Giovani e lavoro: aspettando la primavera Italiana

di Clemente Pignatti.

Foto di Ilya Khamushkin

La trattativa sulla riforma del mercato del lavoro si avvia verso la conclusione. Il Governo elettoralmente meno interessato alla concertazione sociale finirà per riformare il mercato del lavoro con il consenso (probabilmente formale, sicuramente di fatto) di gran parte dei partiti e delle forze sociali. Magie della crisi. Nel corso della trattativa si è più volte riaffermata la volontà di dare priorità alle giovani generazioni. Manca però un serio dibattito che definisca esattamente i termini di questa astratta “questione giovanile” e in base a questi valuti l’appropriatezza delle misure che il Governo sta per approvare. Si finisce invece sempre per parlare di Articolo 18. Che c’entra comunque con le giovani generazioni, ma non è l’unica questione. Proviamo quindi prima a definire i termini di questa emergenza occupazionale e poi a valutare le proposte presentate dal Governo.

I giovani sono disoccupati

La questione principale è chiaramente quella della disoccupazione giovanile. Il problema non è riconducibile semplicemente al fatto che i giovani italiani sono disoccupati, ma che lo sono in maniera notevolmente superiore al resto della forza lavoro. La prima tabella presenta il rapporto tra tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) e adulta (25-64) nei paesi dell’Unione Europea. I dati evidenziano come in Italia il tasso di disoccupazione per i giovani sia 4 volte superiore a quello dei lavoratori sopra i 25 anni (rispettivamente 28 e 7 per cento). Senza azzardare paragoni irrealistici, la Spagna, che pure presenta un tasso generale di disoccupazione superiore al nostro, ha un rapporto tra disoccupazione giovanile e adulta pari quasi alla metà di quello italiano. Questo dimostra come in Italia la questione della disoccupazione giovanile non sia interamente riconducibile a una mancanza di domanda di lavoro, ma che risieda anche in come l’offerta di lavoro viene organizzata. Il mercato del lavoro, in sostanza, crea un’asimmetria di opportunità a svantaggio di coloro che vi entrano.

Figura 1: Rapporto disoccupazione giovanile (15-24)/disoccupazione adulta (25-64), 2010

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Fonte: Eurostat

Il lavoro precario non fornisce formazione

La seconda questione riguarda invece la qualità dell’occupazione offerta. I giovani che riescono a trovare un lavoro vengono principalmente assunti con contratti a tempo determinato. Fra le loro differenti funzioni, questi dovrebbero fornire occasioni di formazione professionale in grado di aumentare le opportunità future d’impiego stabile e specializzato. Il secondo grafico mostra invece come solamente il 14% dei giovani con un contratto a tempo determinato (tutte le tipologie contrattuali) riceva formazione professionale a integrazione della propria attività lavorativa. In Europa fanno peggio solamente il Portogallo, la Macedonia e l’Ungheria. La Germania delle scuole di specializzazione fornisce formazione al 70% dei giovani a tempo determinato. In Italia questi contratti vengono invece utilizzati per beneficiare di maggiore flessibilità e minori costi di lavoro. I giovani vengono assegnati a mansioni semplici e routinarie, senza alcuna prospettiva di investimento nel loro capitale umano. Si perdono così gli anni potenzialmente più produttivi per la formazione professionale di un lavoratore.

Figura 2: Percentuale di giovani (15-24) occupati con contratto a tempo determinato che partecipano a programmi di formazione professionale, 2010

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Fonte: Eurostat

È difficile ottenere un contratto permanente

Tutto questo sarebbe più facilmente gestibile se i contratti a tempo determinato costituissero un trampolino di lancio verso un’occupazione permanente. O quantomeno una sua veloce anticamera. D’altra parte, l’obiettivo di queste tipologie contrattuali è anche quello di fornire all’impresa la possibilità di superare l’iniziale asimmetria informativa sulle qualità del lavoratore e sottoporlo a un periodo di prova. L’ultima tabella dimostra invece come in Italia il tasso di transizione tra lavoro a tempo determinato e indeterminato sia tra i più bassi d’Europa. Solo il 25% dei lavoratori a tempo determinato (tutte le fasce d’età) ottiene un’occupazione permanente nell’anno seguente. Gli altri passano invece a un altro lavoro a tempo determinato. O peggio, diventano disoccupati o inattivi. E gli effetti di questa iniziale precarietà continueranno a sentirsi anche quando sarà terminata. È stato infatti dimostrato come il susseguirsi di contratti a tempo determinato o l’alternarsi di occupazione e disoccupazione influisca negativamente su salari e prospettive occupazionali per il resto della carriera lavorativa.

Figura 3: Percentuale di lavoratori a tempo determinato che ricevono l’anno seguente un contratto a tempo permanente, 2009

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Fonte: Eurostat

Questi alcuni dei problemi che definiscono la situazione delle giovani generazioni nel mercato del lavoro. Quali le soluzioni proposte fino ad ora? L’idea principale è quella di fare del contratto d’apprendistato il canale primario di ingresso nel mercato del lavoro (attualmente solo il 15% dei giovani sotto i 29 anni è assunto con il contratto d’apprendistato) e di rafforzarne il contenuto formativo. Le altre tipologie contrattuali atipiche non verrebbero eliminate, ma disincentivate attraverso una più alta tassazione e più assidui controlli da parte dell’Inps e delle direzioni provinciali del Lavoro sul loro corretto utilizzo. Se questi dovessero essere i cambiamenti effettivamente approvati, molte delle questioni risulterebbero irrisolte. Tre sono i principali problemi di quest’approccio.

L’apprendistato non favorisce la transizione al lavoro permanente

L’apprendistato è un contratto a tempo indeterminato che può essere offerto ai giovani sotto i 29 anni. La sua durata massima va dai 3 ai 6 anni, al termine dei quali l’impresa può recedere il contratto senza alcun indennizzo. Pur essendo un contratto formalmente a tempo indeterminato, non presenta quindi alcun costo di licenziamento alla fine del periodo di formazione. L’apprendista ha inoltre un costo ridotto per l’impresa, non avendo garantito la cassa integrazione, la mobilità e l’indennità di malattia. Il problema è che un maggiore utilizzo del contratto di apprendistato rischia di lasciare intatta la questione della mancata transizione tra lavoro a tempo determinato e indeterminato. Al termine del contratto, le imprese avranno l’alternativa tra licenziare senza alcun costo o assumere a tempo indeterminato a costi di gran lunga superiori a quelli precedentemente sopportati per lo stesso lavoratore. Che la decisione da parte delle imprese sia ovvia è stato già dimostrato: nel 2009 solo il 12% dei contratti d’apprendistato è stato trasformato in contratto a tempo indeterminato. Sicuramente la crisi non ha facilitato la transizione, ma la percentuale resta comunque decisamente troppo bassa per poter realisticamente puntare su questo strumento. Se si vuole effettivamente favorire la transizione dei giovani verso un’occupazione stabile, bisogna rendere il loro licenziamento alla fine del periodo di prova meno vantaggioso e il passaggio tra periodo di prova e tempo indeterminato meno oneroso per le imprese. In sostanza, bisognerebbe approvare la proposta di legge sul “contratto unico” a tempo indeterminato e garanzie crescenti all’aumentate della durata del rapporto di lavoro.

Serve una vera riforma del sistema di formazione

La scelta dell’apprendistato come forma di contratto prevalente deriva dal problema evidenziato precedentemente della mancanza di contenuto formativo dei contratti a tempo determinato. Favorendo l’apprendistato e rafforzando i controlli sul suo corretto utilizzo, l’obiettivo è quello di garantire che i giovani ricevano una seria formazione professionale all’inizio della loro carriera lavorativa. In questo caso, il problema è tutto nel metodo. Il contratto d’apprendistato prevede che entro 30 giorni dalla sua firma le imprese presentino in forma scritta i dettagli del percorso formativo che intendono seguire per il lavoratore. La questione è chiaramente quella di verificare che la formazione avvenga effettivamente. L’attuale legislazione delega, di fatto, ai sindacati il compito di monitorare la corretta esecuzione del contratto. Nella sostanza, i sindacati non hanno la possibilità di compiere questa verifica in maniera capillare. Il risultato, dimostrato in precedenza, è una quasi completa mancanza di formazione professionale. Bisogna trovare quindi nuove forme di controllo e non limitarsi ad annunciare un potenziamento (e comunque come?) di quelle presenti.

I disincentivi fiscali riducono i salari

Ultimo, ma non per importanza, il tema dei disincentivi fiscali. È una delle poche questioni su cui tutti sembrano d’accordo. L’idea è quella di rendere le forme contrattuali atipiche diverse dal contratto d’apprendistato fiscalmente più’ costose in modo da limitarne l’uso. In questo modo l’apprendistato diventerebbe relativamente più vantaggioso e quindi forma di contratto “prevalente” sul mercato del lavoro. Ci si dimentica però di menzionare come la tipicità dei meccanismi di contrattazione salariale per i lavoratori precari rischi di rendere tutto ciò nel migliore dei casi vano. Per i lavoratori precari infatti non ci sono sistemi di contrattazione collettiva come per i lavoratori a tempo indeterminato. Ci sta la contrattazione individuale. In sostanza, il datore di lavoro che propone un salario al proprio dipendente. Quest’ultimo non ha alcun potere contrattuale e non può protestare per il salario troppo basso. Fuori dalla porta c’è una schiera di disoccupati pronti ad accettare quel posto di lavoro a qualsiasi condizione. Un aumento delle tasse sul lavoro precario, in qualsiasi forma venga introdotto, finisce quindi per traferirsi interamente sul lavoratore in forma di minore salario. Non esattamente una conquista.

In conclusione, le misure proposte riguardanti l’occupazione giovanile rischiano di non essere sufficienti per superare il dualismo del mercato del lavoro italiano. L’occasione è da non perdere, perché difficilmente un altro Governo sarà così estraneo alla competizione elettorale da potersi permettere di dare priorità a chi non ha rappresentanza politica e sindacale: i giovani. Sarebbe il tempo di una primavera politica per le giovani generazioni. Bisognerebbe solo avere più coraggio.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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