di Antonello Paciolla.
Dopo diversi anni di sconfitte brucianti, il progressismo europeo intravede la possibilità di invertire la tendenza. Una vittoria di Hollande alle imminenti presidenziali francesi aprirebbe una crepa notevole nell’egemonia che i partiti di destra erano riusciti a imporre nell’ultimo periodo. Ma la vittoria (probabile, ma non certo sicura) di Hollande non cancellerebbe tutti i problemi. Su che basi costruire il futuro, dopo i fasti (ormai passati) della Terza Via? Dei tentativi molto interessanti di fornire delle risposte a queste domande sono arrivati, negli ultimi mesi, dal think tank Policy Network: probabilmente il centro di elaborazione politica più prestigioso del progressismo (non solo) europeo. Le ultime pubblicazioni del network fondato da Peter Mandelson (ex architetto del New Labour) si propongono di ravvivare il dibattito sul ruolo del progressismo europeo, cercando di fornire le basi teoriche per una sua rifondazione. Un compito certamente ambizioso, ma necessario, ora più che mai. Tra questi contributi spicca un saggio, emblematicamente intitolato After the third way: the future of Social Democracy in Europe. Pubblicato a inizio aprile, è stato curato da Olaf Cramme, direttore di Policy Network, e da Patrick Diamond, già consigliere di Tony Blair.
After the Third Way è un viaggio attraverso sedici capitoli, densissimi di contenuti, e tutti affidati a firme di prestigio: tra le più note il sociologo Luke Martell (autore del fortunato Sociologia della globalizzazione), il politologo Andrew Gamble, e Micheal Kenny (autore di un recente paper di Policy Network con lo stesso Patrick Diamond). Tutte le riflessioni partono da una domanda-chiave: come mai durante la peggiore crisi economica degli ultimi ottanta anni l’elettorato europeo si è spostato così nettamente a destra? Nel 2009, infatti, i partiti di centrosinistra sembravano sull’orlo della disfatta: le elezioni europee videro prevalere i partiti di centrodestra in ventuno dei ventisette paesi dell’Unione. Due partiti in particolare hanno attraversato una fase di crisi acuta: l’SPD tedesca e il Partito Laburista Britannico. Entrambe le formazioni nelle rispettive ultime elezioni nazionali hanno sfiorato il record negativo di voti nella loro storia.
Questi risultati hanno generato un’ondata di pessimismo nel centrosinistra europeo: si è diffusa la tentazione di lasciarsi andare a quelle che Andrew Gamble chiama le “politiche della disperazione e della nostalgia”. E’ l’approccio di chi crede che la socialdemocrazia negli ultimi anni abbia tradito i suoi valori fondativi, e per questo auspica un ritorno alla cosiddetta “‘età dell’oro” dei partiti socialdemocratici: il periodo tra il 1945 e il 1970. E’ una tendenza diffusa e spesso ideologicamente attraente, ma che, secondo Cramme e Diamond, è indebolita da diversi errori concettuali di fondo (tra questi il sovrastimare i risultati del centrosinistra in quel periodo, rimasto saldamente al potere solo in Scandinavia). Servono analisi meno nostalgiche e più equilibrate: va fatto un bilancio obiettivo dei risultati della Terza Via, che aveva consentito al centrosinistra di andare al governo in tredici dei quindici paesi dell’Europa Occidentale. Quella serie impressionante di vittorie nascondeva, secondo Cramme e Diamond, limiti importanti. Era basata per lo più su aggiustamenti e riposizionamenti tattici e su soluzioni a breve termine, e fondata su un’elaborazione teorica a volte superficiale. Alla Terza Via va riconosciuto un merito indubbio: l’aver fatto piazza pulita di ideologie obsolete e ingombranti. Ma è mancata, secondo gli autori di Policy Network, un’analisi approfondita delle cause del declino politico degli anni ’70 e ’80 capace di fornire soluzioni a lungo termine. Cramme e Diamond non fanno sconti a nessuno: né i modernizzatori della Terza Via né i “nostalgici” tradizionalisti sono stati o sono in grado di andare alla radice dei problemi e di comprendere cosa debba essere la socialdemocrazia in futuro.
Ed è proprio questo l’obiettivo degli autori di After the Third Way. Che propongono una visione della socialdemocrazia come ideologia ibrida, capace di reinventarsi continuamente e di adattarsi ai mutamenti delle condizioni esterne. E di rispondere positivamente a una serie di sfide. Prima tra queste la lotta per acquisire una reputazione di “competenza economica”: negli ultimi anni il centrodestra è riuscito a prevalere anche perché ha imposto la sua “narrazione” sulla necessità di tagliare il deficit anche a costo di tagli dolorosi, confinando i partiti di centrosinistra nel ruolo scomodo di “spendaccioni” e paladini di una spesa pubblica spesso insostenibile. Per i socialdemocratici è importante mettere in discussione molte certezze sul ruolo e la forma dello Stato, ma al contempo cercando di elaborare una nuova “visione morale” della società, senza la quale sarebbe impossibile pensare di poter tornare protagonisti.
Altro tema cruciale è quello del Welfare: la frammentazione della società e la globalizzazione hanno spazzato via quel consenso politico tra ceti medi e ceti popolari che costituiva la base del vecchio sistema di protezione. Oggi la globalizzazione fornisce nuove opportunità ai ceti medi, ma mette in difficoltà ed espone a rischi crescenti i lavoratori meno qualificati. Le esigenze divergono, e l’alleanza socialdemocratica che aveva permesso un’estensione notevole dei diritti e delle tutele non può più essere riproposta. Nè è pensabile cercare di restaurare in qualche modo il vecchio sistema di Welfare europeo, perché lascerebbe scoperte una serie di nuove disuguaglianze impensabili anni fa. Le soluzioni? Gli autori di After the Third Way propongono un connubio tra azioni da esercitare sul piano internazionale (riaffermare la necessità di tassazioni delle transazioni finanziarie) e strategie da adottare nelle realtà nazionali. Tra queste, in particolare, sembra quanto mai necessaria la costruzione di una nuova alleanza trai lavoratori più vulnerabili (giovani, donne, minoranze etniche che lottano per l’integrazione). Un’operazione difficile, per la mancanza di un’identità comune trai diversi gruppi, ma che va tentata.
Non meno urgente è la necessità, per i socialdemocratici europei, di tornare ad avere una visione del futuro dell’Unione Europea. E’ proprio Olaf Cramme, in uno dei capitoli cruciali del saggio, a ripercorrere le tappe del rapporto trai socialdemocratici e l’Unione. Una relazione all’insegna dell’ambivalenza, nella quale si sono alternate fasi di freddezza (per un‘Europa troppo centrata sul mercato) e periodi di innamoramento (l’era Delors, soprattutto). Ora i partiti del centrosinistra europeo devono necessariamente superare quello che Cramme considera un dibattito futile che contrappone l’Europa dei mercati all’Europa sociale. Proponendo un “Patto Sociale di Investimento” che sia un equilibrio di disciplina fiscale e di assistenza sociale. E rilanciando la necessità di un coordinamento macro- economico a livello comunitario.
Ma non c’è solo l’economia: gli autori di After the Third Way ricordano che la globalizzazione e i flussi migratori hanno cancellato i vecchi legami comunitari e le identità del passato. I movimenti di estrema destra e i partiti populisti sfruttano queste pressioni a loro vantaggio. I socialdemocratici devono sforzarsi di capire come costruire un senso di comunità che sia “propositivo” e positivo, e non difensivo e retrogrado.
After the Third Way è un contributo certamente destinato a un pubblico piuttosto “specialistico”. Ma la politica ha sicuramente bisogno di sforzi di questo tipo. Anche quella italiana, ovviamente, dove il dibattito sulla socialdemocrazia spesso si svuota, riducendosi a querelle sull’etichetta (definirsi o non definirsi socialdemocratici) e non sui contenuti e sulle sfide che i partiti di centrosinistra dovranno affrontare. Il saggio di Policy Network è prezioso proprio perché ricorda al centrosinistra europeo la necessità di andare al cuore e alla radice dei problemi. Ed è davvero auspicabile che la sfida lanciata dagli autori venga raccolta.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Articolo bello, interessante, utile.
Un commento rapidissimo:
- La sfida è questa, non c’è dubbio, e fa benissimo a porsela chi se la pone
- Le maggioranze vanno a destra per via della doppia percezione a) del dissolvimento della sovranità nazionale (e allora l’ovvio riflesso è stringercisi con più forza), b) la mancanza a sinistra di una visione solida + organica = convincente
- esatto, quindi, centrare l’analisi sul lavoro da fare con l’Europa
- ottimo il richiamo alla necessità di un’elaborazione più approfondita del tema economico
- bravi a non aver paura di parlare di socialdemocrazia (nel centrosinistra sono già in troppi a morire di paura)
- per il resto siamo ancora in alto mare: ma si comincia a intravedere una costa
…in my honest opinion, naturalmente.
sì, il posizionamento dei partiti di centrodestra è quello, ambiguo se vogliamo ma astuto. Aumentando spesso le incertezze con politiche di austerità, ma fornendo risposte surrettizie alle insicurezze come appunto “il senso di comunità”, a volte nazionalistico, o con ammiccamenti alla destra populista, sono riusciti spesso a prevalere. Solo che in questo momento sembra un “gioco” sempre più difficile da reggere.
le socialdemocrazie devono farsi trovare pronte, e un’ elaborazione politica che consenta di superare gli estenuanti duelli tra “modernizzatori” e “nostalgici” credo sia l’unica piattaforma percorribile. Un approccio responsabile, ma capace di fornire risposte al bisogno di maggiore equità.