Presidenziali francesi. Se vincesse Hollande

a cura della redazione Europa Mondo.

Foto by @almostbelgian

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Se prima era chiaro ora è certo: i candidati che si affronteranno al ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi sono Nicolas Sarkozy e François Hollande. iMille hanno deciso di prestarsi ad un esercizio di fantapolitica, provando ad immaginare cosa accadrebbe in caso di vittoria dell’uno o dell’altro. Dopo aver ipotizzato la vittoria di Sarkozy, in questo secondo post è il turno di Hollande.

Dietro gli occhiali a montatura leggera balena uno sguardo inedito. Gli occhi che assaporano la folla raccoltasi a Place de la Bastille, come trent’anni fa alla notizia del trionfo di François Mitterand, si velano di autocompiacimento, civetteria, forse vanità.

François Hollande, in piedi sulla tribuna, allarga le braccia raggiante. E per un attimo non è più il candidato sobrio e posato, il politico dagli atteggiamenti dimessi che si è incollato addosso per marcare la differenza con la grandeur intrisa di sussiego di Nicolas Sarkozy. Per un attimo l’ebbrezza del potere e con essa un pizzico di alterigia hanno illuminato il volto un tempo rubicondo, ora smagrito dalle “diete pre-elettorali” del neopresidente.

Perché, ripercorrendo a ritroso il romanzo di queste elezioni presidenziali, Hollande ha tutto il diritto di complimentarsi per aver compiuto un piccolo miracolo. Due anni fa appena, in pochi avrebbero scommesso su di lui, anche all’interno del partito di cui per undici lunghi anni ha tenuto il timone. Troppo moderato per alcuni, inesperto per altri, un vero inetto per i più malevoli.E invece, complice l’uscita di scena del grande favorito Dominique Strauss-Khan, Hollande ha prima portato a casa le primarie per la designazione del candidato presidente socialista conducendo una certosina campagna sul territorio, all’inizio contro tutti i pronostici. Poi, a dispetto dell’artiglieria pesante messa in campo da Sarkozy, e morso sul fianco sinistro dalla sorpresa Melenchon, è riuscito a mantenersi quasi sempre in testa nelle intenzioni di voto. Quindi a riportare i socialisti sul gradino più alto dell’Eliseo dopo 19 anni a digiuno. Un’impresa, ancora più rilevante in un’Europa dominata dalle destre.

Certo, la vittoria è stata meno convincente di quanto preannunciato dai sondaggi. Il primo turno ha sigillato i due principali contendenti in un fazzoletto da due punti percentuali. Bayrou, alla fine, ha scelto di appoggiare l’ormai ex “iperpresidente”. E l’elettorato lepenista, pur di contro cuore, si è recato in maggioranza a votare per Sarkozy. Senza contare i tre faccia a faccia fortemente voluti da Sarkozy e ai quali il candidato socialista ed il suo entourage si erano opposti. Tre dibattiti agitatissimi in cui le doti retoriche e la grinta di Sarkò hanno messo a dura prova un Hollande portato su di un terreno non suo. Non è bastato. Forse perché, Hollande o non Hollande, questa elezione ha assunto le sembianze di un referendum: contro Sarkozy innanzitutto, ma anche contro il modello economico che, un po’ suo malgrado, l’ex presidente è stato costretto ad abbracciare sotto la spinta della Germania.

E ora cosa accade? Hollande sa che la partita è appena cominciata. Quella politica in primo luogo. Le teste di serie del Partito Socialista, gli Aubry e i Fabius, la sinistra di Montebourg e Hamon e la destra di Manuel Valls, ma anche l’ex compagna Segolene Royale, lo attendono al varco per la spartizione delle poltrone governative. Ma prima ancora incombe lo spettro delle elezioni legislative, dalle quali il PS uscirà senza una maggioranza solida. Per Hollande questo significa aprire alla cosiddetta sinistra plurale con la quale già esiste un accordo di massima: quei Verdi di Eva Joly che contestano la sua posizione favorevole al nucleare e soprattutto quel Fronte di Sinistra che ne stigmatizza le tentazioni centriste. Ma l’appoggio di Bayrou a Sarkozy facilita il compito, ammesso e non concesso che la sinistra extra-PS ottenga un buon risultato alle legislative.

Ma si tratta pur sempre del compito più semplice per l’ex deputato della Corrèze. All’orizzonte si profilano già due nodi delicatissimi: i mercati e l’Europa. I primi, almeno per ora, non volgeranno le spalle al candidato socialista, come strombazzato da Sarkozy in campagna per screditarlo, ma da lui esigono una dose minima di continuità con la precedente gestione, senza colpi di mano come un indietro tutta sulle pensioni o l’abolizione della defiscalizzazione delle ore straordinarie. Anzi, a ben vedere, le borse pretendono di più dal nuovo presidente: coniugare più disciplina fiscale e più crescita. Una missione impossibile, in questa Europa dismessa, e una sfida in più per il primo socialista a guida di un ‘grande’ paese UE dallo scoppio della crisi (Zapatero a parte).

Quanto a Bruxelles, quei capi di stato che in massa – apertamente o alla chetichella – hanno appoggiato Nicolas Sarkozy non saranno disposti a cedere sui fondamenti della nuova governance economica iscritta nel Compatto Fiscale. Hollande invece quel trattato ha più volte dichiarato di volerlo rinegoziare. Non glielo permetteranno. Ma, come vuole la tradizione, si addiverrà ad un compromesso che salva capra e cavoli (e anche la faccia di Hollande): un protocollo sulla crescita inserito in coda alla nuova carta.

Certo, giocando di sponda con il presidente (socialista) del Parlamento europeo Martin Schulz, flirtando con Mario Monti, e – chissà – approfittando di un imminente avvicendamento al governo in Olanda e forse in Germania, Hollande potrà poco a poco rafforzare il proprio peso sul palco comunitario. E magari pervenire a correggerne la dinamica politica.

Pure dovesse uscire vittorioso dal braccio di ferro con Bruxelles e il mondo della finanza, il neopresidente sa bene che il match più importante si gioca in casa. Il modello francese è in sofferenza: una spesa pubblica elefantiaca, bilancia commerciale in pesante passivo, un’opinione pubblica poco incline a fare concessioni e sacrifici, la disoccupazione giovanile che sfonda il muro delle due cifre, il settore dell’educazione e della sanità che invocano una riforma radicale e molto altro ancora. Insomma cambiare il paese, aggiornarlo alla modernità sarà il vero cimento, quello più importante che attende Hollande. Se riuscirà a superare la prova, è tutto da vedere.

Epilogo: Qualche mese dopo in un isola dell’Oceano Indiano  

 È dicembre, eppure all’isola della Réunion, non lontano dal Madagascar,  non si sta così male. È davvero straordinario pensare che anche così lontano ci si senta in Francia. “Ah, la Francia!”, sospira il Presidente. “Presidente”, già. Perché così lo continuano a chiamare le persone che lo incontrano per strada. Gisgard glielo ha detto per telefono: “se ti può consolare pensa che anche se non starai più all’Eliseo, la gente continuerà a chiamarti così fino alla fine della tua vita“. Ah, il vecchio Gisgard, prima era l’unico presidente a non essere stato rieletto della storia della repubblica. Da maggio, non più.

Dopo l’umiliante sconfitta contro Hollande, Sarkozy, bruciato, ha deciso di optare per il buen retiro della Réunion. Ha preferito così rinunciare, al momento, alle varie offerte di amici banchieri ed imprenditori, per prendersi un attimo di respiro. Mentre la Francia brucia.

Hollande eletto trionfalmente con il 55% dei voti, aveva deciso di nominare primo ministro Martine Aubry per dare un segnale agli echi altermondialisti e sovranisti espressi dai votanti di Melenchno e della Le Pen. Ma l’Aubry con le sue dichiarazioni incendiarie non ha fatto altro che gettare olio sul fuoco, innervosendo dei mercati già di loro non calmi. Un po’ di toni no global possono andare bene, ma non come ha fatto Martine. Altro che “rupture” di Sarkozy.

Il presidente Hollande indisposto dovrà sostituire Aubry al più presto. La sua vecchia rivale non è fatta per la diplomazia. Se come sindaco di Lille o come ministro degli affari sociali ha brillato, i suoi toni battaglieri non la rendono adatta al posto di Primo Ministro.

A destra senza di lui, è il caso di dirlo, c’est le déluge. I suoi fidati, almeno quelli che non lo hanno mollato per Hollande, lottano per il controllo del partito contro gli chirachiani, che seppur calmatisi durante gli ultimi tempi della sua presidenza non avevano mai davvero digerito la fase sarkozista.

François Barouin, guarda caso anche lui ex-ministro degli interni, deriso in passato da Sarkozy, sembra determinato a prendere la leadership del partito. Ma il pericolo più grande per il “suo” partito non è tanto la faida interna bensì Marine Le Pen. La pulzella nazionale sta lanciando un’agressiva OPA sull’elettorato gaullista. Lei la chiama “nuova destra”, ed alle legislative di giugno ha anche furbescamente levato il nome “Front National” alle sue liste. La sua strategia è chiara. All’UMP si devono dare una svegliata, perché, almeno per ora, non c’è più il piccolo Nicolas per salvarli.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti