Presidi e studenti alla guerra di Facebook

di Emanuele Contu.

Foto di Goiaba

Ha fatto un certo rumore, nei giorni scorsi, la dura presa di posizione del dirigente dell’Isis Malignani di Cervignano, in Friuli, che vietando le amicizie tra insegnanti e alunni su Facebook le definiva in una circolare addirittura “una cosa oscena”. Non si tratta peraltro del primo caso in Italia: già a dicembre il preside di una scuola media ligure aveva preso una decisione analoga, sia pure utilizzando toni più moderati. Chi scrive, occorre dirlo, non è osservatore del tutto neutrale: sono infatti un insegnante che utilizza molto la Rete per interagire con i suoi alunni, sia attraverso un sito didattico che per mezzo del principale social network. E per scelta accetto tutte le richieste di amicizia che mi vengono dai miei alunni, mentre non faccio mai il primo passo, cioè non sono mai io a chiedere ai miei alunni l’amicizia.

Qualche perplessità si potrebbe sollevare sull’opportunità che un preside intervenga nella sfera delle scelte personali dei suoi docenti (oltre che dei suoi alunni e delle loro famiglie). È però chiara e tutto sommato accettabile la preoccupazione del dirigente che comportamenti di docenti poco consoni al ruolo da loro ricoperto possa danneggiare il prestigio e la credibilità della scuola. C’è però da domandarsi in che modo l’amicizia su social network tra insegnante e alunno possa produrre un effetto tanto catastrofico. Se l’insegnante è una persona degna del ruolo educativo che ricopre, in effetti, il suo comportamento sul social network – che è comunque uno spazio pubblico, non privato – non dovrebbe avere nulla di disdicevole. Su Facebook ciascun adulto minimamente consapevole cerca di fornire di sé un’immagine adeguata: chi non lo fa ha probabilmente dei problemi con la sua maturazione personale. Se però è l’insegnante a non saper gestire il suo profilo Facebook in maniera adeguata, a fornire di sé un’immagine poco consona al ruolo pubblico di docente ed educatore, il problema non sta nel mezzo, ma in chi lo utilizza. Ed è quantomeno probabile che questo ipotetico insegnante imprudente, a prescindere dalle capacità tecniche di insegnamento, non sia in grado di svolgere adeguatamente la dimensione educativa che al suo ruolo di insegnante è strettamente intrecciata. A meno di voler considerare gli insegnanti delle figure meramente tecniche di trasmettitori di conoscenze e competenze, non si può evitare di pensare, infatti, che un buon insegnante debba essere prima di tutto un adulto maturo e consapevole. Non è chiaro allora perché un adulto maturo e consapevole cui si affida l’educazione dei più giovani possa rappresentare un problema nel momento in cui viene incontrato, pur virtualmente, in un contesto pubblico e visibile come Facebook.

Come spesso accade, le demonizzazioni degli spazi virtuali offerti da Internet nascono prima di tutto da una scarsa conoscenza del mezzo. Si lamenta ad esempio il fatto che, concedendo l’amicizia su Facebook, non si manterrebbero le dovute distanze tra docente e alunno. Che si faccia confusione tra i ruoli, perché, usando ancora le parole del preside di Cervignano, “il professore non è l’amico e non deve essere il confidente ma è soprattutto un docente. Somiglia di più ad una figura genitoriale”. Al di là del fatto che paventare una confusione tra i ruoli per poi confondere la figura professionale dell’insegnante con quella del genitore è quantomeno bizzarro, è qui ancora evidente l’indebita sovrapposizione tra il mezzo – un social network – e lo stile con cui lo si utilizza. Essere amici su Facebook non ha nulla a che vedere con essere amici in senso proprio: non si tratta cioè di un rapporto affettivo tra pari. Si tratta più realisticamente di una connessione stipulata sulla base di una conoscenza, di un interesse comune, di uno stesso contesto lavorativo, di una militanza politica e simili. Di rapporti che nascono e vengono portati avanti in maniera non molto diversa da quella secondo cui si creano legami di conoscenza tra persone nel mondo esterno alla rete, soltanto con un grado di velocità e di semplicità che non può avere riscontri nelle altre esperienze della vita quotidiana. Certamente esistono dei rischi, in questa rapidità, rischi a cui sono specialmente esposti i più piccoli: ma ancora una volta occorre chiedersi se questi rischi derivino dal mezzo – il social network – o dall’uso poco consapevole che se ne fa. L’adolescente carina che mette le sue foto sul profilo Facebook e le lascia accessibili a chiunque, insomma, fa un uso sbagliato o perlomeno imprudente del mezzo e dovrebbe essere aiutata a prendere consapevolezza di questo problema. Anche perché la stessa imprudenza, applicata alla vita reale e non al social network, potrebbe avere conseguenze molto più gravi.

Ed ecco quindi il punto centrale della questione. Gli spazi virtuali, da Facebook in giù, rappresentano oggi uno dei contesti principali di vita e di esperienza dei nostri adolescenti. Il rapporto EU Kids Online del settembre 2011, ad esempio, calcola che i ragazzi europei tra 9 e 16 anni trascorrano in media 88 minuti online al giorno, e quasi la metà di questi lo facciano da un computer personale, posizionato nella loro camera da letto e quindi meno accessibile al controllo dei genitori. Secondo il Report Istat Infanzia e vita quotidiana, diffuso nel novembre 2011, l’82,7 per cento dei ragazzi italiani tra gli 11 e i 17 anni utilizza Internet, mentre il Rapporto sulla scuola in Italia 2011 della Fondazione Giovanni Agnelli valuta che i quindicenni italiani dedichino mediamente tra i 126 e i 143 minuti al giorno al computer, dato che soprattutto per gli adolescenti “la socialità in rete [...] tende a configurarsi come un’importante estensione della rete sociale fisica”.

Siamo allora certi che la cosa da fare sia abbandonare questi luoghi, creando una sorta di apartheid dei social network in cui il mondo degli adolescenti e quello degli adulti non debbano avere rapporti? O non sarà vero il contrario, e cioè che occorre popolare di presenze adulte responsabili questi spazi, come una volta erano popolati di adulti i cortili delle case in cui giocavano i bambini? Abbandonare il campo in cui i nostri adolescenti trascorrono una parte così consistente del loro tempo e della loro vita emotiva sarebbe un grave errore, che denuncia prima di tutto la paura che noi adulti abbiamo di noi stessi, il nostro timore di non essere all’altezza del compito di educare.

Di più, la presenza adulta sui social network dovrebbe essere solo una parte, e neanche la principale, di un processo che punti a popolare il Web di spazi educativi e di luoghi di apprendimento, ora che sulla rete si svolge una parte sempre crescente delle esperienze di apprendimento dei cosiddetti nativi digitali, secondo modalità profondamente diverse da quelle cui sono state abituate le generazioni precedenti. Occorre cioè che in rete gli adolescenti trovino non soltanto adulti affidabili, meglio se gli stessi con cui hanno a che fare in altri spazi della loro vita, ma anche contesti di apprendimento adeguati alle loro modalità. E che quindi gli insegnanti siano più presenti in rete e più connessi ai loro alunni di quando non avvenga, facendosi vedere di tanto in tanto in cortile (i social network) ma preoccupandosi anche di costruire e popolare aule e biblioteche (siti didattici, spazi di apprendimento collaborativo e altro ancora).

In sostanza, non dobbiamo avere paura di Facebook e delle possibili connessioni in rete tra insegnanti e alunni: anzi, dobbiamo impossessarci con intelligenza di questi spazi e renderli più sicuri e più ricchi. Perché o gli adulti che salgono in cattedra sono persone mature e affidabili, e lo sono quindi in ogni contesto, oppure il problema è che abbiamo la coscienza un po’ sporca e riteniamo di mandare in cattedra almeno una certa porzione di adulti indegni di fare gli educatori.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti