L’Italia e la Politica Europea della ricerca

di Renzo Rubele.

Research and development - Marcy l'Etoile - November 2007 di Sanofi Pasteur

Il Governo Monti, per esplicito mandato e per tutta una serie di circostanze legate alla situazione politica ed economica, ha assunto il quadro di riferimento europeo come cardine e motore della propria azione. Anche il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Francesco Profumo, ha – analogamente al Presidente del Consiglio – una certa affinità con la sfera politico-scientifica continentale, non fosse altro perché l’Università di cui egli è stato Rettore per diversi anni, il Politecnico di Torino, presenta una significativa e “naturale” vocazione a costruire e mantenere relazioni in un ambiente sovranazionale.

In questo primo periodo del suo incarico governativo, il Ministro Profumo ha avuto diverse occasioni per manifestare i “nuovi” orientamenti europei nel proprio settore di competenza. Tra le decisioni più simboliche (ma, beninteso, di forte valenza pratica) va segnalata la nomina di Raffaele Liberali come Capo Dipartimento per l’Università, l’alta formazione artistica, musicale e coreutica e per la ricerca presso il MIUR. Liberali ha svolto quasi tutta la propria carriera alla Commissione Europea, e in buona parte con funzioni direttive (in varie posizioni) proprio alla Direzione Generale della Ricerca, il “Ministero” di Bruxelles competente sulla materia. Come Capo Dipartimento al MIUR egli fungerà un po’ da “Superdirettore Generale” per tutto il settore «Università e Ricerca», e ci si può immaginare che sia proprio attraverso la sua azione che il Ministro si attende di veicolare un maggiore dinamismo nei corridoi del palazzone di Piazzale Kennedy.

E proprio con riferimento ai programmi europei di finanziamento alla ricerca e all’innovazione Profumo ha buttato nella mischia del dibattito politico lo spinoso tema della scarsa competitività dell’Italia in fatto di acquisizione di fondi “su progetto”, perlomeno in proporzione al contributo «teorico-nozionale» versato dall’Italia al Programma Quadro dell’Unione, calcolato come frazione del bilancio totale. Queste tipologie di calcoli fanno sempre “irrigidire” un po’ i funzionari della Commissione di Bruxelles, che sono giustamente custodi e garanti dello “spirito comunitario”, ed ai quali si richiede l’esecuzione dei vari programmi specifici avendo cura del solo interesse generale, costituito dalla migliore aderenza al dettato sostanziale degli obiettivi fissati, i quali non dispongono affatto il rispetto di quote precostituite di “ritorni” economico-scientifici per i singoli Paesi. D’altra parte, è altrettanto evidente che le pressioni dei dirimpettai del Consiglio (che rappresenta gli Stati Membri) sono un po’ diverse, laddove quei Paesi più attrezzati alla competizione saranno più attenti all’effettivo rispetto della regola, mentre quelli “effettivamente perdenti” premeranno per forme più o meno esplicite di “riequilibrio” o “gestione controllata” delle assegnazioni dei fondi. La tensione fra queste due forze è fonte di una prassi a volte consensuale a volte meno, con i funzionari della Commissione che, anche per la loro incancellabile identità nazionale, possono farsi portatori di istanze variamente sensibili alle diverse esigenze, con il riemergere di “pseudo-quote” o analoghi strumenti di computo teorico.

Invero, il modo più limpido, e a tutti evidente, per il mantenimento di equilibri politico-redistributivi nella gestione dei fondi comunitari è la persistenza di norme organizzative di partecipazione ai programmi di finanziamento che prescrivono in svariati casi la formazione di consorzi e simili partnership istituzionali multinazionali, che implementano il concetto di “ricerca collaborativa”. Si tratta di un principio direttivo che è valido in sé e per sé, in quanto fattore rilevante di successo per importanti porzioni di attività scientifica, in linea teorica valido per tutti gli ambiti disciplinari (ovviamente per alcuni più di altri), ma che viene da sempre variamente attaccato dai “puristi della competizione” che cercano di conquistare maggiore spazio per quegli strumenti di finanziamento che non siano collegati a questa modalità di partecipazione. Questa battaglia ha dato i suoi frutti con la creazione, nel 2007, dell’European Research Council (ERC), struttura che implementa la parte di Programma relativa al finanziamento della ricerca di frontiera individuata attraverso il vaglio della sola qualità scientifica dei progetti, anche (e anzi solo se) proposti da individui, o eventualmente da un gruppo di ricercatori co-locati in un certo istituto.

In un articolo pubblicato il 15 febbraio sul «Sole 24 Ore», dal significativo titolo di «La ricerca che paghiamo agli altri Paesi», si fa un po’ il punto della situazione con i dati del 7° Programma Quadro (2007-2013) attualmente disponibili, e si conclude che l’Italia ha “utilizzato” l’8,43% delle risorse già distribuite, a fronte di un contributo al budget pari al 13,4%. Ciò significa una “perdita” di circa 400 milioni all’anno, quota che non potrà che aumentare in futuro se si mantengono le stesse prestazioni, dal momento che il fondo del prossimo Programma Quadro, “Horizon 2020” (per il periodo 2014-2020), è previsto in aumento. A questo riguardo vorremmo mettere un po’ le mani avanti, e rammentare che quasi mai le proposte della Commissione in materia di poste di bilancio sono state accettate alla lettera dagli Stati Membri. Dovremo quindi aspettare la conclusione dei negoziati inter-istituzionali sul quadro finanziario, che raggiungeranno l’acme nel corso del 2013. Comunque la bozza della Commissione, comprensiva dei ben più succosi dettagli scientifico-amministrativi, è ufficiale già da qualche tempo, e dovrà essere approvata da Consiglio e Parlamento (procedura legislativa “ordinaria”); rimandiamo ai singoli documenti disponibili sul sito web la consultazione dei contenuti, e in particolare alla struttura dei sotto-programmi.

Ritornando al punto critico, e cioè all’allarme lanciato da Profumo, secondo il quale «se non cambiano le condizioni l’Italia rischia una perdita di 800-850 milioni di euro annui», ci si chiede se non siamo in presenza di un caso del ben noto (in sociologia della scienza) effetto di S. Matteo, in base al quale chi ha già di più – es. Regno Unito, Olanda, Paesi nordici, ma anche Francia e Germania – risulta avvantaggiato nella competizione, ed otterrà sempre più risorse, mentre chi ha di meno sarà giocoforza sempre più perdente. Questa è certamente l’opinione della gran parte della comunità scientifico-accademica italiana, ma il Ministro ha assunto un diverso approccio al problema, e ha dichiarato che si dovrebbero utilizzare i magri fondi nazionali per “allenarsi” ad Horizon 2020. Anzi, a questo fine ha già provveduto a modificare la concezione dei programmi PRIN e FIRB-giovani (“Futuro in ricerca”), alterandone le caratteristiche in modo da richiedere obbligatoriamente la formazione di partenariati e premiare (con appropriata definizione dei punteggi) i progetti più in linea con gli obiettivi del Programma Quadro Europeo; per ora il risultato è stato quello di suscitare vasto scontento per il nuovo formato “vessatorio” dei requisiti e delle procedure (ne abbiamo già scritto anche su “i Mille”).

Dal punto di vista della solerzia amministrativa, va chiarito che ricercatori e docenti universitari italiani sono quasi sempre in prima fila in fatto di presentazione di domande, per ciascun bando europeo: sono i risultati delle valutazioni comparative dei progetti ad essere insoddisfacenti. In una recente intervista alla Presidente dell’ERC Helga Nowotny, abbiamo perfino dovuto leggere, con riferimento ad un novello schema minore per synergy grants lanciato a favore di mini-consorzi, che si è verificato una specie di «“gesto di disperazione” da parte di un folto numero di candidati italiani, preoccupati degli effetti della crisi economica sui fondi nazionali per la ricerca di base», i quali hanno inondato gli uffici dell’Agenzia con una marea di proposte. La partita dei bandi ordinari dell’ERC, per gli italiani, è in realtà a due facce: vincono assai poco nella sezione Advanced Grants, e vanno decisamente meglio nei bandi per giovani, gli Starting Grants. Questi ultimi, però, riferiti in buona parte a progetti di ricerca da condurre in altri Paesi.

In quest’altra intervista, Nowotny riafferma il credo politico dell’ERC in materia di valutazione e di eccellenza; la dottrina prevalente circa le forme di sostegno ai Paesi meno dotati e meno competitivi fa tipicamente riferimento all’opportunità fornita dai fondi strutturali, attraverso i quali è possibile convogliare finanziamenti “generatori di potenzialità”, «capacity-building», anche nel settore della ricerca e dell’innovazione. Su questo punto, è ugualmente interessante notare come l’europarlamentare Lia Sartori, fresca presidente della Commissione Permanente “Industria, Ricerca ed Energia”, spinga proprio nella direzione di una maggior interdipendenza e correlazione fra questi diversi capitoli di finanziamento. Peraltro – ci tocca tristemente ricordare – l’Italia “va male” anche per l’utilizzo dei fondi strutturali: sempre su dei problemi nazionali si ricade.

Profumo, nel suo “appello sportivo” e con le scelte già effettuate, sembra aver proposto un metodo che non è necessariamente quello più proficuo per migliorare le prestazioni del sistema Italia nella gara europea. A nostro avviso sarebbe molto meglio strutturare il complesso dei programmi nazionali di finanziamento su uno schema isomorfo a quello del Programma Quadro, adottando analoghe regole amministrative e soprattutto di valutazione scientifica. E questo, ribadiamo, non significa affatto privilegiare la costituzione di “network domestici purchessia” o additare per la ricerca di base gli stessi macro-obiettivi che Horizon 2020 fissa per la ricerca “sulle grandi sfide scientifiche di rilevanza sociale” (che è solo una parte, e non il tutto).

Detto questo, ci rimane solo da ricordare che la Politica Europea della ricerca e dell’innovazione non si limita alla definizione del solo Programma Quadro – benché questa sia la più “succosa” – ma comprende tutta una serie di azioni che devono contribuire, a vari livelli, a strutturare un vero e proprio Spazio Europeo della Ricerca, ed una parallela Innovation Union, rispetto a cui ci auguriamo di vedere un’Italia più reattiva, ed un Governo più capace di marcare la propria presenza.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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