Fotovoltaico: è tempo di frenare?

di Massimiliano Lincetto.

"Solarpark Thüngen" di OhWeh

C’era una volta il sogno delle energie rinnovabili. Anni fa immaginavamo, in un futuro più o meno lontano, un mondo in cui sole e vento ci avrebbero regalato tutta l’energia pulita di cui abbiamo bisogno. Oggi, anche non possiamo dire che quel futuro sia arrivato, le  rinnovabili sono tra noi ed iniziano ad avere un ruolo importante sul bilancio energetico di molti paesi europei, Italia inclusa.

Seguendo vari dibattiti sul tema ho maturato l’impressione che da quel sogno molti non siano ancora usciti. Vedo molti sostenitori delle rinnovabili sorprendersi del fatto che sostenerle comporti dei costi non indifferenti (gli oltre cinque miliardi di euro l’anno di incentivi per il fotovoltaico qualcuno dovrà pur pagarli). Vedo altri sostenitori “a parole” delle rinnovabili scandalizzarsi del “territorio rubato” (a chi? a cosa?) dai campi fotovoltaici, neanche fosse un mistero che le rinnovabili abbiano bisogno di superficie per raggiungere capacità significative.

È ora, insomma, di fare i conti con la realtà. Il punto della situazione l’ha fatto Filippo Zuliani nel suo ultimo articolo: le rinnovabili hanno oggi un peso importante e impattano significativamente sul bilancio dell’energia elettrica, al punto che la loro integrazione nel sistema elettrico è divenuta una sfida cruciale.

Mi permetto di dare, con un rapido calcolo, un’idea di massima degli ordini di grandezza in gioco. Prendiamo due dati di immediata interpretazione:

  •  il contatore del GSE riporta un costo annuo corrente di 5,6 miliardi di euro, per la sola incentivazione del fotovoltaico.
  •  Terna riporta, per il 2010, un consumo di energia elettrica di 330 TWh complessivi.

Una semplice divisione porge circa 1,7 centesimi di € “in più” per ogni kWh consumato, numero che potete facilmente confrontare con il costo del kWh della vostra bolletta. Un altro fattore da tenere in considerazione è che in periodi di recessione economica il consumo complessivo di energia elettrica diminuisce mentre il costo dell’incentivazione rimane costante (o cresce), assumendo un peso in percentuale maggiore.

Naturalmente, il costo dell’incentivazione va giudicato nel suo contesto, alla luce dei benefici per leconomia che ne derivano e delle esternalità positive generate dalla produzione di energia pulita e dal minore uso di combustibili fossili. La discussione sui costi è, com’è evidente, questione complicata, motivo per cui mi arrabbio quando vedo Legambiente che gioca con i numeri per far credere che il problema non sussista. Perché, va detto, non si tratta di decidere se possiamo sostenere i costi attuali, ma se siamo disposti ad aumentarli in maniera significativa.

Ci troviamo a dover fare una scelta importante, ovvero decidere quanto e in che modo vogliamo spendere ancora nei prossimi anni per lo sviluppo delle rinnovabili nel nostro paese. Lasciamo da parte, quindi, la propaganda e cerchiamo di farci un’idea su quelle che sono le variabili in gioco. Personalmente, adesso che l’Italia è il secondo paese al mondo per potenza fotovoltaica installata, ritengo che gli investimenti dovrebbero spostarsi sull’eolico, sostanzialmente meno costoso a parità di energia prodotta. Inoltre, è plausibile che il regime di incentivazione attuale stia rallentando la discesa dei prezzi, rallentando la corsa del FV verso la grid parity. Il problema, per converso, è che un ridimensionamento degli incentivi potrebbe incidere pesantemente sulla vita delle imprese che sono nate e cresciute attorno a questo settore. Gli incentivi sono, in pratica, diventati dei veri e propri sussidi.

Se guardiamo ai produttori, ci rendiamo conto che la discesa dei prezzi evidenzia l’insufficiente competitività della produzione locale rispetto a quella estera, all’origine di una crisi ben raccontata da Il Sole 24 Ore. E non siamo soli, la stessa identica cosa sta accadendo in Germania. Per gli installatori il discorso è un po’ diverso: il prezzo di competenze e manodopera tende a rimanere costante (o comunque non può comprimersi più di tanto), quindi il prezzo di un’impianto chiavi in mano dipenderà prevalentemente dal prezzo di pannelli ed elettroniche. In questi termini, una riduzione dell’incentivazione porterebbe alla riduzione della domanda, a meno che i prezzi dei materiali non scendano di conseguenza (cosa che potrebbe succedere, ma difficile stimare di quanto e in che tempi).

Qui però va fatta una considerazione importante: la domanda di piccoli impianti tenderà, incentivi o no, a saturarsi, visto che il numero di famiglie con la possibilità (logistica ed economica) di poter montare un impianto sul tetto non può crescere indefinitamente. Resteranno quindi i grandi impianti, realizzabili solamente da soggetti con sostanziali possibilità di investimento e/o di accesso al credito. Gli incentivi rischiano quindi di trasformarsi in un canale che trasferisce ricchezza a tali soggetti economici: siamo sicuri di voler proseguire su questa strada? Infine, va notato che il costo dei grandi impianti si avvicina spesso all’ordine di grandezza dei costi degli impianti eolici, fonte che a parità di energia prodotta è meno costosa (e quindi incentivabile con minore spesa).

Si delineano quindi due scenari:

  1. mantenere il regime di incentivazione attuale, con dei costi non indifferenti che peseranno sulle bollette delle famiglie e sulle produzioni industriali, con conseguente effetto inflattivo.
  2. ridimensionare significativamente il regime di incentivazione, con il rischio di mettere in crisi un intero settore, con conseguenti effetti negativi in termini occupazionali.

Entrambi gli scenari sono poco auspicabili in un momento di crisi economica come quello che stiamo attraversando. Una possibile soluzione consisterebbe nello spostare parte dei costi dell’incentivazione sulla fiscalità generale, con un qualche tipo di imposta fortemente progressiva che non penalizzi ulteriormente le famiglie. Anche questa via però sembra di difficile realizzazione, specie se andiamo ad analizzare la distribuzione degli aumenti di pressione fiscale legati alle ultime manovre economiche.

E qui ci scontriamo, inevitabilmente, con la politica economica intrapresa dalla governance dell’eurozona. Una rimodulazione degli incentivi è infatti auspicabile, ma richiede compensazioni e margini di manovra (leggasi spesa pubblica) che l’attuale politica economica europea, all’insegna dell’austerità, non permette di mettere in pratica.

L’Europa deve rendersi conto che lo sviluppo delle rinnovabili non solo non può prescindere dalle politiche di crescita, ma può e deve esserne una delle basi. Senza un policy shift che metta al centro la crescita, purtroppo, non si va da nessuna parte.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti