I partiti e la riforma del lavoro

di Marco Campione.

"Il lavoro" di kekko64

Molto si è detto in questi mesi pro o contro le proposte di modifica e riordino del mercato del lavoro avanzate dal Governo Monti. Non è intenzione di questo articolo aggiungere un commento ai commenti. Anche perché nessuno sa come andrà a finire questo “tira e molla” e nel merito è già stato detto molto più autorevolmente qui e qui, incluso cosa va bene (e dobbiamo sperare che non peggiori) e cosa non va bene (e possiamo illuderci che migliori).

Il compito che mi sono dato è invece quello di offrire una prima valutazione su una questione comunque importante, che in realtà prescinde dal merito stesso del provvedimento e dalle opinioni dei singoli osservatori più o meno interessati. La valutazione che possiamo già fare è quella sul comportamento dimostrato fin qui dalle principali forze politiche in questa interminabile vicenda. È proprio la dinamica degli avvenimenti a darci elementi interessanti: ci sarà pure un vantaggio a vivere in un tempo nel quale l’informazione viaggia così velocemente da costringere i leader a commentare anche la bozza della bozza di un provvedimento che cambia alla velocità della luce: a posteriori puoi vedere cosa pensano di tutto e del contrario di tutto.

Già, perché il provvedimento Fornero è cambiato molto nella trattativa con le forze politiche. Semplificando molto possiamo dire che, partendo da un mercato del lavoro molto flessibile in entrata e molto rigido in uscita, in un primo momento si è razionalizzata (almeno un po’) l’entrata e flessibilizzata (almeno un po’) l’uscita, per poi tornare indietro su entrambi i fronti.

Ma torniamo alle nostre forze politiche, che di fronte al primo provvedimento (quello che ha visto la rottura con la CGIL prima e gli altri sindacati in un secondo momento) si sono subito attivate. Cosa possiamo dire dei loro comportamenti? L’IDV dopo le modifiche non sa più che pesci pigliare: cantare vittoria assieme al PD (e riconoscergli quindi di aver azzeccato la strategia) o protestare assieme al PDL (dopo aver accusato il PD proprio di intelligenza col nemico)? Il Terzo Polo sostanzialmente tace, confermandosi la forza complessivamente più in sintonia (nel bene e nel male) con il governo Monti. SEL mantiene la linea filo FIOM, continuando ad opporsi anche dopo le modifiche (ma sembra più per dovere d’ufficio che per convinzione). E le forze principali?

Il PD ha vinto (o così sembra) la battaglia che ha deciso di combattere. Poteva combatterne altre? Certamente. Le avrebbe vinte? Forse no, ma manco ci ha provato. Di fronte ad un provvedimento che non riformava abbastanza sul fronte del dualismo del mercato del lavoro italiano e riformava a suo dire troppo sull’articolo 18, ha chiesto e ottenuto un passo indietro dal governo sui licenziamenti per ragioni economiche e ha dato l’ok alle correzioni richieste da Alfano per “compensare” sulla flessibilità in entrata. Oggi, con il suo responsabile economico, richiama anche le mancanze sull’altro fronte, ma non lo ha fatto prima, quando la trattativa era in corso e aveva senso farlo. Se il motivo è che non si poteva chiedere troppo, ché la coperta è troppo corta, va preso atto che ha scelto di chiedere quello e non altro, che ha scelto di tirare la coperta da un lato e non dall’altro; se il motivo è diverso, forse andrebbe spiegato. Ma “spiegare” vorrebbe dire fare i conti con le proposte che il PD ha volutamente deciso di mettere da parte, quella di Boeri e quella – più completa, ma più costosa – di Ichino. E dire che ripensamenti (anche significativi) rispetto alle posizioni assunte ufficialmente a Genova il PD per fortuna ne ha fatti molti, ma evidentemente i tempi non erano ancora maturi per una svolta più coraggiosa.

Il PDL infine. Che dire del buon Angelino Alfano? Lui è quello che più di tutti si sta dimostrando inaffidabile e confuso. Per paura delle ripercussioni in termini di consenso (d’altra parte ci sarà pure un motivo se Sacconi non è riuscito a fare nemmeno questa riformetta) ha prima avallato i ripensamenti sull’articolo 18 chiedendo in cambio di togliere alcuni vincoli per le modalità di ingresso nel mondo del lavoro e ora prova a ricucire con Confindustria, spiegando in ogni occasione che le poche regole introdotte sono una “rigidità insostenibile”. In questo rompendo il patto con i partner della maggioranza e con Monti. E costringendo quest’ultimo a precisazioni perfino durante la visita dell’Emiro del Qatar.

Una cosa però hanno in comune le due forze maggiori. Entrambe hanno scelto di tralasciare o rimandare alle calende greche l’unica vera riforma che servirebbe ai più deboli: forme di welfare che rendano universali le tutele per i periodi di non lavoro, superando l’apartheid attuale per i “non garantiti”. Senza una svolta compiutamente riformista dell’unico partito che ha le risorse per farla (il PD), dovessero veramente governare insieme anche nella prossima legislatura, non potremmo aspettarci nulla di buono per i più giovani (che spesso – peraltro – ormai tanto giovani non sono più) e i più deboli.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti