Merito e istruzione. Italia e Francia a confronto

di Riccardo Spezia.

ENS di Tilo 2007

 

Questi mesi di governo Monti hanno avuto, tra i vari meriti, quello di aver dato nuova linfa ad una serie di discussioni, tra cui quella che riguarda il bisogno da parte del nostro paese di premiare il merito. Un concetto vago che si può articolare in vari modi, dalle eccellenze alla giusta valorizzazione di ogni competenza. Ovviamente questo processo ha al suo centro il sistema di formazione e il suo collegamento con il mondo del lavoro. E in questo campo ci sono molte proposte nel calderone : si parla di maggiore integrazione tra Università e imprese, di qualificazione della formazione tecnica terziaria non universitaria, di valore legale del titolo di studio e di tanto ancora.

Ogni problema andrebbe analizzato prima separatamente per poi mettere insieme i pezzi e cercare una visione generale. Un aspetto, magari marginale nei numeri ma importante nella definizione di una società, è quello dell’identificazione degli studenti migliori per far sì che possano diventare la classe dirigente della società del domani. Si parla sempre dei migliori e mai degli studenti normali ? Non credo sia così, e le facili critiche di elitismo non devono spaventarci perché un sistema democratico e repubblicano è proprio quello che ha in sé i giusti meccanismi per trovare i migliori elementi nel suo corpo sociali e valorizzarli correttamente. Se non ci sono questi meccanismi allora sarà il familismo a prevalere, bloccando l’ascensore sociale e trasformando una democrazia sulla carta in una aristocrazia nei fatti. Perché non è solo il voto a definire una democrazia ma anche la possibilità per tutti ad accedere, secondo il proprio merito, al ruolo sociale che gli spetta. Ma secondo il proprio merito, ed è qui che è necessario che il sistema identifichi dei meccanismi chiari. Poi i geni che escono dal seminato troveranno anch’essi sempre il modo di farsi avanti. Ma per tutti gli altri serve un sistema chiaro e giusto.

Nessun sistema è per sua definizione perfetto, vediamo come, a grandi linee funziona in Francia. Qui sin da quando sono piccoli si identificano gli studenti più bravi, o che vogliono studiare di più, che possono andare nei licei migliori e quindi avere accesso alle migliori « classes préparatoires », le cosiddette « prepa », che sono due anni di studi post-maturità che insegnano a prepararsi per i concorsi per entrare nelle Grandes Ecoles. I licei migliori ? Non sono tutti uguali ? Si e no. Perché alcuni licei sono rinomati per dare più studenti alle prepa e quindi il loro « titolo » pur essendo formalmente uguale ad un altro ha però un peso anche nelle valutazioni successive diverso. Ovviamente non tutti vanno alle prepa e non tutti riescono nei concorsi. Dopo due anni di studi molto duri ci si presenta a questi concorsi, i più bravi vanno nelle Ecoles più prestigiose, come l’Ecole Normale (l’originale della Normale di Pisa, per cui però non esiste nessuna scuola post-maturità pubblica che prepari al concorso), l’Ecole Polytechnique o le tante altre scuole di ingegneria (che qui si intende in senso molto vasto, non per fare poi solo ingegneri come li intendiamo noi, ma di tutto, dagli scienziati ai broker finanziari). A seconda quindi della propria scuola (e soprattutto Ecole) si è in un qualche modo già incasellati rispetto alla propria « bravura ». Ognuno avrà un titolo riconosciuto, ma con un profilo che diversificherà chi è andato all’ Ecole migliore, perché per andarci ha dovuto vincere un concorso molto selettivo e duro. Chi non va a queste Ecoles può andare liberamente all’Università e per lui non sarà sempre facile farsi largo tra gli altri che invece ci sono andati se vogliono puntare in alto. Il problema non è tanto in questa fase, perché più o meno tutti accettano che ai migliori sia « facilitato » l’accesso a diventare classe dirigente, ma nella selezione precoce che in pratica blocca l’ascensore sociale per chi abita nelle periferie disagiate, è figlio di immigrati che non conoscono bene il sistema e non sanno che bisogna essere bravi e studiosi sin da piccoli per poter imboccare la strada verso l’alto. Di ciò ne sono consapevoli in molti ed esistono alcuni programmi che cercano, non sempre con successo, di ovviare a ciò grazie a quote di inserimento di studenti provenienti da zone disagiate. Come ovunque, chi è figlio di una famiglia istruita avrà più possibilità di accedere alle migliori scuole e quindi a diventare classe dirigente, ma dovrà guadagnarselo comunque studiando duramente.

Come funziona invece in Italia ? Dopo le scuole medie si sceglie una scuola secondaria ma conseguita una qualsiasi maturità poi tutti possono fare tutto, tutti dopo il diploma possono andare all’Università, laurearsi ed avere un titolo di studio uguale da Aosta ad Agrigento. Giustissimo ? Sì e no. Una volta si contestavano certi governi che volevano fare scuole di serie A e di serie B. Se questa differenziazione è basata sulla zona geografica è chiaramente deprecabile, ma se invece è basata sul merito di chi studia lo è molto meno. Perché alla fine quando tutti hanno lo stesso « titolo » cosa distinguerà una persona dall’altra ? Le amicizie e la famiglia. Non è giusto non dare una seconda chance ? Certo, solo che in Italia oltre alla seconda si ha una terza, quarta, quinta chance. Dire « no », fermare chi non merita di proseguire in Italia è visto come un sopruso, un’ingiustizia. Così si formano le lunghe liste di precari nella scuola (quando basterebbe assumere ogni anno con concorsi snelli come avviene altrove il numero di insegnanti necessarie e a chi non è dentro dire : « no grazie, riprovi l’anno prossimo sarà più fortunato ») e allo stesso modo si generano speranze non riposte in chi finisce gli studi senza avere coscienze dei propri meriti e dei propri limiti.

Le soluzioni possono essere « tecnicamente » molteplici, dall’abolizione del valore legale (come si discuteva in consiglio dei ministri alcune settimane fa), anche se ciò è un concetto senza ancora contorni ben definiti per l’Italia e probabilmente difficile da attuare in un quadro giuridico come quello italiano, alla differenziazione qualitativa dei vari corsi di studio, un po’ come avviene in Francia che ha un sistema di valori legali ma egualmente diversi. Perché l’importante è non avere una visione « notarile » ma fattuale, che guardi alle competenze e non esclusivamente alle carte. Per questo serve un concetto che in Italia è latitante, ovvero quello della « responsabilità », un po’ come per i concorsi universitari.

Alcuni giorni fa discutendo su come si selezionassero gli ingressi nel mondo del lavoro in Italia (nell’Università come in non pochi dei posti di dirigenza) con alcuni colleghi francesi ho risposto con una battuta « dipende dalla tua famiglia », cosa che ha inevitabilmente generato anche in loro un sorriso amaro.

La famiglia è importante in Italia, sicuramente troppo.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

5 Commenti

  1. uqbal

    Articolo molto interessante.

    La meritocrazia francese, sembrerebbe a me ad una prima impressione, garantisce che nei posti importanti della classe dirigente vada gente preparata, ma non garantisce a tutti i meritevoli di divenire preparati.

    Uno potrebbe anche accontentarsi cosi’. Ma ci sono delle cose che andrebbero definite.

    Cosa vuol dire classe dirigente? La classe politica? O ci vogliamo mettere dentro anche gli imprenditori di maggior peso e successo? O chiunque abbia un qualche peso pubblico a qualche titolo?

    Se noi intendiamo la “classe dirigente” in questo senso, anche ampio, pensiamo ad un certo numero di posizioni fisse, delle vere e proprie caselle da riempire. Basta inserirci gente valida fino al completo riempimento e poi il sistema va da se’. Se anche ci sono delle perdite, amen, il sistema e’ comunque garantito.

    Se invece guardiamo il discorso dall’altra parte, ovvero delle persone, la cosa cambia un po’. Anzi, abbastanza. Le persone che non diventano “classe dirigente” (anche nel senso piu’ estensivo di “persone genericamente facoltose”) non spariscono dalla faccia della terra. La loro vita devono comunque viverla. Devono lavorare, per pagare abbastanza tasse da mandare avanti il sistema-Paese.
    Se le scuole cui vanno non sono buone, non si troveranno buoni lavori o non ne troveranno affatto, e anziche’ versare soldi allo Stato, gliene chiederanno, per sussidi e assistenze varie.
    Potrebbero addirittura prendere comportamenti attivamente dannosi: alcolismo, dipendenze, certi tipi di malattie “sociali” sono correlate anche al livello di istruzione (spesso in una spirale perversa con il livello di reddito).

    In uno Stato democratico vero non e’ una balla che tutti sono “classe dirigente”, perche’ tutti concorrono alla cosa pubblica. Il livello minimo necessario, quindi, dovrebbe talmente livellarsi verso l’alto, da rendere le differenze tra ranghi di scuola poco significativi.

    Oltre a questo, su un altro piano ancora, l’articolo sembra dire (poi magari mi sbaglio) che gia’ da ragazzino uno dovrebbe avviarsi ad essere classe dirigente. Nella antiche aristocrazie era cosi’. Ma sono talmente tante le variabili, le indoli, le tortuosita’ della crescita dei ragazzi di qualsiasi classe sociale che questa sorta di “concorso a vita” forse spreca piu’ di quanto colga, e che colga poco (anche se magari e’ sufficiente per perpeturare una classe dirigente in senso “fisso”, come dicevamo).

    Culture diverse alla base ed estrazioni sociali diverse potrebbero anche garantire una maggiore pluralita’ di voci, mentre un percorso rigido come quello descritto favorisce il conformismo. Non a caso, la burocrazia bizantina funzionava esattamente cosi’, con una gradazione rigida delle cariche (una 30ina solo a corte).

    Ovviamente con questo non si vuole dire che allora i posti chiave devono essere lasciati ai primi venuti. Anzi, le selezioni devono essere rigide quando si affidano posti di responsabilita’ (nel senso piu’ ampio). Questo pero’ non porta con se’ che il sistema scolastico debba essere un’incubatrice selettiva e matrigna.

    Ah, il sistema scolastico francese non brilla particolarmente nelle misurazioni internazionali.

  2. kmatica

    @uqbal

    esempio di scuola france:

    La necessita’ di parlare, l’imbarazzo di non aver nulla da dire e la brama di mostrarsi persone di spirito sono tre cose capaci di rendere ridicolo anche l’uomo piu’ grande.
    (Voltaire)

  3. @uqbal: provo a rispondere ad alcune tue domande/considerazioni che sono molto pertinenti.

    1) “Cosa vuol dire classe dirigente? ” intendo non solo la classe politica, ma in generale chi dirige grandi aziende pubbliche e private, chi insegna (dalla scuola all’università), etc …

    2) “Oltre a questo, su un altro piano ancora, l’articolo sembra dire (poi magari mi sbaglio) che gia’ da ragazzino uno dovrebbe avviarsi ad essere classe dirigente.” Non voglio assolutamente dire che uno “deve avviarsi” sin da ragazzino, al contrario è la critica maggiore che faccio (e che fanno tutti) al sistema francese. La selezione avviene troppo presto. Lo riportavo semplicemente come elemento nel dibattito.

    3) Sono d’accordo sul problema “degli altri”. Discutendo con un amico che lavora nel campo commerciale, mi faceva notare come il sistema dei “grandi dirigenti” (pubblici o privati) ha un rovescio: i migliori vanno nei grandi gruppi e quindi le imprese medio-piccole non riescono a svilupparsi perché soffrono di mancanza di personale con una competenza sufficiente da poter reggere la concorrenza.

    4) “In uno Stato democratico vero non e’ una balla che tutti sono “classe dirigente”, perche’ tutti concorrono alla cosa pubblica.” E’ chiaro che io intendo per classe dirigente chi dirige. E se c’è uno che dirige c’è qualcuno che è diretto. Ovviamente ognuno concorre alla cosa pubblica, secondo le sue capacità e i suoi desideri.

    5) “Questo pero’ non porta con se’ che il sistema scolastico debba essere un’incubatrice selettiva e matrigna.” Certamente no. Io riportavo un parallelo tra quelli che per certi versi sono due “opposti”, l’Italia (mai dire no) e la Francia, per tentare di porre alcuni elementi del dibattito.

  4. uqbal

    Riccardo

    Mi sono espresso male. Non intendevo dire che l’articolo auspichi che quel riprendi ai punti 2 e 5, bensì una cosa del tipo “se veramente il sistema francese è così come mi sembra che riferisca l’articolo”.

    Anche al punto 4 non intendevo forzare il senso dell’articolo. Voleva essere più che altro una mia considerazione, una forzatura per farmi capire.

    Grazie della risposta!

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