di Diego Valiante.
Il cambio di guardia all’Eliseo e la crisi olandese di queste settimane hanno riaperto il dibattito (semmai fosse stato chiuso) sull’instabilità politica nell’area euro. I cambi di governo e l’avanzata di partiti estremisti si affiancano alla già fragile situazione economico-finanziaria di questi mesi, mentre i mercati ci ricordano inesorabilmente lo stretto legame tra instabilità politica ed economica. Le ragioni dell’instabilità economico-finanziaria sono ben note, anche ai non addetti ai lavori. La crisi internazionale ha ridotto drasticamente la domanda, facendo emergere il gap di competitività tra stati membri nella loro capacità di attrarre capitali per compensare la riduzione della domanda interna. Non avendo, in effetti, entrate fiscali a sufficienza e non potendo fare leva sulla svalutazione monetaria, queste differenze si possono solo colmare, da un lato, con i trasferimenti dalle nazioni più competitive (diretti o indiretti, tramite garanzie su emissioni obbligazionarie comuni) e, dall’altro, con aggiustamenti reali per far crescere produttività e incrementare le entrate fiscali, ad esempio riforma del lavoro e delle pensioni.
Per quanto riguarda l’instabilità politica, il ricambio dei governi nazionali, indirettamente, con la crisi politica interna in Italia e Olanda, o direttamente, tramite un’accesa campagna elettorale (come sta avvenendo in questi giorni in Francia e Grecia, nonché di recente in Irlanda, Portogallo e Spagna) è destinato a continuare, in particolare se il fronte politico ‘anti-austerità’, rappresentato da Hollande, continua a raccogliere consensi in altri paesi dell’area euro. Il legame tra problemi economici ed instabilità politica è pertanto palese, ma per capire meglio l’evoluzione di questi eventi bisognerebbe anche saldare all’inverso le ragioni dell’instabilità politica come causa di problemi economici.
L’Eurozona è probabilmente un caso unico d’integrazione economica e finanziaria nella storia delle democrazie occidentali, consacrato con l’unione monetaria nel 2002. A questo si oppone un disintegrato assetto politico formato dai singoli stati membri che dovrebbero gestire questo sistema economico integrato. Si è creata un’area in cui, di fatto, le decisioni politiche importanti dovrebbero essere prese al di fuori dei confini nazionali, con un trasferimento di sovranità non solo per le politiche monetarie ma per gran parte delle politiche fiscali in tanti settori, poiché intrinsecamente legati all’integrazione economica dovuta al mercato unico, e finanziaria, grazie alla moneta unica. La regolazione dei mercati finanziari, la gestione delle grandi infrastrutture e la liberalizzazione delle politiche agricole ed energetiche ad esempio, nonché le politiche per la concorrenza e la supervisione dei mercati con il rafforzamento del mercato unico europeo, hanno tolto sovranità agli stati membri creando di fatto un semi-stato federale basato su trasferimenti di garanzie implicite sul debito emesso dai paesi oggi reputati più deboli, piuttosto che tramite trasferimenti reali diretti. Con la crisi economica, però, queste garanzie sono venute meno o hanno subito un ridimensionamento poiché subordinate a processi politici interni o a veti incrociati.
Infatti, le decisioni prese al di fuori degli stati membri sono spesso dei compromessi politici con stati al di fuori dell’Eurozona, che fanno emergere le contraddizioni dell’attuale assetto istituzionale, incapace di costruire una linea politica unica. Il controllo democratico diretto dei cittadini è limitato al Parlamento che nomina i vertici della Commissione europea ed interagisce a pari livello con il Consiglio europeo nell’approvare nuove regole, poi finalizzate tramite un processo legislativo poco trasparente (chiamato ‘trialogue’) su cui le lobbies si avventano senza lasciare scampo. Le scarse risorse, in relazione all’ammontare delle iniziative legislative, rendono inoltre il parlamento poco efficace nella redazione delle molte proposte di Direttiva o Regolamento, ora al vaglio delle commissioni e presentate dalla commissione europea all’indomani della crisi e degli obiettivi fissati dal G-20. La commissione europea poi dovrebbe muoversi in maniera indipendente, ma nel concreto spesso risponde alle molteplici sollecitazioni degli stati membri che pervengono tramite i commissari e i loro gabinetti (spesso legati ai governi nazionali) e in parte dal parlamento europeo. Il consiglio, invece, è composto da rappresentanti dei governi nazionali le cui decisioni non passano necessariamente al vaglio dei parlamenti nazionali.
Questo assetto istituzionale, che certamente va bene per l’Unione Europea intesa come un’area di libero scambio con regole comuni, è incapace pertanto di fornire soluzioni politiche di lungo termine in un’area (l’eurozona) divenuta nei fatti uno stato federale. Il passaggio federale, vissuto dagli stati membri quasi inconsapevolmente, ha creato un vuoto nella politica degli stati nazionali, trasformando gli stati stessi (nonché il valore dei loro debiti) in regioni con competenze limitate ad aspetti importanti ma non essenziali (soggetti alle disponibilità economiche), come sicurezza e sanità. Le classi politiche nazionali si sono svuotate dei contenuti politici rilevanti presenti nei loro programmi, creando così il paradosso che la commissione, formata da tecnici, influenzi le decisioni politiche di lungo respiro, su cui il parlamento europeo, composto in buona parte dalle seconde linee delle classi politiche nazionali, ed il consiglio europeo, che alla fine si occupa di bloccare solo le decisioni che toccano quelli che il governo politico nazionale reputa interessi nazionali, dovrebbero avere l’ultima parola. La politica nazionale invece è destinata solo a fare i conti con quelle scelte tecniche che è incapace per sua natura a prendere (pertanto chiede aiuto ai tecnici), imposte da questo assetto istituzionale sovranazionale.
L’attuale congiuntura politico-economica ci pone però di fronte alla scelta di invertire questa situazione spostando l’assetto istituzionale basato sul lavoro dei tecnici a livello nazionale, promuovendo una maggiore partecipazione democratica e quindi una classe politica a livello dell’area euro, oppure lasciare che le spinte centrifughe generate da un assetto tarato per garantire la protezione degli interessi nazionali distruggano l’area euro e con sé buona parte del mercato unico. Da un lato, la politica delle nazioni guida di questi anni si sta dissolvendo con l’inasprirsi della crisi e delle divergenze tra i tre paesi guida (Francia, Germania ed Italia).
Dall’altro, il ritorno alle monete nazionali sarebbe poi una scelta, oltreché costosa, anacronistica rispetto all’evoluzione dell’economia globale ed al peso economico che solo l’Europa (dell’euro) potrebbe esercitare. Le scelte economiche per salvare l’area euro sono chiare, ma lo stallo politico in cui viviamo ci condanna al perpetuarsi di un’instabilità economica lacerante. È ora il tempo di scelte politiche coraggiose, come una grande convention internazionale, aperta anche ad intellettuali ed esperti, per la riforma delle istituzioni europee che restituisca alla politica la sua preziosa natura di guida lungimirante dei processi di cambiamento della società e delle istituzioni.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




