di Cristiana Alicata.
Da tempo mi interrogo su cosa sia l’IDV.
In principio un partito di opinione nato sul carisma popolano di Di Pietro, ai tempi in cui tangentopoli sembrava l’unica strada che potesse garantire un ricambio della classe dirigente. Una sorta di preistoria della rottamazione
L’IDV, in parte e solamente agli inizi, è stato un fenomeno simile alla Lega anche se non geografico. La voglia di legalità, il primato della magistratura sulla politica che non trovava riscontri nel magma partitico che anche laddove cambiava nome, sembrava (ed era ed è vero, ahimé) non creare mai le condizioni per un effettivo ricambio.
Di Pietro, che non è stupido, ha capito subito come funzionava il sistema politico e, accanto ai volenterosi che volevano un ricambio serio e che si sentivano orfani di rappresentanza, ha capito che in alcuni luoghi senza legami con il territorio le preferenze non si fanno.
Così è andato battendo lo stivale caricando accanto a tanta brava gente anche una varietà umana che sta in politica da sempre, di destra e di sinistra e persino ex DC (il caso più eclatante è uno dei leader dell’IDV romano, Stefano Pedica dal 1987 al 1996 nella DC con D’Onofrio e prima di approdare nell’IDV, mastelliano nell’UDR), magari trombata o scontenta di ciò che aveva avuto dalle precedenti compagini in cui aveva militato. Lo scontro tra De Magistris e Di Pietro ha palesato queste due anime all’ultimo congresso e qualcosa nell’IDV sta succedendo: la storia recente di Palermo con Sonia Alfano schierata contro Leoluca Orlando lo racconta assai bene. Uno scontro così duro che ancora non si è capito se Orlando voterà Ferrandelli, fuoriuscito dall’ IDV. Cose che nemmeno nel PD.
L’IDV oggi appare un partito a due dimensioni, una di opinione ed una territoriale che molto spesso sono poco legate tra loro, se non in conflitto.
Per assurdo l’IDV (contrariamente alla Lega che ha un’idea politica fortemente identitaria e legata e rivendicazioni tribali, più arcaiche, ma più difficili da combattere) rischia l’esplosione più di ogni altro partito come se fosse destinata a ricollocare i propri pezzi nel loro giusto luogo politico. Chi a destra, chi la centro, chi a sinistra e chi in una dimensione più movimentista.
Potrei citare nel grande carrozzone messo insieme da Di Pietro il più noto Scilipoti, ma vale la pena raccontare anche l’IDV dei municipi romani, dove a seconda di chi la rappresenta prende posizioni persino in contraddizione.
Al Pigneto per esempio si schiera con la destra per togliere l’isola pedonale (un atto tipicamente di destra e che va contro l’idea implicita di urbanizzazione che il centro sinistra romano possiede nel proprio DNA, malgrado tutto). O, ancora, l’eletto dell’IDV nel XV municipio che non pare abbia alcuna intenzione di votare il Registro delle Unioni Civili anche se da sempre Di Pietro si è dichiarato favorevole, anche se poi l’IDV a Roma fa aderire la propria giovanile alla raccolta firme per il registro delle Unioni, né più né meno come avvenuto nel PD. Insomma un interlocutore difficile e contradditorio, dove però queste contraddizioni sono meno in luce di quanto lo siano nel PD dove i riflettori sono puntati H24 come se fosse l’unico reality della politica a disposizione di qualsiasi voyeurismo. Cosa che considero ancora un nostro punto forte e non un punto di debolezza, perché preferisco considerare gli elettori italiani dei cittadini consapevoli e non degli utenti da raggirare. Alcune cose a questo punto sono del tutto evidenti: il cancro delle correnti (laddove inteso per occupazione di poltrone con alla mano il cencelli) e il tema della questione morale attanaglia persino il movimento 5 Stelle e appare essere fenomeno dell’umanità italiana e non dei partiti del novecento (vedere alla voce Di Pietro vs De Magistris, quello Bossi vs Maroni, la scissione dei finiani, o la lotta tra i colonnelli del PDL).
Sembrerebbe strano fare le pulci ad un altro partito dal pulpito del PD e mi rendo conto che queste mie osservazioni potrebbero sembrare inopportune. A mia discolpa si consideri la mia vocazione maggioritaria inclusiva – nel senso del desiderio di un grande partito che elabori faticosamente ciò che accadrebbe in una grosse koalition all’italiana. Non per intenderci, una vocazione maggioritaria che lasci fuori qualcuno. Mi si perdoni se considero IDV e SeL come altre due correnti da aggiungere al mio partito, solo più libere, questo mi capita perché dentro il PD ci sono delle componenti politicamente simili a SeL ed IDV e, non avendo il senso dei confini del marchio, ma il desiderio di governo, non riesco a mantenermi dentro i confini delle sigle. Non mi riesce proprio.
Servono (spero) per ricondurre il grande tema della politica fuori dalla competizione tra sigle e dentro il contesto del bene comune collettivo. Nessun partito oggi può rivendicare questo orientamento in modo netto. La vera rivoluzione sarà rivendicarlo, trasversalmente, da parte di tutte le persone di buona volontà presenti nel centro sinistra.
Forse anche un giorno creando un’altra cosa che forse si avvicina molto ad un listone civico. Insomma quello che il PD doveva essere ed ancora non è.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





il pd doveva essere un listone civico?!
ma siam passi?
Ha ragione Laura , siamo diventati pazzi.
Il malessere dello schieramento di sx nasce dal referendum del 91/92 sul maggioritario. Referendum che cancello’ una legge proporzionale con lo sbarramento al 5% ed i collegi con le preferenze: il meglio di quanto previsto dalla nostra Costituzione. Botteghe oscure era sicura di vincere a mani basse con il maggioritario: poi spunto’ Berlusconi d aquel magma che da sempre comanda in Italia e siamo arrivati qua. Tutta la sx se vuole assomigliare ai progressisti non puo’ che mandare a casa almeno il 50% dei propri dirigenti e ricreare le condizioni di dialogo dal territorio, altro che listoni di inclusi . In caso contrario il berlusconismo tornera’ a rivincere perche’ useranno la parolina magica: nuovo
e la falsita’ di sempre: dalla parte dei cittadini.
Un modo per tornare agli elettori e a dare loro importanza puo’ anche essere la tecnica di rimborsare i partiti con un contributo elettorale direttamente basato sui voti validi ad ogni tornata elettorale.
Saluti
Cosa significa “esistere”, per un partito politico? E’ una domanda preliminare, a questo punto, visto che non siamo in matematica, e le definizioni dobbiamo spiegarcele a vicenda, e, forse, riuscire a capirle.
Nel mio piccolo ho tentato di dare qualche indicazione su come funzioni un partito politico nella vicina Francia, parlando di Bayrou, e del MoDem, un passo più sotto.
…egregia sig.a Cristina, la sua analisi nn mi convince x niente! Io l’avventura dell’IdV l’ho vissuta da vicino fin dai tempi dell’asinello disneyano…poi Sansepolcro…fino ad ogii. Se Atene piange, Sparta nn ride…la crisi dei partiti è sotto gli occhi di tutti e i due pachidermi maggiori stanno entrambi implodendo: la PDL è al si salvi chi può; il PD arranca, ma si dice che dopo le Amministrative ci sarà il rompete le riga, con la parte Cattolica che si unirà a quella di Casini che già sta fagocitando spezzoni della PDL x fare un’aggregazione che vada oltre il 20%… La transizione, quella vera, comincia adesso e la politica nazionale va cercandosi una strada, come il fiume il suo alveo x correre verso il mare! L’Idv ha rappresentato una novità assoluta nel contrastare la deriva berlusconiana…ke ha precipitato il Paese verso il fallimento; questo è un merito indiscutibile che la storia gli riconoscerà! Sparito l’antagonista storico, è normale che anche l’IdV dovrà trovarsi la “sua strada”. X me, la stella polare dovrà essere la “buona politica”, le mani pulite di cui si ha disperato bisogno e dunque un ritorno alle origini. Saluti.