Scozia, Catalonia, Italia: quale federalismo?

di Federico Martire

Umberto Bossi, di Roberto Serra/Iguana Press (Il Fatto Quotidiano)

Umberto Bossi, di Roberto Serra/Iguana Press (Il Fatto Quotidiano)

Nel 1963 il giurista e politico federalista francese Guy Héraud pubblicava il libro L’Europe des éthnies, un testo fondamentale per lo studio delle minoranze etniche e delle cosidette ‘nazioni senza stato’ che compongono il complesso tessuto del vecchio continente. Il sogno di Héraud – un incubo per altri – consisteva nella ristrutturazione politica dell’Europa in funzione delle etnie componenti il territorio anziché sulla base degli Stati come li conosciamo noi oggi. Storici e politologi continuano ancora oggi a dibattere animatamente sul pensiero e sulla proposta di Héraud e dei suoi maestri e allievi (Denis de Rougemont e Alexandre Marc, giusto per fare due esempi), oscillando tra il definirlo una sottospecie di fascista oppure un genio rivoluzionario.

Senza entrare nel merito della discussione sull’Europa delle regioni e sulla figura di Héraud, proviamo ad analizzare alcuni recenti avvenimenti importanti in materia. Il fatto più importante riguarda, senz’ombra di dubbio, l’annuncio arrivato da Londra ed Edinburgo alcune settimane fa riguardante il referendum di indipendenza della Scozia dal Regno Unito. Il dibattito in materia andava avanti da almeno oltre tre anni, ma ha ricevuto forte impulso dopo la netta vittoria degli indipendentisti dello Scottish National Party di Alex Salmond alle ultime elezioni parlamentari scozzesi. Il dibattito in Gran Bretagna è ora sul contenuto del quesito referendario: David Cameron preme per una domanda netta, sì o no all’indipendenza, mentre Alex Salmond preme per l’introduzione della cosidetta opzione di devo max (o full fiscal autonomy) che consiste sostanzialmente in una completa indipendenza fiscale e finanziaria pur mantenendo la Scozia all’interno dei confini del Regno Unito: una sorta di ipotesi federale ‘estrema’ che godrebbe, stando ai sondaggi, di grande appoggio in Scozia.

Spostandoci un po’ più a sud nel continente europeo, la situazione più ‘calda’ dal punto di vista delle minoranze nazionali riguarda la Spagna. Nel paese iberico vivono almeno tre grandi gruppi minoritari – Baschi, Catalani e Galiziani – due dei quali (Baschi e Catalani) fortemente schierati per l’indipendenza dal Regno. In Catalonia le piattaforme popolari separatiste hanno organizzato nel corso del 2009 e 2010 perfino delle consultazioni referendarie alegali per chiedere ai catalani cosa ne pensassero dell’indipendenza, soprattutto dopo la parziale bocciatura dello statuto di autonomia locale da parte del Tribunale Costituzionale Spagnolo: una decisione che, a detta di molti esperti, ha ucciso nella culla il progetto di una Spagna federale, plurale e multinazionale. Non molto diversa la situazione nei Paesi Baschi. Dopo l’abbandono delle armi da parte di ETA il dibattito sull’indipendenza sta prendendo una nuova piega in Euskadi, con persino il presidente del Partito Socialista locale (ufficiamente ‘unionista’), Jesús Eguiguren, che parla di ‘Costituzione basca’.

Di altri esempi simili l’Europa ne è piena. La situazione è però sostanzialmente diversa in Italia. Anzitutto perché di minoranze nazionali come quelle sopraelencate non ne esistono, se non che con eccezioni minime e tutto sommato marginali nel panorama politico-istituzionale italiano. Ma il contesto è distinto soprattutto per l’approccio che è stato dato finora al dibattito federale in Italia. Il pallino del gioco è stato, infatti, per almeno 20 anni, pressoché esclusivamente nelle mani della Lega Nord, partito nato con l’obiettivo di portare il federalismo in Italia e poi sfociato in un populismo destrorso ai limiti del ridicolo. E anche se il dibattito a livello accademico avanzava in varie materie – dall’economia alla sociologia, dal diritto agli studi di integrazione europea – la classe politica era soggiogata dall’azione leghista, passata rapidamente dalle posizioni federaliste a quelle vaneggianti dell’indipendentismo padano. L’idealizzazione leghista – fatto di fucili sempre caldi, megaraduni a Pontida, lombardi pronti a scendere dalle valli e acquasantiere sul Po – ha umiliato chi il federalismo lo vedeva (e lo vede ancora) come una grossa opportunità di riorganizzazione istituzionale, politica ed economica per l’Italia.

La crisi economica e i disastri del berlusconismo hanno però allontanato la Lega da quei posti di governo da tanto tempo occupati, lanciando un governo tecnico che, tra le sue personalità, annovera esperti di federalismo e integrazione. E se fosse quindi la volta buona per una riforma istituzionale ‘vera’, ampia e concreta? La questione, ovviamente, è duplice: da un lato bisogna verificare l’intenzione da parte di Mario Monti di avanzare proposte in merito e il contenuto di queste eventuali bozze di riforma; dall’altro, sarà necessario raggiungere un accordo ampio in parlamento tra le forze che sostengono il governo (PdL, PD, Terzo Polo). In questo, c’è da chiedersi quale posizione adotterebbe il Partito Democratico. Negli anni precedenti il federalismo leghista è stato giustamente combattuto dal centrosinistra – autore, peraltro, della riforma del Titolo V° della Costituzione nel 2001 –, ma il cambio di contesto politico offre l’occasione di cambiare postura e avanzare, nuovamente, proposte per il nuovo assetto istituzionale italiano come proposto, ad esempio, dall’ex sindaco di Torino Sergio Chiamparino.

Riporre il tema federale, e la collegata ‘questione settentrionale’, al centro del dibattito politico scavalcando temi più cari al centro-destra come la RAI o la giustizia potrebbe essere una mossa in grado di scardinare definitivamente la prevalenza di PdL e Lega al Nord? Impossibile fare ipotesi, ma ciò che è certo è che nel governo Monti orecchie pronte ad ascoltare ve ne sono. Penso, soprattutto, al ministro della coesione territoriale Fabrizio Barca. Il suo dicastero è visto come fumo negli occhi dai leghisti, ma rappresenta, in realtà, un elemento fondante del federalismo stesso: unire, rendere coesi, territori, popoli e amministrazioni tra loro diversi, salvaguardando i principi dell’autogoverno. Barca, oltretutto, per formazione ed esperienza, sa quali sono le esigenze regionali e locali sul piano interno (ad esempio, lo scardinamento del Patto di Stabilità interno) ed europeo, con particolare riferimento alla partecipazione al dibattito e predisposizione della futura politica di coesione 2014/2020, una partita che vale alcuni miliardi di Euro e garantisce fondi indispensabili per lo sviluppo.

L’occasione, dunque, c’è. Ciò che va verificato è l’intenzione dei Democratici di compromettersi in questa materia e, naturalmente, con quali proposte, idee e filosofia.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti