di Riccardo Spezia.
Oramai, con l’approvazione e l’attuazione della riforma Gelmini del sistema universitario italiano, la figura del ricercatore universitario a tempo indeterminato non esiste più. O meglio non verranno banditi nuovi posti a tempo indeterminato ma solo quelli indicati dalla riforma, ovvero a tempo determinato, con o senza tenure (quel sistema per cui dopo sei anni, se si è valutati positivamente si viene assunti come professori associati a tempo indeterminato), mentre chi è stato assunto prima dell’entrata in vigore della riforma resta al suo posto. È un cambiamento che avrà bisogno di tempo perché vada a regime, sempre che un prossimo governo non vorrà rimetterci mano. Da ora quindi i ricercatori saranno assunti solo a tempo determinato, per i più «fortunati» tra questi si attiverà un sistema simile a quello in vigore principalmente nei paesi anglosassoni.
Ci poniamo quindi due domande, cui proveremo a dare delle brevi risposte.
Prima di continuare è necessaria però una precisazione. Nei confronti e nelle discussioni mi occuperò principalmente delle discipline «scientifiche» o meglio quelle discipline che richiedono lavori di equipe (come fisica, chimica, biologia, etc …).
La prima domanda è: il sistema delle tenure all’italiana è uguale a quello americano? In cosa, eventualmente, cambia ?
Nel sistema italiano attuale il ricercatore, se non ufficialmente ma sicuramente nei fatti, è pensato per essere inserito in un gruppo. Questo può avvenire grazie ad una dinamica virtuosa (della dinamica baronale perniciosa parlerò dopo): esiste un gruppo che ha un leader senior, generalmente professore ordinario, che dirige un certo numero di persone, laureandi, dottorandi, ricercatori, tecnici, professori associati, e in questo gruppo si inserisce la ricerca del ricercatore neo-assunto. Questa organizzazione del lavoro scientifico, basata su gruppi con un leader senior e una serie di figure intermedie, anche a tempo indeterminato, è simile a quelle tedesca e francese (con certe differenze ovviamente).
Il sistema americano invece prevede l’esistenza di un gruppo per ogni permanente e quindi chi è assunto con il sistema tenure è un professore (assistant professor) leader del proprio gruppo, cui viene assegnato un finanziamento per cominciare (starting grant), con cui deve comprare le apparecchiature, pagare dottorandi e post-doc, per i cinque-sei anni di «prova», anni in cui dovrà darsi da fare non solo direttamente nella ricerca ma (soprattutto) per cercare altri finanziamenti (il sistema non è perfetto e ne discutono anche in USA).
Quale di questi due modelli si vuole istaurare in Italia ? Cosa dovrà dimostrare di saper fare un ricercatore italiano per essere meritevole di un posto a tempo determinato alla fine del suo contratto? Dovrà saper lavorare all’interno di grandi gruppi o per lui si pensa un sistema più di tipo americano? E soprattutto, come la realtà attuale dell’Università italiana gli consentirà di far evolvere la propria carriera?
Dovrà dimostrare di sapersi integrare in un grande gruppo di ricerca, di fare buona ricerca, di insegnare agli studenti il mestiere del ricercatore e magari contribuire a far emergere i migliori tra questi, o dovrà dimostrare di poter essere un leader autonomo, di trovare fondi e nuove linee di ricerca originali e innovative?
Ma soprattutto, il sistema baronale (e così veniamo al cuore della questione, abbandonando i, pochi, casi virtuosi che esistono in Italia) cosa gli chiederà e gli consentirà di fare? Sicuramente per essere confermati bisognerà essere «accondiscendenti» con il proprio «barone». Come sempre il problema non è l’accondiscendenza ai propri superiori (fenomeno umano che non esiste solo in Italia, ma mutatis mutandis ovunque) ma come questa accondiscendenza si manifesta. Si manifesta con la bravura o con il servilismo? Un sistema abituato ad un rapporto gerarchico diretto con i professori ordinari potrà consentire la nascita di un sistema di tipo americano basato sull’autonomia e la responsabilità del ricercatore, se è questo che alcuni hanno in mente?
E infine : si attiveranno (o si stanno attivando) veramente i contratti con tenure? Molte università non hanno ad oggi i fondi per attuare realmente la riforma, e stanno quindi bandendo solo posti senza tenure, spesso a persone con un’ottima esperienza che meriterebbero di poter sperare in una tenure alla fine del contratto. Così non si rischia che solo i più benestanti (o chi ha dei forti vincoli personali o i meno motivati) restino, mentre chi non può contare su una sicurezza alle spalle (per esempio una casa ereditata) sarà costretto a cercare oltr’alpe un’occupazione ?
E così veniamo alla seconda domanda: qual è l’impatto di contratti brevi nell’evoluzione delle carriere e della produttività accademica? Alcune risposte si possono trovare in uno studio recentemente apparso su PNAS, la rivista dell’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti d’America, a opera di un team composto da ricercatori di Lucca, Leuven e Boston. Questi analizzano l’evoluzione temporale delle carriere dei fisici. In particolare si confronta la carriera di assistant professors (quelli cioè che devono ottenere la tenure per essere assunti a tempo indeterminato) con quella di chi ha già una posizione, entrambi nel sistema americano.
Per essere più precisi si confrontano i risultati di chi ha contratti brevi con chi ha contratti a lungo termine. Senza entrare nei dettagli un aspetto molto interessante che emerge è il seguente: i contratti a breve termine rendono le carriere più vulnerabili senza che questo sia dovuto a mancanza di talento o di capacità ma a causa di cali nella produzione casuali, che possono cioè capitare sempre a chiunque ma che se capitano negli anni prima di ottenere la tenure sono ovviamente catastrofici.
E, chiaramente, i contratti brevi scoraggiano l’investimento, da parte dell’assistant professor, in progetti a medio termine che devono essere portati a compimento accumulando dati ed esperienze proprio in quel periodo in cui serve, per sopravvivere nel sistema, una massima produttività. Non è tutto oro il sistema anglosassone, ma non è certamente tutto negativo, e la miglior prova ne sono non solo le classifiche universitarie (classifiche che sono però basate sul sistema anglosassone della ricerca, tant’è che gli eccellenti Max Planck Institute tedeschi non vi figurano), ma soprattutto l’ottimo livello di ricerca e il grande dinamismo (qualità di base per una buona ricerca scientifica) che si ha in molte Università americane.
Per finire quindi, ritorniamo ai nostri (poveri) neo-ricercatori a tempo determinato che dovranno farsi valere per diventare professori associati, qualora il nuovo sistema di assunzione dei professori entri in vigore. A questi sarebbe onesto far sapere cosa è richiesto per poter avere la conferma. E soprattutto sarebbe bene che la riforma venisse attuata completamente, ovvero attivando le posizioni con tenure, altrimenti sì che è peggio del sistema precedente.
Purtroppo, come sempre, in Italia l’instabilità e la fluttuazione normativa rendono molto difficile qualsiasi programmazione. Ma forse sarebbe utile, poiché è in gioco la vita di molti ricercatori di buona volontà, che si chiarisse, e in fretta, che cosa chiediamo a questi nuovi ricercatori a tempo indeterminato e che si definisse quando ci saranno per i migliori di loro posti di professore associato, e non per promuovere solamente i vecchi ricercatori. È necessario, insomma, che si pensi strategicamente al futuro del sistema di ricerca nelle nostre Università.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





L’Università pubblica italiana come laureificio baronale e di casta, famigliare e parentale di dottori inutili ovvero come
centro di ricerca a disposizione delle imprese del territorio in cui insiste?
A quando una Università dell’Olio e dell’Olivo?
A quando una Università della Pasta e del Pane?
A quando una Università delle Mozzarelle e dei Formaggi?
Le università pubbliche nei territori che le accolgono si sono dimostrate dei corpi estranei alle vocazioni socio-economiche
territoriali, avverse e sorde alla produttività ed alla ricerca integrata alla economia locale.
Non si sono dimostrate volano per lo sviluppo ma solo appendice costosa e dannosa.
L’università pubblica è autoreferenziale e nutilmente costosa.
L’università generalista ha i giorni contati.
L’università della ricerca legata ed innamorata alle vocazioni territoriali è il solo futuro possibile.
Pare sia arrivata l’ora di uscire dalla convegnistica ed entrare nel vivo di una piattaforma agro-alimentare supportata e
garantita dalla ricerca universitaria.
Altrimenti, questi laureifici baronali possiamo anche chiuderli e risparmiare un sacco di denari dei contribuenti.
E se le università non producono ricerca utile alla economia reale, possiamo chiuderle, senzadubbiamente.
Il patto fra società e università pubblica è dedinitivamente rotto.
http://www.ilcittadinox.com/blog/universita-produttivita-una-difficile-conciliazione.html
Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X