Riforma del lavoro. Delle donne non frega a nessuno

di Cristiana Alicata.

Di Fotini et Nicolas

Prima di essere qualsiasi cosa, prima di essere lesbica e prima di essere del PD, sono una donna con un contratto metalmeccanico, quello nuovo di cui in tanti parlano spesso anche senza sapere di cosa stanno parlando.

Ora, in quasi nove anni nella stessa azienda non ho visto alzarsi nessuno, ma veramente nessuno dei sindacati, per capire come sanare l’evidente gender gap interno (che non è propriamente tipico dell’azienda, ma è ancora tipico dell’Italia), gap che ora faticosamente l’azienda sta sanando. Per farlo davvero e fino in fondo ci vorranno anni, perché non si inventano donne top manager se non ci sono donne nel middle management.

Eppure lavoro per l’azienda più sindacalizzata del Paese. Tanto per dirne una, quando uscì l’organigramma di Fiat, Landini criticò la provenienza dei manager nominati paventando una provincializzazione dell’azienda a favore di Brasile e Stati Uniti e nemmeno si accorse di quante donne c’erano dentro: che per uno di sinistra cresciuto a pane ed internazionale difendere i patri natali è più cosa da autarchia fascista che da comunista moderno.

Non c’era nessuno tutte le volte che incontravo le colleghe al bagno al secondo mese di gravidanza che cercavano di capire come fare a raccontarlo ai capi perché la mia è ancora un’azienda molto italiana e quindi molto “per maschi”.

E nessuno si è alzato quando una donna Product Manager rientrava e trovava il posto occupato da qualcun altro e quindi le veniva data un’altra mansione. Perché in fondo nessuno percepiva che quello era un problema di principio che riguardava tutti noi e non un problema tutto personale e privato della dott.ssa Tizia che aveva deciso di fare un bambino. E potrei andare avanti a raccontare anche altre cose che mi aspetterei da un sindacato e non riguardano solo le donne. Perché una cosa voglio chiarirla: i sindacati nelle aziende servono, servono moltissimo. L’impressione che abbiamo in molti è che il sindacato debba cambiare, seguendo i cambiamenti dell’azienda. Ridurre le relazioni sindacali alla sola fabbrica significa non avere a cuore la vita di quell’impresa, non collaborare alla sua crescita e al suo sviluppo, in sostanza non avere nemmeno a cuore il futuro degli operai.

Ci sono due aspetti che creano queste condizioni di diversità sul lavoro tra donne e uomini: un aspetto culturale tutto italiano e l’assenza totale di attenzione al problema da parte della politica e dei sindacati.

È tutta italiana l’inefficienza per cui si sta in ufficio anche più di 10 ore e si fanno le riunioni decisive a fine giornata, ed è una delle principali cause di esclusione delle donne mamme dal potere aziendale, ma vale per la politica come per le università. Nell’autunno del 2010, in tempi lontanissimi da questi, scrivevo sull’Unità alla Marcegaglia proprio su questi temi, facendo notare che se le imprese parlano di modernità questo non può riguardare solo i prodotti, ma anche le relazioni interne e il modello manageriale. Ecco, il modello manageriale, la parità di genere, il diversity management. Mai vista sulla bacheca sindacale una locandina sul tema, un’iniziativa, un convegno. Nulla. Può darsi che io non l’abbia vista, ma di certo non è un argomento di cui si parla come l’articolo 18 o il nuovo contratto. Ogni passo in quella direzione è stato fatto dall’azienda indipendentemente da qualsiasi richiesta o concertazione.

In Germania (provato sulla mia pelle in uno stage di sei mesi nella Svizzera tedesca) chi lavora oltre una certa ora viene persino guardato male. Ci possono essere dei momenti cruciali: la chiusura del budget, cali di mercato, lanci di prodotto per cui si fanno anche le tre di notte. Ma non può essere un’abitudine uscire dall’ufficio alle nove di sera.

E non si pensi che questo problema non riguardi il livello impiegatizio o la manodopera operaia. Questo non è un tema delle lavoratrici “ricche”. Quel famoso tetto di cristallo che tiene le donne italiane fuori dalle stanze dei bottoni è una delle principali cause della nostra arretratezza: ha un impatto sull’economia delle aziende e quindi sul Paese. Ha un impatto anche sugli operai, per capirci. È provato da decine di studi in materia. Se in Italia le aziende sono governate da maschi tra i 40 e i 60 anni – tra consigli di amministrazione e top management questo è un problema. È un problema per il Paese, perché le scelte di business, di marketing, di prodotto, di formazione si fanno con un solo e unico punto di vista.

Come dicevo prima, le cose stanno cambiando. Lentamente e solo per la buona volontà delle aziende da una parte e perché c’è una generazione di donne che sta dimostrando di valere più dei maschi e di sapersi gestire la vita privata facendo le capriole. Mi piacerebbe che il mio partito e i sindacati pensassero con la stessa forza anche a quella generazione tra i venti e i quaranta anni di giovani e donne che tra precariato e frustrazioni professionali non pensa nemmeno a mettere su famiglia.

Sulla carta siamo tutti uguali in Italia. Nella realtà non è così. Per niente. Una donna tra i 30 e i 40 è un potenziale contenitore di bambino. Un pericolo se sta in un alto livello aziendale, perché da un momento all’altro può stare lontano dal lavoro per 6 mesi, se non di più. Ma anche se fossero solo 6 mesi, l’azienda non può permettersi di stare senza un capo mercato, senza un Product Manager, senza un Sales Planner, senza un Responsabile Logistica. Insomma le cariche monocratiche di grande responsabilità possono essere gestite, in Italia, solo da un maschio. Uno che ti entra alle 8 e mezza di mattina e se ne va alle 9 di sera.

Vengo al dunque. Avevo applaudito al congedo obbligatorio di paternità introdotto dalla Fornero perché trovo che tale norma metta maschi e femmine sullo stesso livello. Leggo oggi che si tratta di soli 3 giorni. Già mi immagino il top manager che sta a casa a lavorare con il Blackberry mentre il bebé piange tra le braccia della mamma. L’unico sistema di rendere uguali i componenti delle famiglie italiane è un congedo parentale obbligatorio che venga misurato con il metro dei mesi, non dei giorni. Sarebbe un’evidente ammissione che in Italia i figli sono una questione che riguarda lo Stato e non solo le famiglie, e soprattutto non solo le donne. Una sorta di rivoluzione culturale che sancisce l’aspetto sociale, e non privato e nucleare della famiglia.

Questo consentirebbe di essere considerati  tutti uguali in caso di scelta lavorativa e obbligherebbe le aziende a modificare i processi interni in modo più efficiente, con benefici per il business e per la vita dei lavoratori. Per quanto concerne la lettera di dimissioni in bianco, che invece riguarda le lavoratrici di livello operaio o impiegatizio ed in particolare nelle piccole imprese, sono contenta che sia stata reintrodotta la norma che le impedisce. Facciamo attenzione che non diventi una scusa per escludere le donne dal mondo di alcuni lavori e – ecco qui – il congedo di paternità obbligatorio per i maschi risolverebbe anche quel problema. Questo per evidenziare che la questione della paternità obbligatoria è una questione che riguarda tutti i lavoratori e le lavoratrici a tutti i livelli aziendali.

 

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

2 Commenti

  1. uqbal

    Articolo molto interessante.

    Per quanto riguarda il ruolo dei sindacati: nessuno può veramente credere che si possa fare a meno del sindacato. Ciò di cui si può fare a meno sono QUESTI sindacati.

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