Università: la riforma che dimentica il sud

di Fausto Melluso e Giulia Serio.

"Empty" di Shaylor

Nota del Direttore: Il tema del valore legale del titolo di studio ha suscitato un dibattito molto vivace all’interno de iMille. Come sempre la politica editoriale de iMille è di favorire un ampio dibattito tra varie posizioni e quindi l’approfondimento dei problemi. 

Da pochi giorni il Ministero dell’Istruzione ha indetto una pubblica consultazione sulla proposta di abolizione del valore legale del titolo di studio. La questione era già stata avanzata in sede di Consiglio dei Ministri nello scorso febbraio, in merito alla necessità di riformare il sistema di accesso alle professioni e al pubblico impiego. Opportunamente la questione è stata rinviata, evitando un provvedimento frettoloso e dagli effetti poco prevedibili.

A differenza delle riforme precedenti del Governo, tuttavia, per affrontare questo problema non sarà sufficiente applicare modelli di best practices dall’estero. Troppo marcate sono in questo campo le particolarità socio-economiche della penisola. La questione meridionale costituisce una barriera forte per qualsiasi politica che miri ad aumentare la competitività nel sistema di istruzione superiore.

Il confronto con l’estero

Si sbaglia poi chi dice che il valore legale del titolo di studio è una prerogativa conservatrice ed esclusiva del sistema universitario italiano, in quanto, ad esempio, perfino nel Regno Unito esistono degli atti normativi (ed è singolare, per un Paese di common law), che regolano queste fattispecie e che stabiliscono i criteri in base al quale un titolo possiede quello che noi definiamo «valore legale». La terminologia è differente, la sostanza è che anche in Gran Bretagna esiste di fatto il valore legale del titolo di studio, ovviamente per quei titoli rilasciati da enti accreditati, statali o no, e da corsi di studio aventi certi requisiti stabiliti dalla normativa statale.

Una delle, non molte in realtà, virtù del nostro sistema universitario statale è una certa omogeneità nel valore “sostanziale” del titolo di studio: un laureato in economia a Palermo, ce lo dice lo Svimez, se decide di trasferirsi in un posto più dinamico da un punto di vista del mercato del lavoro, dopo un paio d’anni ha grossomodo lo stesso livello reddituale di uno laureato alla Statale, mettiamo, di Milano, che cerchi invece posto vicino casa.

Una competizione ipocrita

Gli elementi di competizione inseriti nel nostro sistema universitario negli ultimi anni, i criteri premiali di destinazione di una percentuale rilevante di fondi, stanno avendo già l’effetto di mettere in discussione questa virtù, dal momento che di fatto sembrano premiare più la collocazione geografica di un ateneo che le buone pratiche in esso attuate. I dati infatti fotografano una situazione in cui gli atenei “meritevoli” (nell’ambito di una gara in cui il premio massimo è non subire tagli) sono tutti al nord, e i tagli nei fondi vanno crescendo a mano a mano che si scende lo Stivale, fino ad arrivare alle Università di Palermo e Messina, che sono state negli ultimi anni le più penalizzate d’Italia con quasi il 14,2 percento di fondi in meno nel triennio 2008/11. Ed in assenza di una politica seria di incentivo alla mobilità studentesca, questa “competizione” è ipocrita, visto che poi pesa tutta sulle spalle di chi suo malgrado è nato vicino ad un’università poco meritevole, e quindi penalizzata, non avendo il merito di avere la possibilità di recarsi a studiare altrove. 

Il ridimensionamento degli atenei del sud

Questi tagli alle università del meridione stanno già dando degli effetti nefasti, in quantità e qualità dell’offerta formativa. Non c’è meno richiesta di università (i numeri di test d’ingresso effettuati sono stazionari), ma ci sono meno posti, e le nostre università possono quindi accogliere sempre meno studenti. Per dare un’idea l’università degli studi di Palermo, ad esempio, dal 2005 ad oggi è passata da 51.000 a 45.000 studenti. Le risorse docenti sono, a causa del quasi totale blocco del turn over, operante soprattutto negli atenei reputati poco performanti, in drastica riduzione (a Palermo nel 2008 erano in servizio 2071 docenti, nel 2011 ne sono rimasti 1699), e siccome tali criteri considerano, più che le pratiche assunte, elementi di contesto poco influenzabili dalla gestione di un ateneo, ad esempio il tasso di occupazione dei laureati e l’attrattività dell’ateneo per studenti di altre regioni, l’effetto circolare nella penalizzazione continua di chi già sta peggio sta generando un veloce ridimensionamento di molti atenei, col rischio evidente di tagliare le gambe a qualsiasi opzione di riscatto alle zone meno sviluppate del Paese.

 

            Ma torniamo al tema centrale, il valore legale del titolo di studio. Una volta eliminato, si verrebbe a creare un sistema di ranking delle università attraverso (si spera) l’introduzione di strumenti di accreditamento e di valutazione ex post dei vari atenei. Il titolo conseguito avrebbe così un diverso valore, a seconda della valutazione dell’istituto che lo rilascia.

Così com’è formulata, la proposta ricorda molto lo spirito, e rischia di avere gli effetti moltiplicatori di quelli, nefasti, dei criteri premiali per la ripartizione di parte dei fondi, voluti dalla Gelmini, e di rispecchiarne l’approccio punitivo e la generale miopia con cui il problema viene affrontato. Dire che gli atenei meno performanti saranno incoraggiati a migliorare la propria offerta formativa potrebbe essere vero per la Lombardia, ma non per il resto del paese. Soprattutto in un momento in cui, come già evidenziato, il sistema universitario va velocemente sbilanciandosi.

Immaginando gli effetti

Dall’abrogazione del valore del titolo di studio deriverebbero poi una serie di conseguenze dirette ed indirette, come la scontata messa in discussione di alcuni dei capisaldi della nostra formazione superiore, come il rapporto fisso massimo d’ateneo del 20% fra contribuzione studentesca e finanziamenti statali. Cioè che in un’università statale in Italia il rapporto fra quanto investe lo Stato e quanto invece mettono gli studenti può essere massimo di 8 a 2. Questo “calmiere” ha evitato, in questa fase di vacche magrissime, che fossero gli studenti a pagare i tagli, ma non potrebbe che essere messo in discussione in un momento in cui, per carenza di risorse, atenei pubblici rischiassero di non poter più rilasciare titoli aventi un determinato valore. L’istruzione pubblica statale in Italia, con la liberalizzazione delle tasse universitarie, deporrebbe definitivamente le armi nella sua missione principe e irraggiungibile dai tempi di Don Milani, cioè quella di motore della mobilità sociale, e principale strumento di attuazione dell’articolo terzo della nostra Costituzione.

Una riforma di questo genere non avrà altro effetto quindi che forzare la già elevata migrazione universitaria verso il nord d’Italia. Per i diplomati al sud, la possibilità di ottenere un buon titolo di studio verrebbe infatti subordinata alle capacità finanziarie di trasferirsi al nord. Ma uno studente del meridione non ha gli stessi mezzi di uno studente del centro o del nord Italia. Il reddito medio di una famiglia del nord Italia è solitamente più alto del 25% rispetto ad una famiglia del meridione, se guardiamo ai dati regionali il divario raggiunge il 70% tra i redditi medi in Sicilia e in Trentino (dati ISTAT). Minori capacità finanziarie, il più elevato costo della vita, e l’insufficienza dei trasporti sono solo alcune delle barriere che rendono pericolosa la proposta dal ministro Profumo. Rendere la mobilità studentesca una necessità per la formazione è un’operazione che ha delle forti implicazioni in termini di equità.

L’assenza di politiche attive per la ripresa delle università del sud, integrate nei piani di sviluppo del Mezzogiorno, dimostra infine come il Governo manchi di riconoscere i benefici socio-economici che la presenza di istituti di istruzione superiore garantisce al territorio. In mancanza di un piano strutturale di sviluppo e valorizzazione delle università del meridione, che preveda investimenti forti per gli incentivi alla ricerca e alla mobilità, proseguire con l’abolizione del valore legale del titolo di studio significa rassegnarsi ad un’Italia a due velocità.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

6 Commenti

  1. Una delle massime punte di iniquità di un eventuale provvedimento come quello immaginato dal governo sarebbe che l’aspirante a un posto verrebbe pre-giudicato non sulla base delle sue competenze e capacità, ma in base alla collocazione dell’ateneo dove ha studiato. (http://www.lettereriformiste.org/?p=2705). Il che è l’esatto opposto di un approccio meritocratico.

  2. mario mario

    Mi scusi ma come pensava che potessimo permetterci un’Università del genere?
    Qualsiasi riforma che fosse andata a ridurre il carrozzone universitario sarebbe andata meglio che tenerlo così com’è.
    In tutto il suo discorso non fa notare che l’Università italiana è antistorica, ovvero non è minimamente al passo con i tempi ne all’altezza delle sfide internazionali.
    Per esempio la questione delle pubblicazioni è cruciale perchè ci sono professori universitari che mantengono la posizione indipendentemente da quello che pubblicano o anche se non pubblicano articoli importanti o fanno scoperte (ma come si fa ad andare avanti così?) e che hanno superato un esamino di concorso quando invece il concorso andrebbe fatto solamente per titoli (uno che fa scoperte merita di andare avanti e gli altri no, punto).
    Detto questo, venendo al discorso del valore legale, la questione fa innervosire perchè in Italia sui valori burocratici ci campano milioni di persone.
    E’ corretto pensare che la laurea ottenuta in modo meritevole debba avere un valore legale ma in questi anni sono stati assegnati titoli a persone che, pur non avendola meritata, se ne sono approfittati tramite appunto leggi e concorsi mafiosi.
    Ora la questione da porsi è, come combattere l’assolutismo burocratico che regna in Italia, cioè quel meccanismo per cui alcune persone entrano nei gangli dello Stato e sguazzano con assenteismo e scarso impegno in eterno.
    Cioè se l’italia fosse un Paese onesto, avrebbe senso continuare a credere che la gente non se ne approfitti dei valori legali, ma poichè gli italiani e sopratutto quelli che popolano le regioni del sud, sono degli esperti nell’approfittarsi di ogni cavillo burocratico, bisogna evidentemente allentare i vincoli burocratici, altrimenti diventano privilegi eterni per alcuni.
    Ora nessuno biasima il valore legale della laurea, ma sicuramente bisogna aggiustare il tiro specificando meglio il fatto che questo non deve minimamente coincidere con la possibilità che qualcuno ci si appoggi sopra e lo faccia diventare un valore economico tramite meccanismi burocratici.

  3. Matteo

    Sono molto sorpreso dal paragrafo “Una competizione ipocrita” in cui si dice in sostanza che se tutte le università del sud sono nella parte passa della classifica per la ripartizione dei fondi allora significa che la classifica è sbagliata, è ipocrita, è antimeridionalista o chissà che altro.

    Siccome quella classifica è fatta in base dei parametri, o si contesta l’uso di determinati parametri (ed allora discutiamone) oppure si contesta l’uso della classifica tout-court. Ovvero torniamo ai finanziamenti dati a pioggia oppure ancora peggio dati paradossalmente ai peggiori (perché poverini devono essere aiutati).

    La legge procede invece nella giusta direzione. I soldi sono pochi e vanno concentrati nelle università migliori anche perché, diversamente da quello che dicono gli autori, l’offerta universitaria sul territorio nazionale è abbondante rispetto alla domanda (con dovute eccezioni di alcune facoltà magari). si ricordi che in 15 anni abbiamo aumentato enormemente le sedi universitarie e c’è un trend demografico inesorabile nella popolazione. Casomai abbiamo l’opposto problema di dover chiudere molte sedi universitarie per concentrare le risorse. Quindi:

    1. O si fa finta di nulla e si continua a sperperare denaro pubblico in 100 sedi universitarie sotto casa
    2. O si accetta che qualche sede vada chiusa.

    Se si è per il punto due bisogna prendere una decisione circa il metodo per selezionare quali devono essere chiuse. Io ne vedo in linea di massima due:

    A: il metodo meritocratico: le università migliori (e l’ANVUR presto ci dovrebbe dire quali sono) rimangono, quelle peggiori chiudono o trovano nuovi modi per campare.
    B: tutti gli altri criteri. chiamateli come volete. Salvo non usate la parola merito qui.

  4. L’istruzione non è un finanziamento a pioggia. L’istruzione è un finanziamento a giardino: serve per crescere. A tutti.

  5. Fausto Melluso

    mario mario:

    quello che dici non è in nulla in contrasto con quanto scriviamo noi. Il problema del reclutamento e dell’assenza di meritocrazia è una questione essenziale. Non è il tema dell’articolo, ma ad esempio sarebbe interessante scrivere di quanto siano ipocrite le disposizioni della legge gelmini in tema, nonché inefficaci. Il tema invece è: dato per assodato che le università, soprattutto nel meridione, sono state gestite in maniera consociativa e clientelare, chi deve pagare questa gestione scandalosa? Ci possiamo permettere un paese senza università statali di qualità a sud di Roma?

    matteo:
    il tema delle università sotto casa è importante, è vero che in Italia ne abbiamo troppe. Tuttavia finché non ci sarà un investimento in edilizia universitaria, la copertura delle borse, e incentivi alla mobilità studentesca, chiudere un’università significherà togliere ad alcuni studenti, che non hanno il merito di potersi permettere un affitto ed una retta salata, la possibilità di studiare. E’ giusto che le università vengano valutate, è giusto che parte dei fondi sia data secondo criteri di merito. Questi criteri tuttavia non vanno bene, perché premiano più la collocazione geografica di un ateneo e i dati assoluti che le buone pratiche messe in atto, che in un’amministrazione complessa hanno bisogno di tempo per dare frutti. Questo si vede chiaramente dalle ricadute che stanno avendo, altrimenti dovremmo ammettere che tutti i rettori del meridione sono degli incapaci. L’offerta universitaria non è abbondante rispetto alla domanda, è semplicemente non “connessa” alla domanda: parecchi posti vacanti in settori che nessuno richiede, parecchi esclusi in settori molto richiesti. Ma il tema delle offerte formative nei nostri atenei è molto complesso, e meriterebbe una riflessione a parte.

Trackbacks / Pings

Lascia un commento

Current ye@r *

Subscribe without commenting