La tragedia del Mali. Se il Sahara s’incendia

di Federico Martire.

Le Mali confronté aux sanctions et à l'avancée des rebelles islamistes, di Magharebia

Le Mali confronté aux sanctions et à l'avancée des rebelles islamistes, di Magharebia

Nel quasi totale disinteresse concreto della comunità internazionale, il 21 e 22 marzo scorso l’esercito maliano guidato da Amadou Sanogo e Amadou Konaré ha messo in atto l’ultimo, in ordine cronologico, colpo di Stato della travagliatissima storia africana, rovesciando il governo del presidente Amadou Toumani Touré (ATT per i maliani). Con un attacco che ha interrotto 20 anni di democrazia nel paese sub sahariano e che ha preceduto di circa un mese le prossime elezioni – cui ATT aveva già promesso di non ricandidarsi – provocando una pericolosissima reazione a catena nell’area.

Questo perché dall’inizio dell’anno nel nord del Mali (a maggioranza arabo-berbera di religione islamica) è in corso una ribellione armata guidata dai Tuareg del Movimento di Liberazione Nazionale dell’Azawad e dal gruppo jihadista Ançar Dine contro l’esercito e lo Stato maliano. I ribelli – secondo molti supportati da Al Qaeda – hanno rapidamente occupato le principali città della regione (Gao, Kidal, Tessalit e Timbuctù) mettendo letteralmente in fuga i soldati del Mali e arrivando persino a dichiarare l’indipendenza dell’Azawad. Il colpo di Stato a Bamako guidato dall’esercito aveva, nelle intenzioni dei golpisti, l’obiettivo di ristabilire l’ordine nel paese, riportando sotto il controllo di Bamako le terre del nord dopo mesi di frustrazioni e sconfitte. Così però non è stato, e l’avanzata dei ribelli appare inarrestabile, soprattutto dopo l’ultima offensiva di inizio aprile.

Il colpo di Stato e la successiva avanzata tuareg hanno provocato reazioni tutto sommato prevedibili e quasi deboli da parte delle grandi potenze internazionali: l’atto più duro deciso da Stati Uniti, Unione europea e Francia – la sempre influente ex potenza coloniale – è stata la minaccia della sospensione degli aiuti umanitari (e militari) in favore del paese africano. La reazione più decisa, e forse più pericolosa, è arrivata invece dall’ECOWAS  (l’organizzazione economica che riunisce gli Stati dell’Africa occidentale) che, timorosa della potenziale replica di golpe in altri paesi della zona, ha alzato la voce parlando addirittura di intervento militare.

Tutto questo perché, probabilmente, il colpo di Stato in Mali non preoccupa più di tanto la comunità internazionale: il Comité national pour le redressement de la democratie et la restauration de l’Etat che guida attualmente il Mali non sembra minimamente in grado di condurre il paese, ma appare più come un gruppo di militari male attrezzati e stufi dell’atteggiamento buonista e permissivo di ATT nei confronti dei ribelli del nord.

Ecco, i ribelli del nord. Proprio l’avanzata dei tuareg verso Bamako – per quanto dipinta come una lotta di liberazione nazionale che, nelle parole dei leader, non si estenderà oltre i confini dell’Azawad – potrebbe avere conseguenze molto gravi anche al di fuori dei confini del Mali e potrebbe provocare effetti anche nel nord del mondo. L’Azawad, infatti, si estende anche in Niger e Algeria meridionale: se i ribelli avessero successo, così come sta avvenendo, potrebbero estendere l’offensiva anche in questi due paesi. E, in considerazione della evidente componente jihadista che sembra essere maggioritaria tra i ribelli tuareg, la cosa potrebbe essere piuttosto delicata soprattutto per l’Algeria dove, peraltro, la primavera araba sembra essere scoppiata nuovamente e dove gli islamisti radicali preparano la scalata al potere.

Quindi, ecco perché occuparsi di un paese povero e privo di risorse come il Mali. In Italia, in cui spicca il silenzio del ministero degli affari esteri, si sembra essere interessati solo al potenziale esodo di emigrati dal Sahel verso le coste nordafricane e da lì a Lampedusa. Ma le conseguenze del conflitto in Mali potrebbero essere ben peggiori: se l’ECOWAS confermasse l’intenzione di intervento militare tanto a Bamako (contro i golpisti) come nel nord (contro i ribelli), il rischio di esplosione della polveriera sub sahariana sarebbe quasi una certezza, con il concreto rischio di consegnare varie aree della regione (e magari anche il governo di Bamako) agli integralisti islamici.

Nelle mani delle cancellerie occidentali il dossier, pertanto, scotta. Se da un lato si esclude fermamente l’intervento militare diretto, non si può neppur pensare di lasciare l’assunto in mano all’ECOWAS, un’associazione che economicamente ha permesso grossi progressi nell’area, ma che paga una carenza di esperienza e di poteri diplomatici preoccupante nella gestione di un caso così spinoso.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

7 Commenti

  1. Alan

    La Libia è la chiave di tutto. La caduta di Gheddafi ha obbligato i Tuareg a rifugiarsi nelle zone desertiche limitrofe, e questo ha provocato pressioni soprattutto in Mali dove la situazione economica è a dir poco disastrata a causa dei sussidi europei all’agricoltura. Il Mali fino a poco tempo fa stava vivendo un momento di crescita economica quasi celestiale: i contadini e gli allevatori uscivano dalla sussistenza, le prime cooperative agricole e non cominciavano a produrre utili e lo stato veniva presentato come modello per i mercati subsahariani. Poi il crollo del prezzo delle derrate alimentari, dovuto soprattutto al potenziamento degli incentivi europei all’agricoltura, ha devastato totalmente il fragile sistema. Per non parlare degli “aiuti” esportati, ad esempio i pomodori o le arance europee che dovrebbero andare al macero: il contadino produce i pomodori e li vende a 1, i pomodori europei grazie ai sussidi costano 0,8 e quelli che erano destinati al macero 0,1. Ovviamente quel contadino non può far altro che morire come venditore.

  2. Federico Martire

    Alan, tutto vero. Il Mali stava iniziando a camminare sulle sue gambe grazie soprattutto al microcredito ma la PAC ha mietuto un’altra vittima.

    Ed è vero anche quanto asserisci sui Touareg libici, che danno manforte agli indipendentisti dell’Azawad. Tuttavia qui volevo analizzare le conseguenze della crisi maliana, con particolare riferimento all’Algeria, la cui primavera può essere in fase embrionale, in queste settimane.

  3. stradedifrancia

    Qualche considerazione:

    - Lasciamo la PAC di lato. Il peggio è passato (aiuti all’esportazione). Il problema della sicurezza alimentare del Sahel (Niger, Mali, Chad) è legato oltre che a fattori politici (instabilità regionale) e fattori logistici (cattiva gestione degli stock ecc.). La PAC oramai non è più la prima imputata almeno in quel caso.

    - La chiave di volta è il conflitto libico è vero, con il ritorno dei Tuareg armati in patria Ma questo va aggiunto l’annoso problema della regione dell’Azawad. Dall’indipendenza in poi a Bamako hanno fatto orecchie da mercante davanti le richieste dei Tuareg. Quelli chiedevano autonomia e gli altri dicevano no od al massimo dicevano sì e poi facevano finta di niente.

    - Alcuni legano la questione tuareg ad una questione di povertà (soldi). Una minoranza tuareg vive anche nel Sud dell’Algeria, ma gli algerini sembrano aver gestito meglio la questione. Pare infatti abbiano trovato degli accordi e così hanno deciso di investire in infrastrutture locali (acquedotti, ecc.). Pare che questo abbia accontentato i dignitari tuareg algerini. In Mali invece nulla.

    - Il Sahara è una specie di oceano che nessuno può controllare completamente. In questo oceano si muovono corsari e pirati. Alcuni saccheggiano per ideologia, altri per soldi.

    - Come spiega Federico, l’Azawad è ora in mano ad una nebulosa di guerriglieri, alcuni islamisti ed altri tuareg. Pare che la salsa non reggerà ed i due gruppi saranno destinati a scontrarsi. Uno Stato costruito in queste condizioni quanto potrebbe reggere? E soprattutto uno stato costruito sul solo deserto quanto potrebbe reggere l’urto dei pirati del Sahara?

    - Gli Europei sono stati con la coda tra le gambe: 1) perché UK +FR sanno benissimo che quello che sta succedendo è legato al pasticcio libico; 2) perché non si sono i soldi. altro che primato europeo! Si vocifera che l’esercito francese ha speso così tanti soldi per la missione in Libia che per i prossimi 5 anni dovrà stare a stecchetto.

    - E quindi? La questione deve essere risolta in chiave Africana (UA ed ECOWAS). Gli europei possono limitarsi ad un appoggio. Al di là di quanto succederà fra gli indipendentisti tuareg e jihadisti, bisognerà spingere Bamako ad un compromesso (sulla scia di quello trovato dagi algerini). Soldi e diritti insomma.

  4. Federico Martire

    @SdF

    - La PAC non sarà la prima colpevole, ok, ma proprio candida ed innocente non è…

    - Tutto vero quanto dici, soprattutto riguardo lo ‘spingere Bamako ad un compromesso’, ma ci sono due osservazioni in merito:
    1) vedremo quanto gli accordi algerini reggeranno, l’impressione è che al sud i touareg si stiano riorganizzando, sulla scia di quanto succede in Azawad;
    2) il Mali, in questo momento, è retto da un gruppucolo di militari disorganizzati, incapaci di governare e stanchi del conflitto al nord del paese: come posso mediare? e con che risultati? il governo golpista di Bamako non è in grado di negoziare, in questo momento, ma lasciare l’ECOWAS ad agire per loro significherebbe cedere sovranità e, di fatto, cedere il potere facendo ulteriormente cadere il paese nel caos, un po’ come successo con la Mauritania circa 10 anni fa o, in maniera ancora più drammatica, tra Sudan e Sud Sudan (per la cronaca, venti di guerra soffiano anche su quel confine, tanto per non farci mancare niente…).

    Ultima notazione in riferimento a chi è in mano l’Azawad ora: Al Jazeera English ha pubblicato poco fa questo video di combattenti del MLNA che proclamano la Repubblica islamica: http://www.aljazeera.com/video/africa/2012/04/201241311011547337.html?utm_content=automate&utm_campaign=Trial6&utm_source=NewSocialFlow&utm_term=plustweets&utm_medium=MasterAccount

  5. Federico Martire

    E poi, come se l’ECOWAS non ne avesse abbastanza, anche in Guinea Bissau c’è stato un colpo di Stato (pare): http://www.liberation.fr/monde/2012/04/13/la-guinee-bissau-quadrillee-par-larmee-le-sort-du-premier-ministre-incertain_811445

  6. stradedifrancia

    A Bamako le cose si stanno sistemando poco a poco: la giunta ha mollato in cambio delle dimissioni del presidente. a seguito di queste dimissioni, e conformemente alla costituzione, il presidente della camera dei deputati è stato nominato nuovo presidente della repubblica. un passo avanti insomma. Ora rimane “solo” il problema dell’Azawad. Certo non è roba da poco.

    Quale che sia l’esito del processo in Azawad (temo che ci scappi una guerra tra Tuareg ed islamisti) a Bamako dovranno smettere di fare i furbi: devono concedere autonomia e diritti all’Azawad e seguire l’esempio algerino (a Bamako non hanno i mezzi per imitare il gioco ambiguo del Marocco in Sahara Occidentale, altro caso dove nulla si muove).

    Il Mali dovrà quindi essere guidato dall’UA e dai king player locali africani (Ghana, Africa del Sud, ecc.). Con un’eventuale mediazione algerina.

    La diplomazia non africana potrà aiutare ed assicurare sicuramente un appoggio tecnico-logistico, ma il grosso del processo dovrebbe essere guidato dagli stessi africani (niente neo-colonialismi insomma, anche perché in Europa non abbiamo più i soldi….).

    Certo l’ECOWAS non va lasciato solo altrimenti tutto deraglia, (ovvero “va a pu**ane”), ma allo stesso tempo neanche possiamo pensare che gli africani sono incapaci (in Costa d’Avorio ce l’hanno fatta, certo c’è voluto tempo…).
    Ripeto: ci vuole una mediazione africana con eventuale appoggio esterno (consulenza diplomatico-militare).

    Infine ATTENZIONE: non bisogna confondere il MLNA con Ançar Dine. Gli uni non riconoscono gli altri. Una dichiarazione fatta da Ançar Dine non equivale ad una del MLNA.

  7. Federico Martire

    Vero, i golpisti si sono ritirati, mi ero perso la notizia, stamattina. mea culpa. E ho pure sbagliato a scrivere il riferimento al video: è Ançar Dine (c’è pure scritto…) non il MLNA: a voler fare le cose di fretta…comunque nel pezzo cito entrambi – MLNA e Ançar Dine – perché entrambi sono implicati nel conflitto, ancorché su piani diversi, il che aggiunge benzina al fuoco, ma senza ‘mischiarli’: spero che questo risulti chiaro e che non sia fonte di equivoci per chi legge.

    Concordo sulla mediazione africana con eventuale appoggio esterno (ONU?), ma solo dopo le elezioni in Mali, a questo punto. Certo, bisognerà capire come ne uscirà il paese. Comunque, non era mia intenzione dire che gli africani sono incapaci: al contrario, spesso le ingerenze delle ex potenze coloniali hanno fatto più danni che altro. La mia preoccupazione riguarda un paese sprofondato nel caos, il Mali, che è in questo momento in uno stato di sostanziale ingovernabilità e le ‘minacce’ di intervento militare dell’ECOWAS: a parte che non è nelle sue competenze, rischierebbe di innescare una miccia in vari altri paesi dell’area, che già tranquilla di suo non è.

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