Una nuova arena per le politiche della conoscenza

di Francesco Carnesecchi.

fonte: http://www.tomshw.it/

Ormai da tempo, anche in Italia, la fruizione dell’informazione e dei contenuti creativi (musica, film, notizie, ecc.) si sta spostando dai media tradizionali alle nuove forma di trasmissione e distribuzione. Per fare un esempio, basta pensare alla recente scomparsa di un sito come Megavideo, che ha interessato non solo una manciata di nerds e geeks, ma un pubblico certamente assai più vasto. Un fenomeno più recente è invece l’emergere anche in Italia di nuovi modelli di gestione della proprietà intellettuale, che vedono gli autori e gli artisti direttamente coinvolti non solo nelle produzione di musica, letteratura ecc., ma anche nella trasmissione e distribuzione dei contenuti attraverso nuovi servizi come consente ad esempio la stessa Amazon per i libri.

Per avere un’idea di cosa si tratti basta leggere i resoconti di Guia Soncini sul piccolo caso editoriale del suo ultimo lavoro che l’ha vista diventare inaspettatamente un’autrice di bestseller (D di Repubblica n.782 e Vanity Fair del 27 febbraio). Uno dei punti toccati dall’autrice nel suo articolo su D di Repubblica solleva questioni che si prestano a riflessioni attente. La Soncini, discutendo della questione dei costi dei contenuti on line si dice prontissima a pagare per un servizio che consenta di accedere in tutta calma (e legalmente) al materiale desiderato ricordando però che iTunes USA o Netflix non consentono l’accesso al di fuori degli Stati Uniti, come sapranno molti appassionati di serie TV. Riferendosi a questa strana “nazionalizzazione” dei servizi l’autrice conclude: “Non vogliono i miei soldi. Dev’essere l’unico campo in cui le proteste contro la globalizzazione sono state efficaci, quello del diritto d’autore”.

La questione è però più complessa di così. I brevetti, così come il diritto d’autore ed altre forme di tutela della proprietà intellettuale, devono essere intesi come delle forme di monopolio (temporaneo) che la società concede all’autore o all’inventore quale incentivo alla produzione di nuova conoscenza: un sacrificio per la collettività che avrebbe altrimenti potuto usufruirne immediatamente senza costo. Non è dunque una questione di proteste contro la globalizzazione, come sottolinea con sarcasmo la Soncini, quanto il frutto di una strategia volta a trasformare quelli che sono a tutti gli effetti dei monopoli concessi dai singoli Stati in una forma di proprietà privata, stabilendo così un sistema di regole globali (queste sì) per garantire una segmentazione nazionale utile alle politiche industriali delle imprese creative. Un’azione, quella di pressione per la messa in atto di nuovi strumenti per la tutela della proprietà intellettuale, sempre più impellente di fronte alla continua innovazione tecnologica, che ha coinvolto nella creazione di nuovi sistemi di regolazione i governi nazionali, le istituzioni europee e le principali organizzazioni internazionali.

La creazione di nuove norme e di nuovi strumenti di regolazione sia al livello nazionale che internazionale è stata possibile anche grazie alla complessità tecnica delle proposte, che ha visto la formazione di reti ristrette di attori capaci di agire al livello globale e lontano dal dibattito pubblico come hanno documentato, tra gli altri, Susan Sell e Peter Drahos.

E’ proprio per la rilevanza che queste politiche pubbliche hanno nell’influenzare la circolazione della conoscenza e la libertà di informazione che è ora che dall’arena ristretta degli interessi organizzati, il locus decisionale si sposti in una arena politica più aperta. Si tratta di materie troppo rilevanti per essere lasciate esclusivamente a contrattazioni tecniche; la formulazione delle decisioni in questo settore deve interessare innanzitutto il legislatore piuttosto che le autorità e le agenzie indipendenti. Non è un caso che proprio in questi giorni si siano mossi i parlamentari Vincenzo Vita (Pd), Felice Belisario (IDV), Marco Perduca (Radicali) e Flavia Perina (FLI) con lettera inviata all’Authority dove si ribadiva la centralità e la esclusiva competenza legislativa del Parlamento anche in questa materia. Come non è un caso che anche sui quotidiani nazionali si cominci finalmente a discutere dei processi di elezione dei consiglieri delle AGCOM, proprio per evitare che queste scelte essenziali per le politiche dell’informazione e della conoscenza vengano fatte da parlamentari sostanzialmente inconsapevoli dell’importanza di queste nomine (cfr. Juan Carlos De Martin su La Stampa del 23 marzo scorso), tanto che Luca di Biase ha proposto anche per l’Italia una consultazione degli stakeholder simile a quelle promosse periodicamente dalla Commissione Europea.

Infine, se è un bene che queste materie siano al centro del dibattito pubblico altrettanto importante è che arrivino nell’agenda dei partiti politici, al livello nazionale e soprattutto al livello europeo che nell’ultima decade è divenuto il vero epicentro decisionale in questo settore.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti