La Legge Aprea e i cavalli di Frankenstein Jr.

di Marco Campione.

Foto di Orsorama

Giovedì la VII commissione ha approvato con il voto favorevole di PD, UDC e PDL una legge per iniziare a mettere ordine nella governance delle Autonomie Scolastiche e introdurre importanti novità sul tema della loro rappresentanza. Fin qui sarebbe ordinaria cronaca parlamentare, ma così non è. Infatti i tratta di un testo che parte dalla proposta di legge dell’On. Aprea. E se penso al forte valore simbolico che ha avuto in questi anni l’avversione del mondo della scuola più politicizzato e sindacalizzato a quel progetto di legge, sorprende come sia passato in Commissione senza che per ora nessuno abbia fatto nemmeno un plissé.

Va detto che è stata approvata una versione molto ridotta dell’iniziativa del Presidente della VII Commissione, ma – chiamata diretta del personale docente a parte – sono rimaste (seppure assai migliorate nel merito) tutte le parti sulle quali l’oppposizione “di piazza” aveva concentrato i propri strali, quelle sulla governance. Lo slogan dei duri e puri è stato in questi anni “no alla privatizzazione strisciante” per alcune norme – quelle sulle Fondazioni e quelle sul “consiglio d’Amministrazione” (sic) – nella loro prima stesura effettivamente troppo ideologiche. Ma quelle parti erano già state edulcorate nel 2009 senza ottenere alcun arretramento da parte degli oppositori dei movimenti più attivi (i precari organizzati, i sindacati, Rete Scuole…).

Oggi invece il provvedimento è passato con una larghissima maggioranza. E dire che solo il giorno prima dell’approvazione sul sito del PD era comparsa questa dichiarazione di Francesca Puglisi, responsabile nazionale scuola del partito.

L’on. Aprea, nelle sue ultime ore da parlamentare, confonde le sue fantasie con la realtà. La sua proposta di legge è solo una proposta, che non diventerà mai legge. Il Partito Democratico non accetterà mai un disegno di privatizzazione della scuola pubblica. Se non lo ha ancora capito, lo capirà nei prossimi giorni.

Come spiegare questa apparente schizofrenia? In teoria con le parole dell’On. Ghizzoni, Capogruppo PD in Commissione: “le cose che non ci convincevano sono state eliminate dal testo. Restano l’autonomia statutaria, ma sono fuori le Fondazioni”. Solo in teoria, però. Perché alla possibilità per le scuole di trasformarsi in Fondazioni l’On. Aprea aveva rinunciato da tempo e nella versione di quella legge che stava per essere approvata un paio d’anni fa si parlava solo della possibilità di “promuovere o partecipare a Fondazioni o Consorzi”. Allora tutto fu bloccato da un gioco di sponda tra il Ministro Gelmini e la Lega per impedire all’On. Aprea (in quel periodo i rapporti con la titolare di Viale Trastevere erano – diciamo – non idilliaci) di intestarsi una riforma organica del sistema (oltre alla governance, prevedeva norme per le assunzioni – la cosiddetta chiamata diretta – e la carriera dei docenti).

Dunque come si spiegano le dichiarazioni di Francesca Puglisi? Solo con un mero gioco delle parti per giustificare il voto favorevole di fronte a quella parte del proprio elettorato – minoritaria, ne sono certo – che reagisce al suono “Valentina Aprea” come i cavalli di Frankenstein Jr. a sentir nominare “Frau Blücher“? Io non voglio e non posso credere che sia questo, non sarebbe un comportamento da partito di governo. E anche se così fosse per qualcuno, i calcoli sarebbero sbagliati perché quel tipo di elettorato non accetta un confronto sul merito e a loro parla con molta più facilità una forza come l’IdV, che non a caso ha già iniziato a sparare ad alzo zero sulla legge e sul PD con l’On. Zazzera.

Non bastasse la propaganda altrui, c’è il merito delle proteste a rendere vano qualsiasi tentativo di lisciare il pelo agli oppositori di professione. L’attacco alla parte sulla cosiddetta “privatizzazione” di quella legge non riguardava tanto il capitolo delle Fondazioni (la cui costituzione era facoltativa), ma soprattutto la composizione dell’organo che avrebbe sostituito il Consiglio di Istituto. Scrivevano i detrattori:

Una scuola che si “governa” tramite un consiglio di amministrazione, diretto e gestito con poteri assolutistici dal dirigente scolastico e formato da 11 persone tra rappresentanti di docenti, genitori, studenti (nelle superiori con voto consultivo), degli enti locali, delle realtà culturali, produttive (che condizionerebbero la vita della scuola secondo i propri interessi, soprattutto se sono tra i finanziatori) e nessuna rappresentanza del personale ATA.

E nella versione approvata cosa cambia? Certamente è cambiato (in meglio) il nome dell’organismo di gestione, che diventa Consiglio dell’Autonomia, ma non credo che l’opposizione dei più fosse solo nominalistica su questo punto. Per quel che riguarda la composizione, però, essa non è cambiata moltissimo: presiede ovviamente il Dirigente Scolastico e possono farne parte, oltre agli enti locali, i rappresentanti delle “realtà culturali, sociali, produttive, professionali e dei servizi”; inoltre è ancora esclusa la rappresentanza del personale ATA e ovviamente restano docenti, genitori e studenti (unica novità di rilievo il fatto che è esplicitato come le prime due componenti debbano essere paritetiche).

Ma che ne è stato della pietra dello scanalo, le Fondazioni? Qui la cosa si fa interessante. Al Consiglio dell’Autonomia sono invitati senza diritto di voto “i rappresentanti dei soggetti di cui all’art. 10″; e cosa prevede l’articolo? tra le altre cose che le scuole “possono altresì ricevere contributi da Fondazioni finalizzati al sostegno economico della loro attività, per il raggiungimento degli obiettivi strategici indicati nel piano dell’offerta formativa”. Dunque le scuole non possono più partecipare a Fondazioni (e quindi influenzarne la governance), ma possono ricevere sostegno economico da esse e in quel caso invitare un rappresentante delle stesse ai lavori del Consiglio. Giudichi il lettore quale soluzione fosse migliore per l’autonomia delle singole scuole.

Oltre alle norme che riguardano la governance vi è infine l’art. 11, che tocca il tema delicato e cruciale della rappresentanza delle scuole autonome, istituendo il Consiglio Nazionale delle Autonomie Scolastiche e impegnando le Regioni a procedere con l’istituzione di organismi di rappresentanza a livello regionale e di ambito territoriale. Organismi che avranno parere consultivo su numerose questioni di fondamentale importanza. Un articolo molto importante, dunque, e dal quale potranno germogliare alberi da frutto molto nutrienti per un’autonomia scolastica oggi in forte difficoltà.

Per altre considerazioni, rimando al commento di Giovanni Bachelet e al comunicato stampa unitario diramato giovedì da Aprea e dai capigruppo Barbieri (Pdl), Ghizzoni (Pd) e Santolini (Udc). Tengo a sottolineare come dalle cose scritte da Giovanni mi differenzia in parte, è vero, il giudizio sul passato e sul presente, ma mi accomuna quello più importante sul futuro e sulle battaglie che ci aspettano, in particolare per la valutazione e per il ringiovanimento della classe docente.

In definitiva la Commissione ha approvato una norma sulla governance e la rappresentanza di cui c’era bisogno da molto tempo, e di questo non possiamo che rallegrarcene. Si è recuperato molto del tempo perduto, grazie – va sottolineato – ad un sano spirito di collaborazione tra le parti, al quale chi ha a cuore il bene della scuola non può che applaudire. È inoltre l’ulteriore dimostrazione che con il dialogo le leggi tendenzialmente migliorano e che dagli scontri ideologici ci perdono tutti, ma soprattutto ci perde il Paese.

Nessun rammarico? Uno certamente, ovvero constatare che dopo aver rinunciato (su richiesta dell’allora Ministro Gelmini) a legiferare sulle procedure di assunzione, oggi il Parlamento rinuncia (per questa legislatura definitivamente) anche ad introdurre qualsivoglia forma di carriera per i docenti. Già che c’era tutta questa volontà di trovare una posizione comune, potevano anche fare uno sforzo aggiuntivo. E poi c’è da chiedersi: se il PD fosse stato altrettanto collaborativo fin dall’inizio, cosa sarebbe potuto accadere? Lo stesso dicasi per la compagine di governo: non è lo stesso, lo comprendo, discutere di queste faccende alla presenza del Sottosegretario Pizza o del Sottosegretario Rossi-Doria. Già solo il suono è diverso. E figuratevi il resto.

Con altre condizioni, con altri atteggiamenti da parte di tutti, forse oggi avremmo una legge migliore. Ma avendo scelto di fare politica tenendo sempre come punto di vista il merito delle questioni ho imparato che bisogna sapersi accontentare. E dunque accontentiamoci e guardiamo al futuro con rinnovata fiducia: i cavalli del castello di Frankenstein Jr. almeno per questa volta sono stati sconfitti.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

25 Commenti

  1. Non ho capito perchè una singola Unità Scolastica dovrebbe autogovernarsi. Che significa? L’obiettivo della Scuola è fornire le stesse opportunità formative a tutti gli studenti. Potrebbe non essre così per qulche Alto-Borghese di riporto, che vuole differenziare in base al censo. Ma non per un Partito Democratico.

    Mi sono spiegato?

  2. purtroppo ti sei spiegato bene.

    questa discussione l’abbiamo fatta quindici anni fa. speravo fosse chiusa. ma evidentemente non è così. l’Autonomia Scolastica serve per migliorare la qualità dell’offerta, in quanto la sinistra ha capito almeno da don milani in poi che fare parti uguali tra diseguali è profondamente ingiusto

    per fortuna questa è l’unica cosa su cui almeno nel pd siamo tutti d’accordo.

    da una scuola uguale in ogni dove è proprio l’Alto Borghese a guadagnarci, visto che può permettersi di mandare suo figlio in una scuola più adatta

  3. Il Nomos Scolastico è quello dettato dai Programmi a cui, tuo malgrado, gli studenti devono sottostare, negli Esami (finali) di Stato. Mi sono spiegato?

    Pertanto è vacuo affermare che “l’Autonomia serve per migliorare la qualità dell’offerta”, in quanto il papà dello scugnizzo di Scampia vuole sapere se la scuola a cui manda il pargolo lo prepara meno bene per l’esame di quella a cui manda il pargolo il figlio di De Magistris.

  4. non è che se parli greco puoi nascondere la tua ignoranza.

    i programmi sono stati aboliti da qualche annetto, diciamo. figurati quelli con la “P” maiuscola

  5. Su cosa si fanno gli Esami? Sui sogni notturni degli Esaminatori?
    Suvvia, Marco…

    GLI Esami si fanno sul Programma degli Apprendimenti sul quale mostrare le proprie Competenze…

  6. ti assicuro che ti sbagli. e pensa che non è più così da ben prima che venissero aboliti i Programmi.

    perfino io ho fatto la maturità sulla base di un programma che era diverso da quello del mio amico della classe accanto

  7. Ma va, perchè c’era la Terza prova? Una ciofeca?

  8. Emanuele

    Fare parti uguali tra disuguali? Don Milani? perchè fare parti disuguali tra disuguali? La scuola pubblica italiana, così come l’università italiana è tra le migliori al mondo perchè offre una istruzione di qualità per tutti che non ha paragoni nel mondo: per una Oxford o Harvard ci sono 20, 30, 50 università pessime e inutili in Inghilterra e negli usa. I cinesi l’hanno capito bene e cominciano a venire in Italia a studiare; gli studenti italiani l’hanno capitolo bene che le università estere sono più semplici e vanno in Erasmus a fare il pieno di esami. Il problema è che si guarda alla realtà italiana con in mano le statistiche che ci fanno credere ad esempio che svedesi e finlandesi sono i più bravi in matematica, per poi scoprire che non sanno risolvere neanche un compitino che non sia il test di valutazione che serve per le fantomatiche classifiche europee. Stiamo distruggendo, state distruggendo, un cosa che funziona! e poi basta con don milani….che basta nominarlo per avere ragione…ha scritto anche lui molte cose superficiali e solo qualche motto degno di esser ricordato.

  9. Giorgio Ragazzini

    Chissà se un giorno qualcuno finalmente sarà in grado di spiegarmi perché una repubblica democratica non dovrebbe indicare una serie di contenuti imprescindibili in ogni materia, che i docenti siano OBBLIGATI a trattare. L’autonomia servirebbe dunque a consentire di scegliere a capocchia i programmi d’esame: Pippo, Pluto e Paperino in una sezione, Dante, Leopardi e Manzoni in un’altra… Se uno non tratta la seconda guerra mondiale lo lasciamo fare?

  10. uqbal

    Allora

    Dispiace vedere che sulla scuola italiana ci siano tanti pregiudizi e disinformazione. Tralasciando Renzino che è poco più di un troll, vediamo un po’ più da vicino alcune delle obiezioni mosse.

    Emanuele: puoi sostanziare quello che dici con dei dati, o qualche cosa che non sia aneddotico? L’università italiana è fonte di continua preoccupazione, e se ci sono dati che dimostrano che invece va tutto bene e che stiamo erodendo studenti qualificati ad uno dei sistemi più competitivi al mondo, quello britannico, ne sarei estremamente felice. Idem per la scuola secondaria.

    Regazzini

    Le tue preoccupazioni sono quelle un po’ di qualsiasi genitore. Ma soffermiamoci un attimo a riflettere. Immaginiamo pure che un docente di lettere (curiosamente tutti fanno sempre esempi di lettere, nessuno che citi mai i principi della termodinamica, mah…) voglia insegnare cose risibili (nb: i fumetti non sono tra queste) . La soluzione più logica secondo te è obbligarlo ad insegnarne altre? Quanto bene potrà insegnare cose che evidentemente non sa, o non vuole insegnare la seconda guerra mondiale? Pensi che a suon di metaforiche bacchettate tirerà fuori delle profonde analisi storiche? Cosa è che ci porta a pensare che si possa insegnare per decreto e che un obbligo di legge possa costringere un professore incapace (il prof. da cui, anche giustamente, tu vorresti che la scuola e gli studenti si difendessero) a diventare un buon professore?

    Non sarebbe meglio assumere persone di cui si ha fiducia e dir loro: “Ecco, fa’ il tuo lavoro, so che sei un professionista -ti ho ben messo alla prova!-, quindi gestisci tu la cosa. Tra qualche anno torno e vedo cosa hai combinato”?

    Ancora: gli obblighi ci sono già. Da qualche anno non si chiamano più programmi, ci sono margini di movimento e spazi di autonomia, ma di fatto, oggi, tutti gli studenti italiani studiano Dante nel triennio e Manzoni nel secondo anno delle superiori. Sta funzionando? Ha mai funzionato? Siamo contenti della scuola così com’è? Lo eravamo dieci anni fa?

    Ma non è forse auspicabile che un insegnante che si trovi davanti ad una classe che parla solo dialetto o una congerie di lingue straniere si possa adattare alla realtà che ha di fronte, in modo da ottenere il meglio dagli studenti? Oppure pensiamo che il Ministero, dal centro, sappia tutto e possa divinare cosa è meglio fare in qualsiasi classe.

    Ma scusatemi se sono tranchant: è proprio una forma mentis. L’idea di fondo è ch ci sono cose da sapere, fisse, immutabili, uguali per tutti e tutti devono schiaffarsele in testa. Nonostante tutti facciano i Catoni, la scuola italiana già funziona così (e quindi non si vede cosa ci sia da lamentarsi) e l’idea di una scuola che formi individui autonomi, in grado di andarsi a cercare ognuno i propri classici, con creatività ed indipendenza di giudizio, non sfiora quasi nessuno, al di fuori di pochi tecnici.

  11. Giorgio Ragazzini

    Caro Uqbal, se nella faccenda inseriamo anche il reclutamento, la faccenda si complica parecchio. Se poi facciamo ipotesi estreme come un’intera classe di dialettofoni o di stranieri (che per me dovrebbero prioritariamente imparare l’italiano, Lega o non Lega), non ne usciamo.
    È ovvio che si deve un po’ adattare il programma alla classe, come del resto ho sempre fatto all’occorrenza; “un po’”, però. Il punto è: esiste ancora per la scuola un mandato della collettività o dobbiamo regolarci solo in base alle esigenze di ciascun individuo o, peggio, allo strombazzatissimo “progetto educativo” di ogni singola scuola? E di questo mandato devono far parte o no i fondamenti della cultura italiana ed europea (per esempio la geometria euclidea), la cui “consegna” (traditio) è affidata in modo particolare alla scuola? Se un insegnante si rifiuta o non è in grado di far questo, dovrebbe cambiare mestiere quanto prima.

  12. uqbal

    Regazzini

    Se non conosce le proporzioni dei dialettofoni in una discreta fetta delle scuole italiane, se non ha il polso della situazione riguardo alla presenza di stranieri nelle scuole italiane (grazie tante che devono imparare l’italiano…), su che base ritiene di poter anche soltanto immaginare cosa serva alla scuola italiana?

    “Un po’ adattare il programma alla classe”? Ma lei ha idea di che sta parlando? Ci è mai entrato in una classe, ha una qualche competenza fondamentale per valutare quanto e cosa dell’ipotetico programma andrebbe adattato?

    Ma se lei va dal medico, gli dice “Ho questo e quello, mi prescriva questo e quest’altro che tanto i libri di medicina li ho letti anch’io, oppure si affida alla loro professionalità.

    Dimenticavo, questo è il paese di 60 milioni di ct azzurri…

  13. Questo articolo contiene una fotografia presa dal nostro blog e con la dicitura “in chiaro” del nostro comitato; non ci troviamo per nulla in sintonia con quello che l’articolo esprime e non comprendiamo perchè dobbiamo essergli associati.
    Chiedo cortesemente che la foto venga rimossa.
    Un saluto
    Carlo Salmaso per il Comitato Genitori ed Insegnanti per la Scuola Pubblica di Padova

    La foto in oggetto è stata rimossa.

  14. Giorgio Ragazzini

    Tipico: al secondo giro si comincia a dare in escandescenze e a squalificare l’interlocutore. La lascio a dialogare con se stesso.

  15. uqbal

    Così si evita anche di rispondere nel merito…

  16. massimo bricchi

    Partire da una pessima legge ed arrivare ad un compromesso fatto di tagli, aggiunte e correzioni non è buona politica, è giocare al ribasso. Il riflesso pavloviano che fa muovere, annuendo, la testa a tanta sinistra quando sente la parola “riforma” è sì, a volere essere moderatamente maleducati, un veleno tipicamente alla base di certe intossicazioni croniche di questa sinistra.
    La scuola italiana meriterebbe (ed avrebbe bisogno) di meglio.
    Pensare che una cattiva riforma , o una riforma così così siano meglio di nessuna riforma è un ragionamento politico che merita gli spari alzo zero di quel populista di Zazzera(perchè chi critica la sinistra responsabile, quella riformista e di governo solo questo è , un populista, minoritario per giunta…).
    I trascorsi dell’On. Aprea e i suoi prossimi impegni in quella giunta regionale lombarda dell’articolo 8 sulla scuola locale depongono senz’altro a favore dei cavalli di Frankenstein Jr.
    I quali avevano delle gran buone ragioni per diffidare di Frau Blucher…

  17. Non sono un esperto in didattica, ma sono uno studente e quindi posso perlomeno confermare o smentire qualcosa che altri hanno scritto qui sopra.

    Per esempio, da studente mi sento di confermare ciò che ha detto Emanuele: per ciò che riguarda la mia personale esperienza e quello che altri mi hanno raccontato della loro, il livello della scuola italiana è nettamente superiore a quello della media del Mondo Occidentale. Tuttavia, questo riguarda la parte di scuola italiana che io conosco, ovvero ristretta al liceo e alla provincia di Milano (e limitrofe). Del resto, ovvero della gran parte, non saprei, ma suggerirei di evitare pregiudizi.
    È vero che i test internazionali dicono cose diverse, in effetti, ma qualche dubbio su come siano pensati questi test dovrebbe venire a chiunque, il metodo a crocette è comodo per le correzioni ma, la mia impressione è questa, giudica il livello di apprendimento tanto quanto farebbe una pagina di Settimana Enigmistica. Vorrei vedere uno studente americano o inglese, specie se di una scuola pubblica, come si comporterebbe davanti ad un Sallustio da tradurre, senza vero o falso da crocettare.
    Si consideri poi che gli studenti liceali in Italia studiano Latino e Storia dell’Arte (e questa nessuno provi a toglierla), mentre all’estero capita che si studi economia domestica… non è la stessa cosa.

    Per ciò che riguarda il programma minimo obbligatorio, di fatto esiste solo alle superiori e solo in due materie, una è Italiano e l’altra dipende dalla tipologia di scuola: questo perché all’esame di maturità la prima e la seconda prova sono uguali per tutti (la prima per tutte le scuole, della seconda per ogni tipologia di scuola superiore esiste una prova diversa). Nelle altre materie c’è libertà di didattica ed è una buona cosa: ciò che si riesce a fare di una materia dipende necessariamente dal livello di partenza, questo vale per i licei ma ha una grande incidenza specie nelle scuole medie (considerate a ragione l’”anello debole”) dove è alta la presenza di ragazzi stranieri che non conoscono la lingua e che andrebbero seguiti da insegnanti di sostengo, sempre più tagliati. Quindi, non si può pretendere che la scuola media di un quartiere in centro a Milano e quella di un piccolo paese di provincia abbiano gli stessi risultati.
    Questo discorso potrebbe valere meno per un liceo, è vero, ma qui entra in gioco un’altro fattore: la diversa specializzazione degli studenti. Se per esempio un docente di filosofia è specializzato in filosofia politica e un’altro in filosofia della scienza, perché mai dovrebbero seguire lo stesso programma (che inevitabilmente non può comprendere tutta la filosofia dal 500 a.C. ad oggi), invece di insegnare ognuno ciò che sa meglio e che quindi potrebbe meglio insegnare, a beneficio degli alunni?
    Per quanto riguarda un insegnante che spiega Topolino e non Dante, personalmente non ho mai avuto a che fare con insegnanti che non spiegassero la Seconda Guerra Mondiale, il Teorema di Pitagora o la Divina Commedia, ma nel caso non lo facessero ci sono sempre preside, genitori e studenti che possono alzare la voce e protestare, anche in vista dell’Esame di Stato (che ha anche commissari esterni). Gli studenti spesso vanno a scuola perché vogliono imparare, e se non imparano si lamentano.

  18. uqbal

    Devo confessare di aver letto superficialmente un commento di Giorgio Regazzini, non accorgendomi che evidentemente è un collega. Non è così che mi rivolgo di solito ai colleghi, anche quelli con cui non sono affatto d’accordo; il mio fastidio verso chi presume di poter fare il mio lavoro era evidentemente fuori luogo, visto che il mio lavoro lo fa.

    Con questo non voglio neanche dire che chi non fa l’insegnante non abbia titolo a dire la sua; il mio fastidio, in quei casi, nasce nel momento in cui sento che si esprimono giudizi anche definitivi senza vera cognizione di causa. Ribadisco: non era chiaramente questo il caso e me ne scuso.

  19. Giorgio Ragazzini

    Apprezzo molto il ripensamento e le scuse di Uqbal e comprendo ora meglio la sua irritazione.

  20. Pierluigi Alessandrini - dirigente

    Inviterei tutti a stare più sull’oggetto del post.
    Stiamo parlando di una riforma che cambia pilastri di 40 anni di storia (che ritengo certamente obsoleti) con altri che NON rispondono alle esigenze odierne.
    Parlare di programmi didattici QUI non ha senso. La Moratti ha legiferato in merito nel 2004 e non si cambia nulla se non con altra legge.
    Questo ddl Aprea invece è ancora in discussione e si può operare pressione perchè possa essere modificato.
    Ciascuna sezione della scuola che si ritiene non sufficientemente considerata faccia le sue rimostranze: i portavoce mi convincono poco.
    Il personale ATA, se ritiene di essere stato sottovalutato nel proprio ruolo, LO SCRIVA PERSONALMENTE, senza intermediazioni sospette di captatio benevolentiae: ad oggi mai visti post di personale ATA nei diversi blog visitati (forse non si qualificano).
    Io sottolineo che il ruolo del dirigente (e vorrei sgombrare il campo dagli esempi pratici di conoscenze personali che ciascuno ha) deve essere riconsiderato nella forma tenendo presente:
    1) Il Dirigente, come rappresentante legale dell’Istituzione, deve essere presidente dell’organo di governo, altrimenti la rappresentanza legale (con oneri ed onori) venga attribuita al genitore.
    2) La valutazione del merito del dirigente scolastico (secondo Brunetta, mai abrogato) non può essere fatta correttamente se le decisioni sono a rimorchio di un consiglio presieduto da altra persona;
    3) Il contratto individuale con gli obiettivi da raggiungere dovrebbe essere modellato sullo statuto di ciascuna scuola, poichè saranno tutti dissimili quindi non si potrà fare un contratto standard da parte del MIUR.
    E’ ammissibile questo? e a livello stipendiale come si concilia questa varianza sul territorio? Non dimentichiamo che il Dirigente è solo un lavoratore dipendente come tutti gli altri.
    4) Quando i genitori si troveranno a doversi accollare delle funzioni come quelle delineate dal provvedimento e troveranno un dirigente che al momento delle elezioni li farà presente in modo da far prendere coscienza a tutti del ruolo nuovo che ci si attende, si troveranno candidati genitori e presidenti? E nelle scuole senza candidati genitori chi farà il presidente?
    A mio parere è opportuno sottolineare i problemi che questo DDL apre, dato che questa “riforma” durerà molti anni, lasciando perdere contrapposizioni che non aggiungono nulla al dibattito e non portano a focalizzare i problemi da evidenziare in questa sede.

    Pierluigi Alessandrini

  21. pasquale

    Giungo buon ultimo e forse non riceverò risposta, ma davvbvero pongo una domanda diciamo così da ignorantre e per capire e confido nella sua comprensione:
    in che senso la Aprea migliora governance e rappresentanza istituzioni?
    grazioe

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