di Gloria Gennaro.
La pubblicazione da parte del Ministero dello Sviluppo Economico delle tavole aggiornate riguardanti l’impiego dei fondi strutturali (periodo di programmazione 2007-2014) giunge in stretta vicinanza all’approvazione del decreto legge sulle semplificazioni, nonché in concomitanza con le dichiarazioni rilasciate da Mario Alì, Direttore Generale del Miur per l’internazionalizzazione della ricerca, al Sole 24 Ore.
I tre documenti aprono una riflessione sulla necessità di adottare un approccio strategico di lungo periodo al fine di promuovere la ricerca, obiettivo di primaria importanza per un’economia europea che si vuole sempre più basata sullo sviluppo della conoscenza e sfida che l’Unione ha identificato con chiarezza fin dalle storiche conclusioni del Consiglio Europeo di Lisbona nel 2000.
Se da un lato le parole del Direttore Generale Alì sottolineano la necessità di trasformare un approccio volto all’inseguimento dei bandi europei in un fare proattivo che ne anticipi le finalità strategiche, dall’altro il decreto “Semplificazioni” dedica fondi particolari al sostegno di coloro i quali vogliono partecipare all’assegnazione dei fondi europei attraverso i bandi di concorso.
Sembra emergere la consapevolezza di un passato disordinato nell’accostarsi in modo contingente al singolo bando di concorso e la necessità di porvi rimedio attraverso una nuova coesione attorno ai soggetti più promettenti, da sostenere nella competizione europea.
L’Italia in Europa
In materia di politiche di ricerca e innovazione la dimensione europea assume una centralità assoluta, in quando una delle maggiori fonti di finanziamenti dei progetti è per l’appunto l’Unione. Essa devolve una parte consistente del suo budget attraverso vari programmi a finanziamento diretto (ad esempio, il programma quadro per la competitività e l’innovazione) o indiretto (i fondi strutturali).
La sfida per l’Italia in questo contesto consiste nell’incoraggiare gli attori principali della ricerca, dai centri di eccellenza universitari alle imprese innovative sino alle amministrazioni locali, e soprattutto nel supportarli in fase di elaborazione di proposte convincenti.
Si tratterebbe in particolar modo di ripensare la progettazione delle proposte che giungono a Bruxelles; difatti, se l’Italia è la nazione europea che presenta il maggior numero di richieste di finanziamento (5.434 proposte hanno un coordinatore italiano), essa è al contempo quella vede solo il 12,3% dei progetti ottenere un finanziamento a fronte di una media europea del 16% (fonte: Sole 24 ore del 15/03/2012).
A queste considerazioni globali occorre poi affiancare l’analisi delle significative differenze regionali che vedono larga parte dell’Italia concorrere ancor oggi per i fondi dedicati all’obiettivo Convergenza (per le regioni il cui PIL pro capite è inferiore al 75% della media dell’Unione a 27), mentre l’altra metà persegue il rafforzamento di un trend di sviluppo già avviato attraverso l’obiettivo Competitività e Occupazione.
Al di là delle note disparità regionali, il sistema Italia pare poco competitivo nel suo complesso nella corsa ai fondi se paragonato a molti compagni europei. Molti sforzi sono stati dedicati alla comprensione delle difficoltà che i soggetti incontrano nella compilazione di questionari complessi o semplicemente nel reperire le informazioni; parrebbe ora appropriato adottare una visione ad ampio spettro, che inserisca le dinamiche regionali italiane nella più ampia fase di cambiamento storico nella produzione della conoscenza.
La tripla elica
Un valido quadro interpretativo è fornito dalla teoria della Tripla Elica, sviluppata in primo luogo da Henry Etzkowitz (si veda a riguardo The Triple Helix, Henry Etzkowitz, New York 2008), che si inserisce in una discussione più ampia sulla produzione della conoscenza e sulla legittimazione della stessa nella struttura sociale. Il modello sviluppa le relazioni fra i tre principali attori che interagiscono nel processo: università, industria e Stato.
Diverse configurazioni delle interazioni fra le tre istituzioni definiscono regimi alternativi, susseguitisi nella storia e, in certa misura, compresenti ancora oggi. Uno Stato che coordina le interazioni tra università e industria delinea una situazione di tipo statalista, quale l’ex Unione Sovietica; una configurazione che prevede distinzioni nette tra i ruoli delle tre entità risponde ad una visione di laissez-faire per la quale ogni istituto sociale risponde a necessità e funzioni ben determinate.
La quale tripla elica si delinea invece una formazione del tutto originale, modello operativo o normativo sempre più presente nelle società moderne e che sembra costituire oggi una costante dei processi di innovazione.
Essa esemplifica la parziale sovrapposizione fra i campi di intervento e di interesse di università, industria e Stato, in un confondersi delle frontiere che li dividono accompagnato da sempre maggiori interazioni fra le stesse.
Da un lato l’università si fa promotrice di imprenditorialità nell’insegnamento delle abilità manageriali e nell’impegno diretto sul mercato; dall’altro la grande industria promuove la formazione continua dei suoi dipendenti e sviluppa ricerche originali nei centri di ricerca interni; le autorità pubbliche ad ogni livello di amministrazione lanciano azioni di public venture capital per andare a riequilibrare imperfezioni di mercato.
Queste ultime in particolare si riscontrano nel salto che intercorre fra la produzione della ricerca di base e la sua commercializzazione una volta questa applicata in prodotti innovativi. Distanza che è stata definita “the valley of death” per la difficoltà nel reperire investitori disposti a concretizzare la ricerca accademica in iniziativa imprenditoriale.
Le strette interazioni fra università, industria e Stato sono quindi sempre più precondizione per la costruzione di un ambiente imprenditoriale efficiente e stimolante. Un tale risultato discende nondimeno dal verificarsi di tre passi successivi: il crearsi di uno spazio “della conoscenza”, “del consenso” e “dell’innovazione”.
La marcia verso l’innovazione e la rincorsa dell’Italia
Lo spazio della conoscenza indica la presenza sul territorio di enti e istituzioni che contribuisco allo sviluppo di un ambiente favorevole alla ricerca di base, dove si intende la più classica ricerca accademica che non ritrova immediato riscontro di mercato. La nascita di una tale realtà su di un territorio che non possedeva precedentemente queste caratteristiche rappresenta il primo passo verso la contestualizzazione di un processo di sviluppo innovativo.
Potremmo ricollegare la creazione di uno spazio della conoscenza agli obiettivi della politica di coesione in termini di convergenza, trattandosi in tal caso di sforzi promossi al fine di riportare una regione europea in ritardo sullo sviluppo, misurato in PIL pro capite, al pari della media europea.
Il secondo capitolo del cammino verso lo sviluppo è costituito dall’emergere di uno spazio del consenso, il primo concreto stadio dello sviluppo locale. Si rende infatti necessaria la presenza di interessi convergenti, di idee e proposte da parte di attori dalle più diverse origini ed occupazioni al fine di creare uno luogo di condivisione e promozione delle idee, anticamera della trasformazione delle scoperte scientifiche in prodotti economici.
Un ruolo cruciale in questo frangente è giocato dalle amministrazioni pubbliche più vicine alla realtà locale. Proporre spazi di confronto, stimolare il dialogo, incitare il fluire delle idee permettono di costruire ponti fra attori dell’innovazione tradizionalmente distanti, di coordinare le iniziative e promuovere network fino a stabilire, possibilmente, partnership.
L’ultimo passaggio consiste nella creazione di uno spazio dell’innovazione, ovvero un nuovo modello organizzativo che raccoglie le energie dei diversi attori, distribuisce le risorse, sprigiona le sinergie. Lo scopo è qui quello di dare vita alle idee emerse dallo spazio del consenso e che si trasformano in concreti risultati economici.
Questo compito è raccolto, nella struttura istituzionale attuale, dai fondi europei che amministrano l’allocazione delle risorse attraverso il lancio di bandi di concorso, la selezione delle proposte, il monitoraggio continuo in stretta collaborazione con le amministrazioni locali.
Una discussione che può sembrare secondaria quando confrontata agli approcci tipicamente riservati alle analisi dei fondi europei, rivela al contrario dimensioni del problema del tutto inedite. Ci chiediamo dunque se sia proficuo per l’Italia procedere nello scandagliare i meccanismi dei questionari e dei bandi europei se, in primo luogo, non si è affrontato il problema della mancanza di un ambiente favorevole agli investimenti in ricerca e innovazione. Si tratterebbe in tal caso di stabilire quelle precondizioni indispensabili a trasformare un approccio occasionale in una programmazione di lungo periodo, l’inseguimento in anticipazione.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Giusto. In un periodo di polemiche sugli sprechi immotivati di denaro pubblico è bello leggere una proposta ben ragionata su come massimizzarne l’efficacia. Mi sembra che questo modello abbia fondamenta ben più solide rispetto al nostro modello di sussidiarietà, che dovrebbe costituire la norma delle relazioni pubblico/privato ma che ha avuto per ora un’applicazione molto diseguale. Ogni iniziativa spetta al privato (singolo o associato) ed i poteri pubblici intervengono solo quando le risposte date da essi siano insufficienti. Ovvero – come accade di fatto nella realtà – quando il privato non vi trova più margini di profitto.
Concordo. Trovo davvero intelligente l’analisi della strategia di ottenimento dei fondi, che oggi manca di coordinazione fra i diversi soggetti e, soprattutto, non possiede un programma a lungo termine. E’ auspicabile che strategie del genere vengano applicate al più presto nella ricerca, ed in molti altri campi in cui i fondi europei sono di fondamentale importanza per il buon fine di importanti progetti. Cito, un esempio fra tanti, la riqualificazione urbanistica, che può diventare motore di sviluppo per una città, ma che spesso non ha buon fine proprio per lo scarso coordinamento fra soggetti e il conseguente non ottenimento degli unici fondi ad oggi disponibili e di sufficiente portata, quelli europei.