Merito, metodo e simboli del TAV

di Corrado Truffi.

Provo a sbrogliare un po’ la matassa del TAV in Val di Susa. Non aspettatevi però soluzioni semplici. Forse, alla fine del percorso, le cose saranno per certi versi ancora più intricate. Ma, almeno, avremo ragionato su un bel po’ di non detti in questa vicenda.

Il merito

Sul merito, paradossalmente, ormai c’è poco da dire, perché è stato detto tutto e il contrario di tutto. Per quanto sarebbe razionale, ragionevole e normale proporre una valutazione dei pro e dei contro, dei costi e dei benefici, ormai la capacità di ascolto reciproco delle parti in causa è talmente scarsa che dubito che ci si possa aspettare grandi cambiamenti nei diversi partiti presi.

Per quel che conta, io sono fondamentalmente d’accordo con Terenzio Longobardi, che ben argomenta il rilievo strategico dell’opera in un mondo post picco del petrolio e, al tempo stesso, ci ricorda che – certo – quell’opera da sola e senza un serio sforzo di investimento del trasporto pubblico locale su ferro, serve a poco.

Ma, per l’appunto, il merito della questione non è più il problema. I problemi, invece, sono altri due: il metodo, e il ruolo di simbolo assoluto assunto dal TAV.

Il metodo

Il metodo, visti i risultati, evidentemente non è stato dei più brillanti. Lo stesso Corrado Passera, in un’intervista a La Stampa, ammetteva che in tutto un primo periodo, fino al 2005, non c’è stato adeguato ascolto né condivisione con le popolazioni locali, salvo recuperare con l’istituzione del (contestatissimo) osservatorio.

L’osservatorio ha effettivamente prodotto una montagna d’iniziative di analisi e discussione partecipata. Il problema è che questo processo di partecipazione, che avrebbe dovuto o potuto portare ad un consapevole consenso informato, oppure ad una valutazione davvero condivisa dell’inutilità dell’opera, o, ancora, a consolidare una variante di progetto sensata, si è impantanato per almeno due motivi:

  • da un lato, chi guidava il processo partecipativo ha vincolato la partecipazione ad un risultato deciso a priori, quello di fare comunque l’opera. L’obiettivo della partecipazione, per chi guidava l’Osservatorio e per tutto un modo di pensare ben diffuso, non può essere quello di valutare – in modo il più possibile oggettivo e non ideologico, ma tuttavia del tutto libero – il da farsi avendo la possibilità di incidere sulle proposte iniziali, ma solo quello di “digerire” una decisione presa altrove. Il massimo di autonomia concesso è discutere di varianti, non di negare l’esecuzione. E la logica di fondo è solo quella delle compensazioni alle popolazioni locali;
  • dall’altro lato, del resto, questo atteggiamento minimalista sui processi di partecipazione risulta agevolato sia dalle insopportabili lungaggini con cui si implementano queste cose, sia dal fatto che il tutto è iniziato con colpevole ritardo, sia infine dall’atteggiamento oggettivamente ostruzionistico a priori di una parte dei partecipanti. Hai un bel da proporre il metodo del consenso informato, se una parte delle persone coinvolte ne fa, fin da subito, una questione ideologica.

Sul metodo, in conclusione, ci sarebbe molto da imparare da questa storia. Primo, dovrebbero esserci regole chiare per la realizzazione di opere piccole e grandi con impatto sui territori. Regole che definiscano il ruolo delle amministrazioni pubbliche e il ruolo, i limiti e i tempi (certi) dei processi di partecipazione democratica alle decisioni. Non che sia un problema di facile soluzione, perché c’è di mezzo il rapporto fra democrazia rappresentativa e democrazia deliberativa, e il rapporto fra costi locali e benefici globali di certe decisioni. Tuttavia, qualche criterio di buon senso potrebbe consentire di fare dei passi avanti. Ad esempio, una più umile consapevolezza della potenziale fallacia dei tecnici e della efficacia ex post delle decisioni collettive prese da cittadini semplicemente informati dovrebbe suggerire che una qualche forma di processo deliberativo è utile, sopratutto per politici che vogliano provare a fare davvero l’interesse generale. Ad esempio, un processo più regolato e governato dovrebbe agevolare la partecipazione più vasta possibile nella fase informativa e deliberativa, fornendo risorse e tempo per la partecipazione e, nel contempo, mettendo in campo meccanismi di controllo per evitare la prevalenza dei “professionisti della partecipazione” che, da Porto Alegre in poi, sono la tabe più grande della democrazia partecipativa.

Il simbolo

Il TAV è il primo caso in cui una classica sindrome Nimby si trasforma nella condivisione e teorizzazione di massa della teoria della decrescita felice. Certo, c’è un impasto con altri temi, come le infiltrazioni mafiose, il treno per i ricchi (correva tutti i giorni un treno per la sua stazione, un treno per ricchi, lontana destinazione…) contrapposto alle esigenze dei poveri, ecc.

Ma l’idea che hanno in testa i NO TAV, sopratutto quelli del movimento di solidarietà ai valligiani, ovunque abitino in Italia, è quello di un mondo esplicitamente, dichiaratamente in decrescita. L’opera è inutile perché il fabbisogno di trasporto cala. E, nelle parole del più conseguente e maturo NO TAV della Val di Susa, Luca Mercalli, è bene che il fabbisogno di trasporto cali, perché bisogna ricentrare il mondo sulle produzioni locali, sul Km zero, e comunque ridurre la quantità di cose trasportate (ad esempio riducendo gli imballi, ecc.).

Il TAV non serve perché non serve nessuna grande opera. Il TAV non serve perché si hanno in mente alcune idee semplici e nette, che stanno facendo breccia creando un impasto fra vecchio antagonismo di origine – diciamo – paleomarxista e nuovo pensiero critico di orientamento ecologista radicale. Provo a farne un piccolo elenco, per discuterne almeno alcuni aspetti cruciali:

  • La retorica del Km zero, secondo la quale il commercio internazionale dovrebbe essere ridotto, le produzioni effettuate in larghissima misura localmente, i mercati locali resi il più possibile autonomi. Che questa retorica sia diffusa via internet usando dispositivi che funzionano grazie al litio estratto dalle miniere di terre rare cinesi – e che certi materiali siano concentrati e quindi sia necessario trasportarli su lunga distanza – è un particolare irrilevante per questo modo di pensare.
  • La difesa dei beni comuni contrapposti al mercato e ai beni privati. Difesa sacrosanta e assai lungimirante, con il piccolo particolare che non è facile mettersi d’accordo su quali siano i beni comuni e collettivi e quali siano i beni privati, quale sia il confine fra loro. E ancora più difficile è mettersi d’accordo su quale sia la migliore modalità per gestire questi stessi beni comuni, perché in genere al di là di fumose perorazioni sulla loro gestione partecipata, non si riesce ad andare.
  • L’uso sistematico del doppio standard nella valutazione della scienza, della tecnologia e dei suoi effetti: quando una scoperta scientifica è coerente con il tuo sistema di valori a priori, è buona per definizione (esempio, la fecondazione assistita). Quando è contraria al tuo più o meno esplicito sogno di società ideale, si invoca a gran voce almeno il principio di precauzione o, più spesso, si accusano le manipolazioni delle terribili multinazionali (esempio, gli OGM).

Potrei continuare con gli esempi, ma credo che il punto sia chiaro. Il TAV è diventato il simbolo attorno a cui si è coagulato un modo di vedere le cose antagonista e un po’ semplificatorio che trova vastissima udienza anche al di fuori di quell’ambiente (si vedano gli articoli di Salvatore Settis su Repubblica, ad esempio).

Questo modo di vedere ha vasto successo perché individua e mette a nudo problemi reali e profondi del nostro modello di sviluppo, perché fornisce risposte – incoerenti, a mio giudizio, ma risposte – che invece il bricolage riformista non riesce affatto a dare, barcamenandosi fra vecchio istinto produttivista novecentesco e la teorizzazione di buone pratiche ambientali, in un modo poco credibile e contraddittorio.

Ho il sospetto che questa doppia debolezza – la debolezza della confusione ideologica dell’antagonismo e la debolezza di una visione coerente del riformismo – siano fra loro complementari e siano, inoltre, molto italiane. Ho il sospetto che siano, insomma, un altro dei molti tasselli che descrivono il ritardo del nostro paese nei confronti della modernità.

Per dire, un guru della transizione ad una società sostenibile come Rob Hopkins, in questa celebre conferenza TED, pur proponendo soluzioni radicali e dal basso che piacerebbero a molti antagonisti, si guarda bene dal dimenticare che è necessario anche usare e convincere le istituzioni, collaborare e trasformare i governi, e, non a caso, esemplifica il cambiamento necessario usando le immagini della famiglia Obama che coltiva l’orto alla Casa Bianca.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti