di Cristiana Alicata.

Le lezioni di Impolitica:
1) Traffico. Intervista a Carlo Ratti, si può risolvere il traffico a Roma?
2) Asili Nido. Intervista a Raffaella Napoli, l’asilo nido questo sconosciuto.
3) Cultura. Intervista a Christian Raimo, Roma cartolina o capitale della letteratura?
“Vi è […] un altro volto non nichilistico della politica ancora da esplorare ed è quello dell’impolitico. Che non è un ingenuo quanto impossibile ritrarsi dalla politica verso una dimensione ascetica, alternativa, ulteriore a quella politica: non c’è un altrove della politica, non ci è dato esiliarci da essa. L’impolitico è piuttosto una critica mista – come direbbero Wittgenstein e Simone Weil – della politica. Ovvero, la consapevolezza che la politica è temporalmente e spazialmente determinata, finita. È prendere atto che la politica, il suo fare, è senza fondamento. O meglio, che il suo fondamento, semmai, va ricercato, di volta in volta, nella prassi, nel suo quotidiano fare, a cui tuttavia la politica è destinata”. Da L’antipolitica: viaggio nell’Italia del disincanto di Giuseppe Cantarano. Donzelli Editore.
Da tempo mi interrogo su come si reinterpreta l’ascolto in politica. Un tempo, all’inizio della Repubblica, chi faceva politica aveva anche vissuto gli strati sociali e li rappresentava perché li incarnava. C’è una grande dialettica in questi anni su cosa veramente sia la Società Civile rispetto ai partiti e si contrappongono questi due insiemi come se non fossero l’uno parte dell’altro. Il mancato ricambio in politica e l’allevamento di polli dentro i partiti ha creato una professionalizzazione della politica ed anche un distacco rispetto alla vita quotidiana dei cittadini per un motivo banale quanto difficile da risolvere: l’esercizio della politica è sempre più ristretto e quindi sempre più aristocratico. Non esiste democrazia nella partecipazione. O fai politica o non la fai. Questa voragine viene riempita spesso dai movimenti che nascono su onde emotive, ma che si esauriscono e vengono cannibalizzati dal sistema partiti. I politici di oggi sono abituati ad ascoltare per categorie rappresentate, spesso da associazioni o sindacati che vivono la stessa crisi di partecipazione ed ascolto dei partiti stessi, con il risultato che chi parla non racconta esattamente come stanno le cose per incapacità e chi ascolta finisce quindi per avere un quadro distorto della situazione su cui agire.
Manca la politica che si mette con l’orecchio a terra, come facevano gli indiani. Che “sente arrivare” le cose, non le subisce e quindi interviene modellando le sovrastrutture sociali per accogliere i cambiamenti. Ma come si fa ad ascoltare davvero? E chi bisogna ascoltare? E chi dice che le persone che decidiamo di ascoltare siano davvero rappresentative della realtà che ci circonda e ci consentano di prendere decisioni che riguardano tutti?
Qualcuno risponderebbe che i partiti sono strutturati per questo. Ed è vero: distribuiscono deleghe tematiche e ci sono (ci dovrebbero essere) gli esperti del determinato settore.
Eppure in questa riduzione blindata, in questa professionalizzazione settoriale mi sembra che si perda qualcosa (e spesso si cade in contraddizioni corporativistiche), come se i pezzi non riuscissero mai ad avere una coerenza, una fluidità. Quel collante invisibile che mette insieme tutto e che rende la complessità dell’esistenza umana e il diritto alla felicità di tutti il vero obiettivo primario di chi fa politica. Ho deciso di uscire da una dinamica organizzata e semplicistica, direi confortevole, per entrare in un’ottica impervia, quasi anarchica. Più vicina alla mia natura di chi sopra ogni cosa scrive. Prima ancora di fare politica.
Così ho deciso di imbarcarmi in questa avventura tutta politica ed insieme assolutamente impolitica. Quella di rovesciare il mondo e creare un luogo dove è chi fa politica che intervista, è chi fa politica che si mette in gioco nella sua capacità di chiedere, nella sua curiosità. Non è detto che riuscirò a fare sempre le domande giuste e a tutte le persone che incontrerò chiederò come regola di farmi notare anche questo: le domande che non mi è venuto in mente di fare e che, non facendo, rischiano di dare un quadro incompleto del tema in oggetto.
Come si ascolta il respiro di una città come Roma, come si scovano i tumori che stanno per nascere e quelli che sono già guariti? Come si leggono i flussi umani, i bisogni reali, quelli da accudire davvero senza proclami, senza comunicati stampa che annunciano cambiamenti che poi non hanno alcun impatto sul nostro quotidiano?
Le lezioni di impolitica di questa rubrica parleranno di Roma. È qui che vivo ed è questa città che rappresenta la vera sfida italiana alla modernità. A Roma c’è tutto e non c’è nulla. Roma è tutto, ma le mancano tantissime cose per essere una metropoli del III millennio. È la sede della politica che istintivamente ci piace di meno, ospita il Vaticano, un altro Potere che si dispiega nella città in diverse forme, alcune meravigliose, altre inquietanti. È annidata e impenetrabile ed in alcuni tratti così banale e provinciale da fare male alle viscere. Capitale mondiale di cultura e nello stesso povera, poverissima, di strumenti culturali di diffusione, di quelle ramificazioni fruibili che sono fondamento stesso di una città. Insomma Roma va ri-fondata, ri-collocata dentro nuovi confini perché possa essere di nuovo sconfinata e non rattrappita sui propri antichi fasti e sommersa di cubature di cemento. Roma soffoca ed è malata, è coperta di polvere, come allergica a se stessa. In alcune ore del giorno e della notte si sente ancora quel respiro flebile che affascina ancora abitanti e passanti più di ogni altra città del mondo. Quello che vorrei è riuscire a fornire un racconto di essa, una mappa ai naviganti che serva a trovare i punti da toccare e da curare per farla tornare a respirare profondamente.
Le lezioni di Impolitica:
1) Traffico. Intervista a Carlo Ratti, si può risolvere il traffico a Roma?
2) Asili Nido. Intervista a Raffaella Napoli, l’asilo nido questo sconosciuto.
3) Cultura. Intervista a Christian Raimo, Roma cartolina o capitale della letteratura?
Si ringrazia Claudia Margaroli per la realizzazione del logo.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti



