Chi devo chiamare quando voglio parlare con l’Europa?

di Francesco Molica.

Foto di Norman B. Leventhal Map Center at the BPL

Più di vent’anni dopo essere stata licenziata alle cronache, l’ormai celeberrima battuta di Henry Kissinger appare ancora oggi di un’attualità sferzante. Di più: in essenza racchiude un monito che lungi dall’essere appassito, con l’andar del tempo s’è piuttosto tinto di un senso e di un’urgenza affatto inediti. All’epoca l’ex segretario di stato americano ironizzava sulla latitanza di una leadership europea unica in politica estera. Allo stato attuale, tuttavia, la sua intelligente provocazione s’attaglia ancor meglio all’amministrazione degli “affari domestici” della stessa Ue – ci si passi la formula che farebbe impallidire ogni euroscettico degno di questo nome –. Un’amministrazione sempre di più consegnata alla frammentazione e all’opacità.

In altre parole, aggiornato al contesto contemporaneo, il quesito kissingeriano potrebbe suonare così: “Con chi dovrei twittare se voglio parlare con la o le persone che governano l’Europa?”.

Non basterebbe purtroppo un trattato intero per venire a capo di una risposta esaustiva. Certo, l’architettura decisionale dell’edificio comunitario, lungo la sua sessagenaria odissea, non ha cessato di costruirsi su compromessi e soluzioni assai arzigogolate, talvolta così bizantine da apparire non tanto e non solo inintelligibili all’opinione pubblica, ma finanche ai propri mandanti politici. Gli esperti legali di Commissione, Consiglio e Parlamento hanno ormai fama di piccoli Wolf di tarantiniana memoria, obbligati a trovare la quadra a equazioni giuridiche impossibili, spesso e volentieri improvvisando interpretazioni dei trattati che più acrobatiche ed eterodosse non si può.

E certo, la radice di tanta superflua complessità è arcinota: anzitutto conciliare il peso degli interessi nazionali con le spinte ad una maggiore integrazione. Con il quadro che si è complicato ulteriormente a misura che il panteon europeo apriva le proprie porte a nuovi membri, molti dei quali refrattari a cedere quote importanti di sovranità nazionale. È però vero che, ancorché cabalistica, la trama che sottende l’interazione delle differenti istanze dell’Ue sino a poco tempo restava ancora accessibile.

Malauguratamente, da qualche tempo il caos ha preso in via definitiva il sopravvento. La prima spallata l’ha data il Trattato di Lisbona. I suoi estensori hanno inteso creare due nuove figure istituzionali (Presidente dell’Ue e Alto rappresentante agli Affari Esteri) allo scopo di riordinare e accentrare l’esercizio di alcune importanti prerogative. Ma, bontà loro, hanno dimenticato di definire i contorni dei relativi mandati. Gli stati membri ne hanno approfittato per imporre due personalità politiche dall’acclarata evanescenza, il gregario Van Rompuy e la non-pervenuta Ashton. Il risultato è che oggi l’Europa si trova appesantita da due cariche prive di significato, misconosciute dai più, e utili solo a creare tensioni tra le istituzioni, oltreché una gran confusione.

Il ciclone della crisi ha fatto il resto, abbattendo le ultime certezze, fiaccando l’influenza dei due depositari dell’ortodossia comunitaria (Parlamento e Commissione), accrescendo i poteri negoziali di alcuni stati membri e riducendo al lumicino quelli di altri, moltiplicando o rafforzando i consessi paralleli o gli accordi sottobanco, aprendo nuove praterie all’intervento di organi non eletti quali la BCE. Mettendo, insomma, tutti al fianco di tutti oppure contro tutti.

E sta anche bene puntare il dito contro Angela Merkel. Ma la nuda verità è che, con o senza la cancelliera tedesca, ormai non è dato più sapere chi o cosa deve rispondere per l’Europa.

Laddove, con ogni evidenza, c’è un filo rosso che lega l’entropia che scuote i poteri comunitari alle due minacce maggiori che al momento mordono i fianchi del progetto europeo: la marcia trionfale dell’euroscetticismo e l’agitazione dei mercati. L’Ue, infatti, si ostina a voler medicare i malanni del Vecchio Continente con una incoerente miscela di ricette economiche, un giorno imposte dalla Merkel, l’altro suggerite da Barroso, quello successivo dalla BCE. Ma è come mettere il carro davanti ai buoi.

Solo a pochi illuminati è occorso che la soluzione – quella invocata da un’opinione pubblica che non comprende più chi decide per lei e sulla base di quale legittimità, quella a più riprese domandata dai mercati ai quali ogni giorno si offrono informazioni contraddittorie e smentite – è molto più banalmente di natura politica. E comporta come imprescindibile condizione una dose maggiore di chiarezza. All’Europa occorre urgentemente una governance unica e trasparente, se possibile suffragata da un solido mandato democratico. Occorre un presidente unico, che unifichi le figure di capo della Commissione europea e del Consiglio, sia democraticamente eletto e dotato di poteri forti.

Occorre un esecutivo con tutti i crismi che sia vera espressione delle tendenze politiche del continente, e si relazioni con Parlamento e Consiglio come un autentico governo con le due camere. Potrebbe sembrare una chimera per federalisti consumati. Invece, per come stanno le cose, è rimasta l’unica alternativa ad un marasma che rischia di travolgere una volta e per sempre 60 anni di unità europea.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti