Così noi startupper cambieremo l’Italia

di Arianna Bassoli.

Di Simon Greig (xrrr)

Questa è la storia di una che crede che ora sia il momento di tener duro, perché in Italia è in atto una rivoluzione delle startup che va coordinata e gestita dall’interno.

La mia personale relazione col mondo startup ha simbolicamente inizio nel 2003. Lavoravo al Media Lab Europe di Dublino (il partner europeo del MIT Media Lab) come interaction designer ormai da due anni e il mio ultimo progetto, tunA, era appena finito su Wired.com e SlashDot.

tunA era un software per IPAQ (nel mondo pre-iPhone) che permetteva di ascoltare la propria musica, vedere gli utenti nel raggio del wifi e collegarsi per godere della loro selezione musicale: una mobile socialradio. Lì per lì mi risultava già difficile cercare di capire cosa stesse succedendo in quei 15 minuti di fama, quando un venture capitalist di Boston mi chiama e mi dice: vuoi dei soldi per aprire una startup?

Le sue parole mi attraversano il cervello come fosse rumore. Una startup? Sapevo a malapena il significato della parola. L’Internet Bubble era scoppiata all’inizio del nuovo millennio ma già un paio d’anni dopo si cominciava a sentire aria di ripresa: stavano nascendo i primi servizi Web 2.0.

Io però me ne stavo comoda nel mondo della ricerca, dove si pensava a come la realtà informatizzata sarebbe stata dieci anni dopo, non in quel momento.

Una volta terminata la magica esperienza del Media Lab Europe sono finita a fare un dottorato in Information Systems alla London School of Economics, sempre concentrandomi sulla ricerca nell’ambito delle nuove interfacce mobile del futuro in contesti urbani.

Ma quella parola, startup, continuava a ronzarmi in testa. Durante questo periodo ho incontrato Johanna Brewer, che stava facendo un dottorato simile al mio in California (UCI), e abbiamo cominciato a lavorare insieme su un progetto di design: undersound. Si trattava di un servizio musicale progettato per l’Underground di Londra, grazie al quale i musicisti potevano “lasciare” le loro canzoni nelle stazioni e i passeggeri scaricarle e condividerle via mobile, per poi osservare i viaggi virtuali delle canzoni sui display nelle stazioni.

Un progetto sulla carta che non è mai stato realizzato ma, di nuovo, un buon riscontro di media e soprattutto un segnale importante per me e Johanna. Lavoravamo bene insieme, eravamo entrambe appassionate di musica e ci eravamo stancate di progettare servizi che poi rimanevano prototipi o idee intrappolate nel confine della ricerca senza mai vedere la luce del sole.

Così, mentre finivamo il dottorato abbiamo cominciato a buttare giù idee per un servizio che potesse essere lanciato sul mercato. In poche parole, una startup: avrebbe avuto a che fare con la musica, naturalmente. In particolare, la musica dal vivo. Volevamo realizzare un servizio internazionale ma anche molto local, dove fan, musicisti, promotori e locali potessero condividere i loro concerti e incontrarsi, dialogare. Un servizio che fosse cutting-edge e con uno sguardo verso il futuro (geolocalizzato, con un’esperienza mobile di base), utilizzabile anche da chi è nell’ambiente musicale ma non è necessariamente pratico del Web 2.0.

Passare da una visione a lungo termine stile ricerca a una comprensione di quale fosse un prodotto fattibile in tempi brevi e utilizzabile da un mercato “contemporaneo” è stata sicuramente per noi una delle imprese più ardue.

Mentre definivamo il progetto, abbiamo cominciato a cercare soldi ed è successo il miracolo. L’advisor di Johanna conosceva Joi Ito e ce l’ha presentato. A lui è piaciuta l’idea e ha deciso di investire. Ci sono voluti mesi naturalmente, ma è sembrato tutto molto veloce e improvviso. E così è nata frestyl, la nostra startup, nel 2009.

Poteva nascere a Londra, palpitante di concerti underground, dove già abitavamo. O a New York, nella patria di Johanna, vicino a dove avevamo la sede della nostra società, Delaware. O a San Francisco, dove Ito poteva offrirci un network infinito di contatti. Alla fine, con il seed che ci dava, potevamo permetterci il lusso di decidere dove andare. E invece siamo finite a Roma.

Lo ammetto, dopo circa otto anni passati all’estero, l’Italia mi mancava. La vedevo da lontano mentre si inabissava nei suoi mille problemi e, non so perché, mi è venuta voglia di imbarcarmi sopra questa nave che sembrava andare alla deriva. Mi dicevo che forse avrei potuto portare a casa qualcosa, che forse le cose sarebbero andate meglio. La Silicon Valley non attirava né me né Johanna, soprattutto dopo aver trascorso entrambe un bel po’ di tempo nell’ambiente hi-tech californiano. Tanta energia, ma anche molte idee tutte uguali, altissima competizione, ritmi troppo serrati.

Da subito a Roma ci siamo messe all’opera per vedere chi altro fosse nel deserto dei Tartari insieme a noi, startupper in fasce. Abbiamo iniziato a organizzare eventi sotto il nome Upstart Roma e abbiamo conosciuto tanta gente con un entusiasmo ineguagliabile. Da qui è nata una serie di sorprese. Il gruppo di Upstart ha cominciato a crescere – uno degli spin-off è stato il gruppo di Italian Startup Scene (ISS) su Facebook – e anche la gente interessata all’evento si è moltiplicata in fretta.

Volevamo diversificarci rispetto ai trend e la mentalità della Silicon Valley, esplorare un nuovo mercato in crescita. E io volevo tornare a casa.

Poi, i componenti del gruppo hanno cominciato a stancarsi dell’inerzia italiana e sono fuggiti all’estero: Londra, San Francisco, Australia. A Roma siamo rimaste solo io e Johanna, ormai vista come un alieno che aveva scelto di atterrare sul pianeta sbagliato.

Intanto però un meccanismo si era innescato, e non solo grazie a noi. Anzi, dopo aver passato circa un anno e mezzo nella fase mi-chiudo-in-casa per lanciare una versione beta di frestyl, quando abbiamo riaperto le porte al mondo esterno abbiamo trovato che gli eventi startup si erano moltiplicati un po’ dappertutto: a Roma, a Milano, a Bologna e in tante altre città.

Il gruppo ISS era esploso e il tema startup aveva cominciato ad apparire su tutti i giornali, comprese le testate principali. Ora, è sulla bocca di tutti. È scoppiata una moda. Di quelle che noi italiani sappiamo creare e alimentare ad occhi chiusi. E che ci lanciano all’improvviso all’interno di un tornado di forza inestimabile dagli effetti altrettanto sconosciuti.

Ci sono, senza dubbio, diversi aspetti positivi. Sta crescendo la consapevolezza che la scena startup italiana esiste e si muove con estrema velocità. Sta aumentando il numero delle startup, così come anche la loro qualità. Anche i non addetti ai lavori si stanno rendendo conto che in Italia ci sono giovani (e non solo) che reagiscono alla crisi inventandosi una strada nuova, creandosi il proprio posto di lavoro, incanalando energie e creatività nelle idee in cui credono. Persino la politica non può più ignorare questo fenomeno e comincia a mobilitarsi per capire quali sono gli ostacoli che ancora ne bloccano lo sviluppo.

Da febbraio lavoro al Miur nel nuovo think tank tecnologico che ha voluto il ministro Francesco Profumo e sto cercando di seguire, tra le altre cose, i provvedimenti istituzionali in ambito startup perché naturalmente l’argomento mi sta molto a cuore. Posso assicurare che c’è interesse, c’è fervore, penso che qualcosa si stia muovendo.

Ma il cambiamento della scena startup italiana è principalmente un movimento dal basso e lo si percepisce dall’entusiasmo che emana. Niente è dato per scontato e gli startupper lo sanno.

Sanno che non sono nel posto ideale per fare quello che fanno, si danno da fare per capire come muoversi, hanno voglia di riuscirci e hanno l’umiltà di chiedere aiuto. Sono stata invitata allo Startup Weekend a Trento un paio di settimane fa e ancora una volta gli startupper mi hanno colpito. Di loro iniziativa tutti i gruppi di lavoro sono venuti da me e dagli altri speaker a chiederci di dar loro un feedback, di far loro una critique dell’idea e di suggerire delle dritte per migliorarla. Avevano chiaro quello di cui avevano bisogno, pur essendo alle prime armi.

In Italia non si può dare per scontato, come in Silicon Valley, che fare una startup sia un’alternativa valida e quasi naturale a cercarsi un lavoro fisso e che ci sono alte probabilità di essere finanziati.

Qui bisogna ancora lottare per capire da che parte iniziare, per trovare finanziamenti, per far capire al resto del Paese che si esiste, per farsi notare nel panorama internazionale. Noi italiani siamo forse un po’ pigri, ma siamo anche molto creativi e capaci e se ci mettiamo in testa di riuscire, lo sappiamo fare bene.

Lo scorso ottobre ho presentato frestyl a Seedcamp a Praga e quando ho chiesto agli organizzatori se avevano in programma di fare un evento in Italia, visto che ormai ne organizzano quasi in tutti gli stati europei, ci è mancato poco che scoppiassero a ridere. Non credo, non è che ci sia molto in Italia, mi hanno risposto. Lo scorso dicembre è comparso un articolo su TechCrunch intitolato “Shock Horror! Berlin VC Invests In Italian Startup. Is This The Start Of Something?” a proposito di una startup italiana, Cibando, che aveva ricevuto finanziamenti tedeschi.

Nel frattempo però, oltre a questo caso, altri eventi hanno portato all’attenzione internazionale il panorama startup italiano: Mopapp vince Seedcamp a Berlino, Beintoo vince la startup competition di LeWebMashape ottiene fondi da Google e AmazonDoochoo entra a StartupChileTimbuktu nella 500startups di Dave McClure, e non finisce qui. Un paio di settimane fa ho mandato un’email agli organizzatori di Seedcamp chiedendo di nuovo se avevano in programma un evento in Italia: “abbiamo visto che la scena sta crescendo molto, ci stiamo pensando seriamente”, mi hanno detto. Sono passati poco più di cinque mesi.

Poi, naturalmente, ci sono anche gli aspetti negativi della “moda startup”. Aumentando il numero di startup cresce anche la competizione per i finanziamenti, ancora scarsi rispetto a quelli disponibili in paesi dove l’ecosistema startup è già radicato, come Inghilterra e Stati Uniti. Le storie di successo che appaiono sui giornali cominciano a dare l’idea che questo mondo sia tutto rose e fiori, molto più semplice di quello che realmente è.

Che fare una startup possa portare con pochi sforzi a ottenere utenti, soldi e visibilità, cose tutt’altro che scontate. E che se c’è il successo iniziale allora è fatta, si è vinto l’enalotto. Ma poi la startup deve crescere, e quando cresce ci sono alte probabilità che fallisca.

Siamo pronti al fallimento? Siamo pronti a rischiare, a fare la fame, per poi dover buttare tutto via e ricominciare daccapo? Perché spesso è questo quello che vuol dire fare una startup.

E si rischia di bloccare tutto il circolo virtuoso innescato al primo ostacolo, di far esplodere la bolla ancora prima che si sia ingrandita.

Oltre a questo, come da buona tradizione italiana, c’è anche la tendenza allo sviluppo caotico, alla dispersione di risorse. Tutti si adoperano per organizzare i propri eventi, lanciare iniziative diverse, aprire portali specializzati, creare network di settore, sviluppare progetti e visioni in ambito startup. Ogni giorno nasce qualcosa di nuovo, e l’informazione sempre di più si perde nel vuoto.

Questo si unisce al decentramento territoriale italiano che porta alla difficoltà di identificare un centro fisico che si possa definire come startup hub, così come possono esserlo San Francisco, Londra, Berlino. E culmina con la costante fuga di molte delle startup più valide all’estero, in cerca non solo di finanziamenti ma anche di un ambiente più startup-friendly. Come biasimarli. Però tutto ciò crea forze centrifughe che non ci permettono di portare avanti un fenomeno unico e coerente. Di creare dei punti di forza riconoscibili, di costruire qualcosa di grande e davvero potente.

Non posso ancora dirmi un’esperta di startup, ma ecco come la vedo io. Cerchiamo per una volta di lavorare insieme per creare un ecosistema che sia sostenibile, cerchiamo di portare avanti un programma di grande respiro e univoco, anziché cento piccoli e frammentati. Aldilà degli effetti a lungo termine ancora sconosciuti, il Cile è riuscito in pochi anni, grazie al programma StartupChile, a farsi riconoscere a livello mondiale come il principale startup hub del Sudamerica.

È riuscito a far parlare di sé ripetutamente su TechCrunch e altre testate influenti. Ha attratto startupper, investitori e mentor da tutto il mondo, dando loro incentivi non solo per rimanere per la durata del programma (tre mesi) ma per trasferirsi in modo permanente. Proviamo a fare un programma simile, adatto alle peculiarità e necessità della situazione italiana.

Elaboriamo pochi obiettivi, ma ben precisi, e portiamoli avanti in modo coerente, concentrando lì tutte le nostre forze. Impacchettiamo il tutto con un piano di marketing ben fatto e vendiamocelo ovunque, cominciando a far parlare un po’ più di noi.

Apriamoci e collaboriamo. Gli startupper più esperti devono imparare a condividere quello che hanno imparato con quelli che sono alle prime armi, e tutti magari aprire i propri uffici per scambiarsi idee e affrontare problemi comuni, come succede a New York o in altre città che si sono affermate come punti di riferimento per le startup.

Qui a frestyl abbiamo un ufficio piccolo ma ultimamente abbiamo organizzato aperitivi e incontri per rubisti. Ed è stato semplice e bello avere gruppi di persone con cui confrontarsi. Ci manca avere più rapporti giornalieri con altri startupper, designer e programmatori qui a Roma, anche se sappiamo che ci sono, e sono sempre più numerosi e interessanti. Ci piacerebbe visitare tutti gli uffici delle altre startup regolarmente e trovarci in modo anche informale più spesso.

Andiamo all’estero per imparare, allarghiamo il nostro network, organizziamo eventi di respiro internazionale (vedi Mind The Bridge), ma poi torniamo, riportiamo tutto a casa e usiamo le nostre conoscenze qui in Italia, se vogliamo che cambi qualcosa.

E così come gli startupper dimostrano la consapevolezza di aver bisogno di aiuto, anche gli investitori, i politici, gli opinion leader devono avere l’umiltà di capire che forse da soli non ce la possiamo fare. Che forse abbiamo bisogno di chi ha più esperienza di noi. Invitiamo gli esperti mondiali, gli italiani che si sono fatti le ossa all’estero nell’ambiente, diamo loro sempre più occasioni per venire, darci consigli, far veder loro cosa sta succedendo qui.

Cerchiamo di incentivare gli investitori esteri a portare capitali in Italia e i mentor ad accompagnare gli startupper in questo viaggio pieno di ostacoli. Diamo buoni motivi ai vari Dave McClure, Joi Ito, Fred Wilson per passare un po’ di tempo in Italia. Facciamo di tutto per attirare Seedcamp e altri eventi internazionali, supportiamo un movimento centripeto, per una volta.

Io non ho voglia di lasciare di nuovo l’Italia per trasferirmi permanentemente a San Francisco, o a Berlino, come mi suggeriscono in molti. Ho voglia di rimanere qui, anche se ogni giorno c’è un motivo diverso per cui me ne andrei. Ma questo è il mio paese e mi piacerebbe che cambiasse. E penso che stia cambiando, penso che questo sia il momento giusto.

Anche se ho paura che basti pochissimo per incanalare tutta questa energia nella direzione sbagliata e sprecarla, o lasciarla fuoriuscire. Forse dobbiamo fermarci un attimo per capire cosa sta succedendo, fare un punto della situazione, fare un piano e farlo insieme. La rivoluzione si fa dall’interno, non da fuori. E ce la possiamo fare, io ci credo. All’estero, vorrei non doverci tornare.

Anche pubblicato su chefuturo.it

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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