di David Welton.
Con la recente riforma che prevede una forma aziendale semplificata, le cosidette “SSRL”, molti si pongono domande sulla linea “ma un’azienda di capitale deve avere del capitale?”. Spiegherò i motivi per cui questo è un anacronismo che andrebbe eliminato non solo per le SSRL ma per tutte le SRL.
Cos’è esattamente il capitale sociale, o capitale di rischio? Non è altro che il denaro investito nell’azienda dai suoi soci o azionisti. Se dovesse fallire l’azienda, viene usato prima per pagare i creditori dell’azienda, come dipendenti, fornitori, banche, e così via. Però, essendo un’azienda di responsabilità limitata, se investo 100 euro in un’azienda, posso perdere solo quelli, e non tutto il patrimonio (come potrebbe avvenire con una società di persone). A patto, naturalmente, che uno si comporti onestamente; se si utilizza una Srl per truffare le persone in qualche modo, può e deve essere perseguito dalla giustizia.
Tornando però al requisito vigente in Italia che ci sia un capitale sociale minimo, leggiamo che in teoria si tratta 10.000 euro, ma poi scopriamo che, con qualche trucco, possiamo comunque costituire una società con 2.500 euro. Il primo problema di questi numeri è che è una cifra campata in aria. 2.500 Euro cosa garantiscono esattamente? 2.499 non va bene, ma 2.501 sì? Come si e’ arrivati a questi numeri? Con il limite di velocità sulle strade, per esempio, tutto si basa sui limiti di sicurezza, che possono essere derivati dalle proprietà fisiche delle macchine, le strade, e i tempi di reazione delle persone. Questi minimi per le società, invece, non sembrano avere un collegamento con la realtà. Quel denaro è spendibile per l’azienda stessa, e quindi nel momento in cui qualcuno fa ricorso, magari è stato già speso completamente e quindi la cifra recuperabile è decisamente minore. E, dunque, non garantisce niente.
In un libero mercato, i fornitori, eventuali dipendenti, creditori e altri sono liberi di decidere se avere a che fare con un’azienda o meno. I rischi delle startup sono note, e stabilire per legge qualche cifra più o meno a caso non li diminuisce, nè dà particolari sicurezze per chi ha a che fare con quell’azienda. Per fare un esempio, se un’azienda fornisce pezzi alla Fiat, e uno di questi pezzi è stato progettato male, causando problemi per migliaia di auto, potrebbe costare alla Fiat milioni di Euro. In quel contesto, cosa sono 10.000 Euro? Non sarebbe meglio lasciare alla Fiat la scelta di avere a che fare con una startup o meno, valutando i rischi secondo il caso? Casomai, serve trasparenza, così si capisce se una startup ha dei soldi in banca o meno. Chi vuole avere a che fare con la nuova azienda può decidere per conto suo se il gioco vale la candela, e prendere le precauzioni che ritiene necessarie.
Ci sono paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito dove non esiste l’idea di capitale sociale minimo, e non sembra che questo crei problemi. Anzi, direi che sono paesi dove le startup, e i giovani, hanno possibilità migliori rispetto all’Italia. Perfino la Francia, non sempre un bastione del liberismo economico, ha tolto il capitale sociale minimo!
Poi, alcuni dicono “ma dai, sono pochi, uno non si ferma davanti a quella cifra lì”. Invece, 2.500 Euro sono due mensilità, all’incirca, del lavoratore medio in Italia. Insomma, forse per qualcuno non sono molti ma per l’Italiano medio, non è una cifra irrisoria. Sicuramente uno non apre una fabbrica con quei soldi, ma al giorno d’oggi, chiudersi in una stanza e programmare per qualche mese per creare un’app o un sito web costa poco; magari non servono subito quei soldi. “Ma le aziende devono avere soldi per lavorare!” Certo, ma sta agli imprenditori decidere quanti, no? Per una startup web portata avanti da un paio di ragazzi che avevano già dei portatili l’unico vero costo all’inizio potrebbe essere il tempo che perdono con il progetto. Perchè forzarli ad investire 2.921 Euro? O 1.445? O 2.500? Deve essere una loro scelta.
E i furbi? Che siano puniti severamente! Ma devono essere puniti loro, invece di avere un sistema che mette un bastone in più fra le ruote di tutti. Avere un capitale sociale minimo non sembra abbia bloccato molto i furbi, ma rimane un intralcio in più per gli onesti. Toglierlo è una semplificazione per chi vuole aprire una società, e sono contento di vedere questa riforma del governo Monti, e spero che in futuro verrà estesa a tutte le Srl, assieme ad altre riforme che ridocono la burocrazia che circonda le startup in questo paese. Sarebbe troppo sperare che avvenisse anche per le società per azioni (SpA) – negli Stati Uniti neanche quelle hanno bisogno di un capitale sociale minimo, neanche un dollaro, mentre in Italia si tratta di 100.000 euro!
Note: http://www.doingbusiness.org/rankings
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Il capitale sociale è stato stabilito in 20 milioni di lire negli anni settanta, più o meno equivalenti a 100 mila euro di oggi. Allora anche i 3/10 da versare inizialmente garantivano molto, oggi non garantiscono più nulla, semplicemente perché nessuno ha aggiornato quella cifra in quarant’anni.
Il capitale sociale invece servirebbe, e molto, a garantire soprattutto i dipendenti. Ne ho viste troppe di aziende che chiudono lasciando i dipendenti senza stipendio per mesi e con la liquidazione a carico dell’INPS, cioè della fiscalità generale.
Ovviamente come è fatto oggi non garantisce nulla.
Io lo farei così: il capitale sociale deve essere pari almeno ad un anno di stipendio di tutti i dipendenti (più la liquidazione accantonata), non importa che sia versato tutto ma a garanzia del capitale non versato si devono dare immobili.
Così si ha il massimo della flessibilità: chi vuole iniziare un’attività, non avendo inizialmente dipendenti, non ha l’obbligo di versare capitale sociale, quindi non ha spese di start-up.
Ma anche il massimo della sicurezza: se l’azienda cresce e assume dipendenti, l’imprenditore si assume anche la responsabilità e versa capitale (o si impegna la casa).
Roberto, se nient’altro sarebbe un ottimo modo per indirizzare quei giovani ancora indecisi, ma con la voglia di fare verso l’estero, dove prevale il pensiero “puniamo quelli cattivi” e non “mettiamo limiti su limiti che aggirano comunque i furbi e penalizzano gli onesti”.
Se lo stipendio medio in Italia e` circa 1300 euro al mese, e per pagare quelli, l’azienda deve avere minimo 2000, per ogni dipendente sono 24000 euro fermi in banca, *oltre* ai costi di assumere quella persona. Con quelle condizioni, sarebbe molto facile scegliere di andare via per fare altrove un’azienda, lasciando piu` disoccupati in Italia.
Inoltre farebbe della Srl una cosa solo per i piu` ricchi: mettere la casa o versare quel genere di denaro e` assolutamente fuori dalla portata di un paio di ragazzi con un’idea vincente, ma famiglie non benestanti.
Io invece difendo la mia idea e ribadisco: se non hai dipendenti non hai bisogno di capitale, per cui i giovani che vogliono iniziare non hanno nessun freno.
E il capitale non starebbe assolutamente “fermo in banca”: non deve essere per forza versato. Un’azienda può tranquillamente usare il proprio stabilimento come garanzia per il capitale sociale (invece di crearsi un’azienda fittizia a cui venderlo per poi pagargli un affitto come si fa oggi),
In linea di principio mi starebbe bene anche che nulla sia versato né impegnato, ma che l’imprenditore si assuma la responsabilità pari almeno al capitale dichiarato.
Oggi viviamo nel paradosso che una SNC che ha un negozio è responsabile di un capitale anche 100 volte superiore di quello di una SRL, che in linea di principio dovrebbe essere un’azienda più grande.
Così come sono oggi le SRL sono Società a Irresponsabilità Illimitata, e ciò non fa bene a tutti i loro creditori (sopratutto i dipendenti, ma non solo).
Mai come in questo periodo (crisi del credito eccetera) è importante considerare la solvibilità di una azienda, quindi anche la sua capitalizzazione. Le banche non avrebbero tutti i problemi che hanno a prestare alle aziende se avessero garanzie sufficienti: come fanno a prestare 100mila euro ad un’azienda che ne ha 10mila di capitale e che ha 30 dipendenti? Le banche si stanno ricapitalizzando, hanno i fondi di riserva eccetera, e le aziende cosa fanno?
Questa crisi dovrebbe insegnarci qualcosa.
Roberto, capisco che il tuo pensiero e` “giusto”, volendo aiutare i piu` deboli. Ma alla fine, moltissima burocrazia nasce da idee piu` o meno giuste. Solo che poi nella realta` funzionano male e finiscono per fare del male alle persone “sbagliate”. Se perfino la Francia ha tolgo il capitale sociale minimo, ci sara` anche un motivo, no? E se la Srl in Italia e` una cosa molto controllata e regolata, perche` avete proprio qua piu` problemi che negli states o UK, dove le LLC e Ltd sono facilissime da fare? A naso direi che tutte le carte e regole servono a poco a niente, se non a bloccare quelli onesti che davanti a cosi` tanta burocrazia si arrendano. (Non sto dicendo che non ci sono problemi in quei paesi, ma di sicuro le aziende a responsabilita` limitate alla portata delle persone normali non fanno parte dei problemi).
Dimentichiamo di ricordare che negli altri paesi (es in U.S.) la base stipendiata è spesso e volentieri la settimana e non esistono obblighi da parte dell’imprenditore a tenere un dipendente se le cose vanno male (qualcuno ha detto Articolo 18?). Ergo, l’idea delle società senza capitale minimo può essere messa sul tavolo ma sopra devono esserci riforme serie del mercato del lavoro (no, quella non chiamatela riforma per favore):
@Anonimo: ci sono N problemi in Italia; chiaramente il capitale sociale minimo non e` il piu` importante, ma e` uno. Non sono d’accordo con l’idea che bisogna risolvere tutto o niente. Facilitare la creazione della Srl e` un piccolo, ma concreto passo per migliorare l’Italia, e dovrebbe essere qualcosa di meno contenzioso rispetto a modifiche dell’articolo 18 o cose simili.
Beh, che dire, siamo su posizioni completamente diverse.
Secondo me questa grande crisi dovrebbe averci insegnato che il mercato selvaggio non funziona, e che le regole servono proprio al mercato per la sua stessa sopravvivenza, che altrimenti sarebbe messa a rischio dai suoi stessi meccanismi di funzionamento.
Per esempio oggi si pensa di porre un freno al potere della finanza (anche se la vedo difficile: oramai i soldi li abbiamo dati alla finanza e non sarà facile farseli restituire), proprio perché il meccanismo della rendita finanziaria in sé fa a pugni con il mondo produttivo reale: quanto potremo andare avanti con una finanza che richiede sempre più utili nel breve periodo ed un sistema produttivo che giocoforza se li può aspettare solo nel medio-lungo? Porre un freno alla speculazione significa disincentivare la compravendita pressoché istantanea di azioni e incentivare gli investimenti di medio-lungo periodo. In questo modo si creerebbe di nuovo un collante fra la finanza e il mondo produttivo, con la prima che allungherebbe il suo punto di vista e darebbe tempo al secondo di creare nuova ricchezza.
Altro esempio è la crisi del mercato immobiliare. Per un secolo i prezzi delle case sono continuamente saliti, senza subire crisi di nessun genere. Questo ha fatto sì che la finanza investisse negli immobili. E il gioco è semplice: compri l’immobile, aspetti che il prezzo salga, vendi l’immobile. Più soldi si sono investiti negli immobili e più il loro prezzo è aumentato. Questo comportamento è slegato dalla realtà. Infatti nel mondo reale le case non sono delle macchine per stampare moneta, bensì delle scatole che servono per abitarci dentro: finché c’è gente che ha bisogno di una casa in cui abitare ci sarà grande richiesta e prezzi in salita, quando ci saranno abbastanza case per tutti la richiesta scenderà e i prezzi scenderanno. A questo punto ecco fatta la crisi: chi ha investito decide di vendere per rientrare dell’investimento e i prezzi incominciano a crollare: ci sono più case di gente che le può abitare. A cosa è dovuta la crisi? Ad uno scollamento fra finanza e mondo reale.
Tornando alle società, nella realtà le aziende non hanno solo i bilanci, hanno anche prodotti, servizi, fornitori, clienti, dipendenti, immobili, creditori e debitori. Una azienda che non ha responsabilità è un’azienda che non tiene conto del mondo reale e ciò porterà inevitabilmente alla rovina: bilanci sempre più belli, utili sempre più alti, finanziatori sempre più felici, prodotti sempre più scadenti, clienti sempre più arrabbiati, fornitori e creditori sempre più pressanti, dipendenti senza più lavoro.
Ecc perché secondo me una regloa, piccola e versatile quanto vuoi, ci vuole.
Ciao