L’IMU e il federalismo all’italiana

di Massimo Matteoli.

Di penelope waits

L’introduzione dell’IMU sulla prima casa ha fatto scorrere fiumi di inchiostro. In realtà gli aspetti più problematici sono altri due, su cui l’attenzione e le polemiche sono state molto minori. Per alcuni l’ IMU doveva essere l’ “Imposta Municipale Unica”, ma come spesso accade in Italia non è né “unica” né tantomeno “municipale”. Nonostante il richiamo al federalismo di cui si ammanta, i Comuni operano di fatto come “gabellieri” dello Stato centrale, a cui rimane necessariamente la metà dell’aliquota base, indipendentemente dalle agevolazioni che potessero essere decise a livello locale.

Nella sua attuale struttura l’IMU rappresenta, perciò, la negazione non solo del federalismo ma di ogni vera autonomia tributaria. E’, poi, passata nel silenzio quasi generale come la nuova imposta abbia abolito la tassazione dei redditi “catastali” non solo per la prima casa ma per tutti gli immobili.

Forse, però, non tutto il male viene per nuocere e l’IMU può ancora rappresentare un’opportunità per il paese, invece di essere una delle tante occasioni perse. Ma vediamo le questioni più in dettaglio.

La fine dell’imposta progressiva sui redditi immobiliari

Per attutire il “colpo” dell’IMU sui contribuenti il Governo Monti ha introdotto una detrazione per la prima casa (200 euro aumentabili fino ad altri 200 per i figli a carico) ed ha confermato l’eliminazione della tassazione sui redditi catastali, già prevista da Tremonti. Fino ad oggi gli immobili di proprietà di persone fisiche, se non erano affittati, producevano un “reddito fondiario” figurativo basato sulla rendita catastale (come, per esempio, prime e seconde case, case sfitte o, peggio, affittate “a nero”) che si sommava agli altri redditi del contribuente e ne determinava l’aliquota finale. Questa, come è noto, parte dal 23% ed arriva al 43% (al netto delle addizionali locali) per chi guadagna oltre 75.000 euro l’anno. In pratica la rendita catastale veniva tassata con l’aliquota massima applicata a ciascun contribuente.

Ora, invece, l’IMU per gli immobili non affittati di proprietà delle persone fisiche ha inglobato le tasse sulla rendita catastale, che così spariscono dalla dichiarazione dei redditi.

In questo modo, però, l’aumento del carico fiscale rappresentato dall’IMU agisce in misura inversamente proporzionale al patrimonio ed al reddito. Cioè più sei povero e maggiore è l’incremento percentuale del peso fiscale.

Visto che si parla di “soldi” più che le parole contano i numeri. La CGIA di Mestre ha fatto alcuni calcoli e la conclusione, apparentemente paradossale, è che i ricchi ci guadagneranno. Lo studio ha considerato proprietari con quattro livelli di reddito crescenti ed ha confrontato quanto ciascuno di loro avrebbe pagato nel 2011 (applicando l’Ici con un’aliquota media nazionale del 6,4 per mille, una addizionale Irpef Regionale dello 0,9% e una addizionale Irpef Comunale dello 0,4%) con il conto dell’IMU per il 2012 (aliquota Imu media del 7,6 per mille ed una rivalutazione catastale del 60%).

Questi sono  i risultati:

La tassazione sulle seconde case dopo la manovra (valori in euro)

caso 1

caso 2

caso 3

caso 4

Redditi

€ 25.000

€ 50.000

€ 100.000

€ 150.000

Rendita catastale(1)

630

788

945

1.000

Reddito IRPEF proprietario

25.000

50.000

100.000

150.000

NEL 2011
ICI (6,4 per mille)

403

504

605

640

IRPEF su immobili

227

399

542

573

Add. Regionale IRPEF (0,9%)

8

9

11

12

Add. Comunale IRPEF (0,4%)

3

4

5

6

Totale

641

917

1.163

1.230

NEL 2012
IMU (7,6 per mille) e
rivalutazione del 60%(2)

766

958

1.149

1.216

Differenza rispetto al 2011

+125

+41

-14

-15

 Note

(1)               La rendita catastale comprende la rivalutazione del 5%.

(2)      Al fine di ottenere la nuova base imponibile IMU, la rendita (rivalutata del 5%) viene moltiplicata con un coefficiente pari a 160 (prima della manovra era pari a 100).

(3)               Nella simulazione non si sono applicate detrazioni IRPEF.

Elaborazione: Ufficio Studi CGIA di Mestre 

 

Se a questo aggiungiamo l’introduzione, sempre per le persone fisiche, della “cedolare secca” sugli affitti con un aliquota super vantaggiosa del 21% (ricordiamo che l’aliquota minima IRE – la vecchia IRPEF – è pari al 23%), possiamo dire che nel nostro paese la ricchezza immobiliare è stata  di fatto sottratta alla tassazione progressiva.

Non è cosa da poco se ricordiamo che le aliquote  fiscali crescenti per i più ricchi, introdotte dai liberali inglesi all’inizio del secolo scorso dopo uno scontro epico con i conservatori e la Camera dei Lords, hanno rappresentato da allora la colonna portante di tutte le politiche redistributive e sociali, non solo di quelle “socialiste”.

E’ chiaramente un segno dei tempi che la sostanziale eliminazione dei redditi immobiliari dalla tassazione progressiva sia avvenuta senza nessuna reale opposizione.

Il federalismo dell’IMU?

Addirittura incomprensibile appare la struttura della nuova imposta. Di sicuro non ha nulla di “federalista”. L’aliquota base, stabilita con legge nazionale al 7,6 per mille della rendita catastale rivalutata, può essere modificata dai Comuni entro certi limiti, ma in ogni caso il 3,8 per mille del ricavato – tranne che per le prime case ed i fabbricati rurali – rimane allo Stato centrale.

Contemporaneamente i fondi statali a favore degli enti locali vengono ridotti per il 2012 di oltre tre miliardi di euro e, come se non bastasse, ogni incremento del gettito IMU rispetto all’ICI precedente produce una diminuzione automatica dei rimanenti trasferimenti statali.

Tradotto in cifre il risultato stimato per il 2012, in miliardi di Euro, sarebbe il seguente

ICI 2011

IRPEF 2011 immobili non locati integrata nell’ IMU

IMU 2012

Quota IMU Stato

Quota IMU Comuni

Tagli fondi statali ai Comuni

Residuo netto Comuni

Incremento fiscale

2012

9,20

1,65

21,43

9,00

12,4

3,23

9,17

10,58

Fonti: Sintesi Disciplina IMU,  IFEL Fondazione ANCI  e Servizio Studi Camera dei Deputati n. 264, 1.2.2011

Non avete letto male. Pur con le oscillazioni possibili in stime di questa natura, si tratta di una cifra imponente. L’IMU introduce una vera e propria patrimoniale con maggiori tasse per circa 10 miliardi di euro, riuscendo per di più a far fare la parte dei “cattivi” ai sindaci. Tanto di cappello. Peccato che un simile aumento, delegato ai Comuni ma slegato da ogni ricaduta sul territorio, distrugga le autonomie locali lasciando campo aperto ad ogni demagogia localistica.

L’aver introdotto un simile “uragano fiscale” senza assicurare nel contempo una reale autonomia dei Comuni rappresenta un errore gravissimo. Ciò appare ancora più incomprensibile se si considera che lo Stato centrale, mentre da una parte usa l’IMU per reperire risorse  per circa 10 miliardi di euro, dall’altra continua ancora a trasferire a Comuni e Province almeno 12 miliardi di euro. Con una mano prende, con l’altra dà.

Nel mezzo, però, ci stanno polemiche durissime, problemi di bilancio per i Comuni, ulteriori tagli ai servizi ed agli investimenti locali, ecc., di cui tutti avremo ampia notizia via via che in ogni città si inizierà a discutere il bilancio di previsione per il 2012. Vale veramente la pena pagare i costi politici enormi del finto federalismo IMU per mantenere una partita di giro? Mi pare evidente di no. E del resto la saggezza popolare insegna che non c’è nulla di peggio che fare le cose a metà.

Un’ occasione da cogliere

La prima reazione dei Comuni è stata, perciò, quella di chiedere l’aumento della quota di gettito Imu a scapito dei trasferimenti statali. Per  tutti basti citare il Presidente Anci della Lombardia, Attilio Fontana, sindaco leghista di Varese lontano mille miglia dagli eccessi dei suoi compagni di partito,  che esprime un buon senso così evidente che è veramente difficile dargli torto:“se vogliamo chiamarla davvero ‘imposta municipale’, ci sia lasciata per intero, insieme alla possibilità di programmare le politiche per il territorio contando su risorse certe. Rinunciamo in cambio a tutti i trasferimenti statali. Forse -osserva- ci perderemo in gettito, ma ci guadagneremo senz’altro in autonomia”.

Come se non bastasse, con il Decreto legge sulle liberalizzazioni del 24 gennaio è stata reintrodotta la “tesoreria unica”, dando un altro colpo al sistema delle autonomie.

La misura è più incisiva di quanto possa sembrare, perché comporterà una diminuzione del fabbisogno di cassa statale di 8 miliardi e 600 milioni di euro. L’unica cosa in cui il Governo è stato “liberale” con i Comuni è rappresentata dal via libera agli aumenti delle addizionali locali. Il risultato di tutte queste manovre è facilmente prevedibile: i cittadini vedranno nei Comuni solo enti che aumentano tasse e tariffe, diminuendo servizi ed opere pubbliche.

Però è ancora possibile utilizzare l’occasione dell’ IMU per attuare finalmente quello che a torto è stato chiamato “federalismo municipale”, ma che in realtà è una sana e forte autonomia locale, ben più utile al nostro paese delle ubbie secessioniste. Con l’IMU la tassazione dei redditi fondiari è stata incentrata sui Comuni. L’operazione potrebbe essere facilmente completata attribuendo agli enti locali anche gli altri redditi fondiari delle persone fisiche attualmente non inglobati nell’Imu. Detratti i 9,2 miliardi di ICI 2011, si tratterebbe  per il 2012 di circa 17 miliardi di euro di entrate per gli enti locali. Con queste somme si potrebbero sostituire i trasferimenti attualmente a carico del bilancio statale e ci sarebbe spazio per ulteriori deleghe od attribuzione di nuove funzioni dall’amministrazione centrale ai Comuni.

Le conseguenze virtuose sono evidenti: diminuzione certa della spesa dello Stato centrale, maggiori risorse per gli enti locali ma anche maggiore responsabilità per i loro amministratori e maggiore efficienza e controllo nella macchina amministrativa. Non è solo una speranza dettata dal buon senso, altri hanno già rilevato che il taglio dell’ICI voluto da Berlusconi ed il conseguente aumento dei trasferimenti statali abbiano in realtà comportato un aumento della spesa locale da parte di amministratori liberati dalla necessità di reperire le risorse dai loro amministrati.

Investimenti ed infrastrutture: il nodo del “Patto di stabilità”

Soprattutto una riforma di questo tipo, unita alla modifica del “Patto di stabilità”  con il riconoscimento ai Comuni dei benefici di cassa resi possibili dalla Tesoreria Unica, consentirebbe “a fabbisogno invariato” di rilanciare gli investimenti a livello locale. Non so, infatti, quanti abbiano chiara la diminuzione degli investimenti pubblici che si è verificata in questi anni nel nostro paese.

La situazione è così grave che, in un recente Rapporto, una fonte insospettabile come il Servizio Studi di Intesa San Paolo critica alla radice l’impostazione del “patto di stabilità” per gli enti locali. Lo studio calcola che per le infrastrutture le amministrazioni locali realizzino il 72,9% della spesa, quasi i tre quarti, del totale degli investimenti pubblici. Il Dossier di Intesa San Paolo rileva come in questi anni si sia guardato unicamente alle regole formali di bilancio. In questo modo, però, la finanza locale è stata spostata in modo strutturale da “conto capitale” a “spesa corrente”, paralizzando gli investimenti e sterilizzando il potenziale anticiclico della spesa pubblica.

Questo ha provocato effetti devastanti sugli investimenti pubblici, che nel nostro paese sono in gran parte effettuati dagli enti locali, tanto che gli investimenti degli enti periferici sono passati in pochi anni dal 2,1 % del PIL nel 2004 all’1,5 % del PIL nel 2010.

Con la normativa attuale le prospettive per il futuro sono ancora peggiori. In base ai vincoli imposti dalla legge di stabilità, nel triennio 2012-2014 l’incidenza della spesa per il servizio sul debito sul totale delle entrate correnti deve scendere di due punti all’anno, passando dall’attuale 10% al 4% previsto per il 2014. “Analizzando la situazione dei Comuni – si legge nel dossier – il limite del 10% appare già molto restrittivo. Passando al 4 per cento, in teoria nessun Comune potrebbe contrarre nuovi mutui, ovvero programmare nuove spese per investimenti”.

La recessione e la debolezza strutturale del mercato interno impongono a maggior ragione un cambio di passo. Come osserva anche il Dossier di Intesa san Paolo, basterebbe seguire l’esempio dei Paesi europei che, pur salvando gli equilibri complessivi, hanno vincolato solo i saldi di bilancio degli enti locali, senza controllarne rigidamente i livelli di spesa.

Del resto, come ripete sempre Monti , oltre al rigore serve la crescita.

I Comuni sono i soggetti che in modo migliore e nei tempi  più rapidi possono attivare una spesa pubblica “virtuosa”, purché gli sia riconosciuto nell’ambito delle politiche di risanamento finanziario uno spazio pari ai sacrifici cui sono stati chiamati. L’Imposta Municipale rappresenta un’occasione unica per realizzare quel sistema di amministrazioni locali realmente autonomo perché fiscalmente responsabile di fronte ai propri cittadini, sistema che a parole tutti vogliono ma che fino ad oggi è rimasto al palo. Sprecare l’IMU per fare “cassa” sarebbe un errore imperdonabile.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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