunale internazionale di L’Aia, per un valore di circa 90 milioni di sterline (di cui ovviamente non hanno visto un soldo). Personalmente assumo che, al netto degli spernacchi boliviani, di quei milioni gli inglesi non rivedranno un penny.
@Corrado
questo articolo parla del governo di Cristina Kirchner. Che c’entra Menem adesso?
@Filippo Zuliani
Cito
“[...]Capisco che la furia iconoclasta contro la multinazionali cattive possa ottenebrare i nostalgici noglobal [...]”
Ma ragionar per luoghi comuni che senso ha nel 2012?
Uno se ha una visione diversa per forza ha la mente ottenebrata da nostalgie noglobal? Io credo che la crisi economica occidentale (ha presente?) potrebbe per lo meno farci venire dei dubbi e invece di dividere il mondo in cattivoni noglobal e cattivoni amici delle mutlinazionali (cattivonissime), si potrebbe parlare seriamente di quel che succede davvero nel mondo, senza dogmi economici e politici.