Giovani e lavoro: aspettando la primavera Italiana

di Clemente Pignatti.

Foto di Ilya Khamushkin

La trattativa sulla riforma del mercato del lavoro si avvia verso la conclusione. Il Governo elettoralmente meno interessato alla concertazione sociale finirà per riformare il mercato del lavoro con il consenso (probabilmente formale, sicuramente di fatto) di gran parte dei partiti e delle forze sociali. Magie della crisi. Nel corso della trattativa si è più volte riaffermata la volontà di dare priorità alle giovani generazioni. Manca però un serio dibattito che definisca esattamente i termini di questa astratta “questione giovanile” e in base a questi valuti l’appropriatezza delle misure che il Governo sta per approvare. Si finisce invece sempre per parlare di Articolo 18. Che c’entra comunque con le giovani generazioni, ma non è l’unica questione. Proviamo quindi prima a definire i termini di questa emergenza occupazionale e poi a valutare le proposte presentate dal Governo.

I giovani sono disoccupati

La questione principale è chiaramente quella della disoccupazione giovanile. Il problema non è riconducibile semplicemente al fatto che i giovani italiani sono disoccupati, ma che lo sono in maniera notevolmente superiore al resto della forza lavoro. La prima tabella presenta il rapporto tra tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) e adulta (25-64) nei paesi dell’Unione Europea. I dati evidenziano come in Italia il tasso di disoccupazione per i giovani sia 4 volte superiore a quello dei lavoratori sopra i 25 anni (rispettivamente 28 e 7 per cento). Senza azzardare paragoni irrealistici, la Spagna, che pure presenta un tasso generale di disoccupazione superiore al nostro, ha un rapporto tra disoccupazione giovanile e adulta pari quasi alla metà di quello italiano. Questo dimostra come in Italia la questione della disoccupazione giovanile non sia interamente riconducibile a una mancanza di domanda di lavoro, ma che risieda anche in come l’offerta di lavoro viene organizzata. Il mercato del lavoro, in sostanza, crea un’asimmetria di opportunità a svantaggio di coloro che vi entrano.

Figura 1: Rapporto disoccupazione giovanile (15-24)/disoccupazione adulta (25-64), 2010

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Fonte: Eurostat

Il lavoro precario non fornisce formazione

La seconda questione riguarda invece la qualità dell’occupazione offerta. I giovani che riescono a trovare un lavoro vengono principalmente assunti con contratti a tempo determinato. Fra le loro differenti funzioni, questi dovrebbero fornire occasioni di formazione professionale in grado di aumentare le opportunità future d’impiego stabile e specializzato. Il secondo grafico mostra invece come solamente il 14% dei giovani con un contratto a tempo determinato (tutte le tipologie contrattuali) riceva formazione professionale a integrazione della propria attività lavorativa. In Europa fanno peggio solamente il Portogallo, la Macedonia e l’Ungheria. La Germania delle scuole di specializzazione fornisce formazione al 70% dei giovani a tempo determinato. In Italia questi contratti vengono invece utilizzati per beneficiare di maggiore flessibilità e minori costi di lavoro. I giovani vengono assegnati a mansioni semplici e routinarie, senza alcuna prospettiva di investimento nel loro capitale umano. Si perdono così gli anni potenzialmente più produttivi per la formazione professionale di un lavoratore.

Figura 2: Percentuale di giovani (15-24) occupati con contratto a tempo determinato che partecipano a programmi di formazione professionale, 2010

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Fonte: Eurostat

È difficile ottenere un contratto permanente

Tutto questo sarebbe più facilmente gestibile se i contratti a tempo determinato costituissero un trampolino di lancio verso un’occupazione permanente. O quantomeno una sua veloce anticamera. D’altra parte, l’obiettivo di queste tipologie contrattuali è anche quello di fornire all’impresa la possibilità di superare l’iniziale asimmetria informativa sulle qualità del lavoratore e sottoporlo a un periodo di prova. L’ultima tabella dimostra invece come in Italia il tasso di transizione tra lavoro a tempo determinato e indeterminato sia tra i più bassi d’Europa. Solo il 25% dei lavoratori a tempo determinato (tutte le fasce d’età) ottiene un’occupazione permanente nell’anno seguente. Gli altri passano invece a un altro lavoro a tempo determinato. O peggio, diventano disoccupati o inattivi. E gli effetti di questa iniziale precarietà continueranno a sentirsi anche quando sarà terminata. È stato infatti dimostrato come il susseguirsi di contratti a tempo determinato o l’alternarsi di occupazione e disoccupazione influisca negativamente su salari e prospettive occupazionali per il resto della carriera lavorativa.

Figura 3: Percentuale di lavoratori a tempo determinato che ricevono l’anno seguente un contratto a tempo permanente, 2009

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Fonte: Eurostat

Questi alcuni dei problemi che definiscono la situazione delle giovani generazioni nel mercato del lavoro. Quali le soluzioni proposte fino ad ora? L’idea principale è quella di fare del contratto d’apprendistato il canale primario di ingresso nel mercato del lavoro (attualmente solo il 15% dei giovani sotto i 29 anni è assunto con il contratto d’apprendistato) e di rafforzarne il contenuto formativo. Le altre tipologie contrattuali atipiche non verrebbero eliminate, ma disincentivate attraverso una più alta tassazione e più assidui controlli da parte dell’Inps e delle direzioni provinciali del Lavoro sul loro corretto utilizzo. Se questi dovessero essere i cambiamenti effettivamente approvati, molte delle questioni risulterebbero irrisolte. Tre sono i principali problemi di quest’approccio.

L’apprendistato non favorisce la transizione al lavoro permanente

L’apprendistato è un contratto a tempo indeterminato che può essere offerto ai giovani sotto i 29 anni. La sua durata massima va dai 3 ai 6 anni, al termine dei quali l’impresa può recedere il contratto senza alcun indennizzo. Pur essendo un contratto formalmente a tempo indeterminato, non presenta quindi alcun costo di licenziamento alla fine del periodo di formazione. L’apprendista ha inoltre un costo ridotto per l’impresa, non avendo garantito la cassa integrazione, la mobilità e l’indennità di malattia. Il problema è che un maggiore utilizzo del contratto di apprendistato rischia di lasciare intatta la questione della mancata transizione tra lavoro a tempo determinato e indeterminato. Al termine del contratto, le imprese avranno l’alternativa tra licenziare senza alcun costo o assumere a tempo indeterminato a costi di gran lunga superiori a quelli precedentemente sopportati per lo stesso lavoratore. Che la decisione da parte delle imprese sia ovvia è stato già dimostrato: nel 2009 solo il 12% dei contratti d’apprendistato è stato trasformato in contratto a tempo indeterminato. Sicuramente la crisi non ha facilitato la transizione, ma la percentuale resta comunque decisamente troppo bassa per poter realisticamente puntare su questo strumento. Se si vuole effettivamente favorire la transizione dei giovani verso un’occupazione stabile, bisogna rendere il loro licenziamento alla fine del periodo di prova meno vantaggioso e il passaggio tra periodo di prova e tempo indeterminato meno oneroso per le imprese. In sostanza, bisognerebbe approvare la proposta di legge sul “contratto unico” a tempo indeterminato e garanzie crescenti all’aumentate della durata del rapporto di lavoro.

Serve una vera riforma del sistema di formazione

La scelta dell’apprendistato come forma di contratto prevalente deriva dal problema evidenziato precedentemente della mancanza di contenuto formativo dei contratti a tempo determinato. Favorendo l’apprendistato e rafforzando i controlli sul suo corretto utilizzo, l’obiettivo è quello di garantire che i giovani ricevano una seria formazione professionale all’inizio della loro carriera lavorativa. In questo caso, il problema è tutto nel metodo. Il contratto d’apprendistato prevede che entro 30 giorni dalla sua firma le imprese presentino in forma scritta i dettagli del percorso formativo che intendono seguire per il lavoratore. La questione è chiaramente quella di verificare che la formazione avvenga effettivamente. L’attuale legislazione delega, di fatto, ai sindacati il compito di monitorare la corretta esecuzione del contratto. Nella sostanza, i sindacati non hanno la possibilità di compiere questa verifica in maniera capillare. Il risultato, dimostrato in precedenza, è una quasi completa mancanza di formazione professionale. Bisogna trovare quindi nuove forme di controllo e non limitarsi ad annunciare un potenziamento (e comunque come?) di quelle presenti.

I disincentivi fiscali riducono i salari

Ultimo, ma non per importanza, il tema dei disincentivi fiscali. È una delle poche questioni su cui tutti sembrano d’accordo. L’idea è quella di rendere le forme contrattuali atipiche diverse dal contratto d’apprendistato fiscalmente più’ costose in modo da limitarne l’uso. In questo modo l’apprendistato diventerebbe relativamente più vantaggioso e quindi forma di contratto “prevalente” sul mercato del lavoro. Ci si dimentica però di menzionare come la tipicità dei meccanismi di contrattazione salariale per i lavoratori precari rischi di rendere tutto ciò nel migliore dei casi vano. Per i lavoratori precari infatti non ci sono sistemi di contrattazione collettiva come per i lavoratori a tempo indeterminato. Ci sta la contrattazione individuale. In sostanza, il datore di lavoro che propone un salario al proprio dipendente. Quest’ultimo non ha alcun potere contrattuale e non può protestare per il salario troppo basso. Fuori dalla porta c’è una schiera di disoccupati pronti ad accettare quel posto di lavoro a qualsiasi condizione. Un aumento delle tasse sul lavoro precario, in qualsiasi forma venga introdotto, finisce quindi per traferirsi interamente sul lavoratore in forma di minore salario. Non esattamente una conquista.

In conclusione, le misure proposte riguardanti l’occupazione giovanile rischiano di non essere sufficienti per superare il dualismo del mercato del lavoro italiano. L’occasione è da non perdere, perché difficilmente un altro Governo sarà così estraneo alla competizione elettorale da potersi permettere di dare priorità a chi non ha rappresentanza politica e sindacale: i giovani. Sarebbe il tempo di una primavera politica per le giovani generazioni. Bisognerebbe solo avere più coraggio.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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17 Commenti

  1. Corrado

    Trovo davvero illuminante l’analisi e i grafici che la corredano. Davvero il dualismo del mercato del lavoro italiano viene evidenziato con grande precisione – e anche semplicità. Anche la critica della soluzione “apprendistato” così come pare si stia proponendo, mi sembra molto ben fondata.

    Ho pero’ un forte dubbio sull’ultimo argomento, quello del fatto che far costare di più il lavoro precario significherebbe ridurre ancora di più i salari dei precari, notoriamente sotto ricatto. E’ l’argomento più volte richiamato da Marco Simoni, e che vedo fare proseliti. Ma e’ un argomento che non mi riesce a convincere. Usando un paragone con una questione a me cara, e’ lo stesso modo di ragionare di quelli che dicono che la TAV (o qualunque grande opera) non va fatta perché c’è la mafia.

    Provo a ragionare:
    Lavoro a tempo determinato = parte del rischio di impresa e’ spostato sul lavoratore = il datore compensa questo rischio pagando un po’ di più. Questo dovrebbe essere ovvio ma, come noto, in Italia accade esattamente il contrario. Ma se lasciamo le cose come stanno, accettiamo una palese ingiustizia. Come fare per evitare l”effetto Simoni”? Fermo restando che la via maestra sarebbe sicuramente un contratto unico alla Ichino, anche la banale introduzione dii un salario minimo stile UK potrebbe aiutare molto. Già sento chi dirà che in questo modo molti lavori precari si trasformerebbero in lavoro nero (l’ho sentito dire anche per il, passaggio a lavoro subordinato delle false partite IVA). Ma il lavoro nero va combattuto a prescindere, mi sembra ….

    Ps: mi ha colpito la posizione della Svezia nel primo grafico. Qualcuno sa spiegarmi come mai sta messa così male?

  2. @Corrado : in effetti l’effetto Simoni (o meglio il paradosso Simoni) ora che è ben definito andrebbe anche risolto :)

  3. uqbal

    Corrado

    Sulla Svezia azzardo un’ipotesi (facilmente controllabile): li’ si descrive quanta disoccupazione giovanile su quella non giovanile, ma non sappiamo quanta sia la disoccupazione totale . Se hai una disoccupazione al 4% di cui la meta’ di giovani, in questo grafico schizzi al primo posto, ma rimane il fatto che sei in regime di quasi piena occupazione.

    Sull’effetto Simoni: sara’ come paragonarlo alla mafia, ma e’ gia’ avvenuto (sotto Prodi, quando la generazione 1000 euro e’ diventata la generazione 700-800 euro), e c’e’ una logica: se il datore deve versare, chesso’ 100 euro in piu’ allo Stato, cerchera’ di farli scucire al lavoratore. Senza salario minimo orario, senza garanzie e senza contropartite, andra’ cosi’.

    Io credo che l’accordo su questo sia un contentino dato ai sindacati e al PD massimalista.

  4. uqbal

    Chissa’ poi se c’entra qualcosa il fatto che in Svezia il sistema scolastico ha una sua peculiarita’ (almeno fino a qualche anno fa, quando ci sono stato): non c’e’ un diploma onnicomprensivo alla fine della scuola superiore. Ci si presenta in varie materie a scelta (come in UK) e se si e’ bocciati si possono seguire singoli corsi in singoli materie. Non credo che cio’ favorisca la transizione verso il lavoro.

  5. Daniele Mazzini

    @Corrado: concettualmente hai perfettamente ragione quando dici che il lavoro precario dovrebbe essere retribuito di più. Ma alzare i contributi non vuol dire realmente aumentare la retribuzione dei giovani precari; in realtà l’unica certezza con quel provvedimento è di migliorare i conti dell’INPS oggi e quindi permettere ai sindacati, ancora una volta, di far pagare ai figli qualche altro scivolo di fine carriera ai padri. Poi le pensioni che potranno avere i figli, quando ci arriveranno, dipenderanno molto più dalle condizioni economiche del Paese in quel momento che con i contributi versati oggi.

    Il vero problema delle retribuzioni di quei giovani è che il loro lavoro è sottoposto ad un prezzo di mercato puro, mentre quello dei lavoratori a tempo indeterminato – specie in aziende sopra i 15 dipendenti – no. Infatti ho visto poco fa una statistica (mi spiace non averla conservata) dove si evidenziava come in Italia i salari medi crescevano regolarmente con l’età fino alla pensione, mentre in altri paesi europei avevano un picco tra i 40 e i 50 (periodo di massima produttività “media” considerando il tradeoff tra esperienza ed energia) e poi scendevano, come sarebbe giusto in un sistema meritocratico – ma anche in un sistema semplicemente equo, dove tra i 30 e i 50 hai mediamente i figli a carico, il massimo peso del mutuo, etc.

    Il contratto unico alla Ichino sarebbe probabilmente l’unico modo praticabile per eliminare questa ingiustizia, anche se resta il fatto che se gli stipendi possono solo muoversi in su se resti nella stessa azienda, l’unico modo per legarli alla produttività, che cala a fine carriera nella grande maggioranza dei ruoli, è quello del licenziamento – che non è sicuramente il modo migliore. Tra l’altro, con l’età lavorativa che è già stata prolungata così tanto per le generazioni medie e giovani, la nostra società si dovrebbe seriamente porre il problema che non ha senso aspettarsi che a 67 uno faccia lo stesso lavoro che faceva a 40…

    Insomma, io la vedo abbastanza male. Ai sindacati interessa molto più difendere i privilegi che hanno conquistato per i lavoratori anziani e i pensionati che pensare ai giovani. I giovani, a loro volta, oltre ad essere oggettivamente pochi (e quindi, democraticamente, contano poco), sono pure o talmente demotivati e rassegnati da pensare solo ad altro (e quindi contano ancora meno), o nel migliore dei casi sono impegnati… nel ripetere gli slogan degli anni 70. La destra ha posizioni altrettanto ideologiche, anche se di stampo contrario. Mah.

  6. l’eliminazione dell’articolo 18 è il vero obiettivo del neo-riformismo del mercato del lavoro, la possibilità di licenziare quando si vuole per qualsiasi motivo e chiunque, la distinzione delle motivazioni sono pretestuose colte benissimo da Cofferati.
    E’ inutile privilegiare, in entrata, una tipologia di contratto che potrebbe garantire un lavoro stabile se poi questo dipende dai… capricci (convenienze) del datore di lavoro che ti può licenziare, ripeto, sempre e per qualsiasi motivo e chiunque.
    esempio 50 anni non sei più efficiente e ti … licenzio; vai a trovare un altro lavoro, di sicuro se ne troveranno moltissimi, e tutti più remunerati.

  7. u.

    Martelun

    Senti, è la millesima volta che leggo un commento come il tuo (non dico da parte tua, dico in genere). Facciamo che la piantiamo con queste belle affermazioni reboanti che non vogliono dire nulla e offendono l’intelligenza di chi le legge?

    In Italia abbiamo un problema con il lavoro. Così com’è non va bene. Ognuno prova a contribuire come può. Contribuisci nel merito invece di vedere complotti ovunque.

    Fammelo come piacere personale.

  8. Clemente Pignatti

    Ringrazio per i commenti e provo a rispondere ad alcuni.

    Per la questione della disoccupazione giovanile in Svezia, il dato è effettivamente sorprendente. Anche perchè il rapporto non è dato da numeri “bassi”, ma è frutto di un tasso di disoccupazione giovanile pari al 25% nel 2010. In confronto all’Italia, il fenomeno sembra solo un po’ piu’ recente. Non essendo un esperto della questione, rispetto alle possibili cause rimando ad un report (in inglese) dell’OCSE un po’ datato ma credo ancora valido (e dove effettivamente si fa riferimento al sistema scolastico come suggerito da “uqbal”)

    http://www.oecd.org/document/17/0,3343,en_2649_34117_41738577_1_1_1_1,00.html

    Per il rapporto tra salari e disincentivi fiscali, una valida soluzione (già menzionata) sarebbe quella di introdurre per legge salari minimi su base oraria per tutte le forme contrattuali atipiche. Una simile proposta era presente nel programma elettorale del Partito Democratico nel 2008 ed è generalmente osteggiata dalle parti sociali, che temono di vedere indebolito il ruolo della contrattazione collettiva. I minimi salariali dovrebbero essere relativamente alti. In questo modo, il lavoratore sarebbe compensato per l’instabilità occupazionale attraverso un guadagno piu’ elevato e il datore di lavoro avrebbe minori possibilità di scaricare il maggiore peso fiscale sul salario del dipendente. I contratti atipici risulterebbero economicamente piu’ svantaggiosi (perchè dovrebbero garantire allo stesso tempo piu’ soldi allo Stato e al lavoratore) e quindi il loro uso per fini impropri sarebbe scoraggiato. Il rischio di generare un aumento del lavoro nero è effettivamente l’obiezione principale all’introduzione di un salario minimo. Da un punto di vista economico, una parziale soluzione (proposta tra gli altri da Boeri e Garibaldi) sarebbe quella di differenziare i salari minimi per aree geografiche a seconda del costo della vita. Questo comporterebbe salari minimi piu’ bassi al sud, evitando un’eccessiva “sconvenienza” del lavoro regolare.

  9. Gianluigi

    l’analisi è dettagliata, condivisibile e per certi versi anche corretta. Se prescindessimo dalle statistiche ci accorgeremmo però che un costo, sebbene indiretto, viene effettivamente sostenuto dalle imprese nel momento in cui il lavoratore non viene assunto dopo il contratto di apprendistato. Il contratto di apprendistato dovrebbe trovare, almeno in via di principio, la propria ragione d’essere nella formazione di capitale umano in grado, nel periodo successivo, di apportare valore aggiunto alla stessa impresa. Ciò dovrebbe riflettersi in un aumento della produttività, efficienza e competitività sul mercato. Il costo quindi esiste eccome e sebbene non si evidenzi nel breve periodo, è verosimilmente riscontrabile nel lungo in termini di mancanza di capitale umano qualificato.
    Tuttavia il punto più importante che mi preme rilevare è che in un momento di grave difficoltà economica troppo spesso ci si preoccupa di riformare i vari settori dell’economia (le riforme restano comunque uno strumento indispensabile, s’ intenda ma vanno fatte al momento giusto) senza però rendersi conto che nuova linfa potrebbe venire da una maggiore spesa pubblica. Apparentemente potrebbe sembrare paradossale e poco condivisibile anche sulla base dell’elevato rapporto debito/pil in Italia. Ma proviamo a ragionare su un paio di punti:
    1)Le riforme, per quanto importanti, sono sempre difficili da attuare (ci sarà sempre una fetta di scontenti che farà di tutto per impedire di farle, vedi riforma del mercato del lavoro) e inoltre producono i propri effetti solo dopo parecchio tempo. In altri termini nella fattispecie di cui sopra torna in auge, sebbene in chiave moderna, il vecchio conflitto marxista tra lavoratore e padrone.
    2)Ciò di cui si necessita ora, è una crescita economica. La parola d’ordine è crescita immediata dove il termine immediato lessicalmente deve coincidere con “oggi” (ecco perché la riforma, per quanto buona che sia potrebbe non funzionare). Prescindendo da ogni connotazione di tipo scientifico-economica, la recessione (si badi che ho usato il termine recessione e non crisi) definisce e fotografa uno scenario sociale in cui la classe più debole non riesce ad arrivare alla fine del mese, in cui si soffre e non esistono garanzie sul futuro ma dove tutti gli attori economici sono inevitabilmente coinvolti: le famiglie non consumano per via della precarietà lavorativa che le caratterizza e di uno scenario futuro sempre meno roseo. Le imprese, quelle che restano sul mercato, non producono e non investono per un calo di domanda e quindi non creano occupazione. Le banche prestano solo a tassi d’interesse elevati a causa di problemi di bilancio e mancanza di certezze sulla solvibilità del credito. Ma da uno scenario come questo com’è possibile creare crescita e occupazione prescindendo dallo strumento della riforma?
    L’unico grande attore sociale in grado di creare crescita e occupazione è lo stato attraverso una maggiore spesa pubblica. Apparentemente una follia perché maggiore spesa pubblica significa anche un aumento del debito pubblico. Dal momento in cui la spesa pubblica viene finanziata dalla tassazione e che la tassazione in Italia è notevolmente aumentata, anziché ripagare con le tasse il debito e gli interessi sul debito pubblico detenuto dalle banche, si dovrebbe utilizzare la spesa pubblica per creare infrastrutture, autostrade, scuole ospedali etc. In altri termini le grandi opere di cui parlava Keynes. Solo in questo modo le imprese inizieranno a produrre di nuovo a investire e a creare lavoro. Il tema delle riforme dovrebbe essere affrontato solo successivamente a questa fase a difesa della qualità del lavoro una volta che questo sia stato creato dallo stato.

  10. Daniele Mazzini

    @Gianluigi quindi tu stai proponendo un default (“anziché ripagare con le tasse il debito e gli interessi sul debito pubblico detenuto dalle banche, si dovrebbe utilizzare la spesa pubblica per creare infrastrutture, autostrade, scuole ospedali etc”). Ma ti rendi conto di cosa vorrebbe dire un default dello Stato italiano? Ti rendi conto che praticamente tutte le banche italiane fallirebbero, che milioni di italiani perderebbero i loro risparmi, che senza le banche a finanziare le imprese la nostra economia si bloccherebbe tutta? E ti rendi conto che i nostri partner commerciali, che hanno finanziato il nostro debito, non la prenderebbero proprio bene se noi rubassimo i loro soldi?

  11. Alan Marazzi

    Questo è quello che succede a vivere in un paese di vecchi, per vecchi e governato da vecchi. Tutti i sindacalisti alzano barricate contro la riforma delle pensioni!!! Grazie, gli allungano i tempi per poterci andare. Però poi quando si tratta di parlare di riforme serie, a favore dei giovani, tutti outsider, ci ritroviamo con una riformuccia che rischia di peggiorare la situazione invece di migliorarla. Per non parlare dei giovani stessi che sono più conservatori di Landini…. Abbandonare questo paese sta diventando sempre più una necessità di sopravvivenza e non una possibilità.

  12. Gianluigi

    caro Daniele, è evidente che hai largamento frainteso cio’ che intendevo dire. te lo riassumo in due parole: creare domanda tramite spesa pubblica che permetta di riattivare un’economia in recessione. è una vecchia teoria keynesiana, nulla di piu’. tutto il resto l’hai aggiunto tu

  13. Gianluigi

    Inoltre, puoi provarmi (in qualunque modo) che le banche stanno finanziando le nostre imprese? a me risulta il contrario

  14. Daniele Mazzini

    @Gianluigi: la teoria la conosco, e sicuramente aumentare la spesa pubblica senza aumentare le tasse (ovvero spendere a debito) è un modo per aumentare consumi e pil. Ma nella nostra condizione attuale, creare un’azione forte in deficit senza arrivare al default è impossibile: gli speculatori non aspettano altro che un nostro passo falso per farci diventare la nuova Grecia.

    Comunque io avrò letto male, ma tu non hai scritto che la spesa pubblica bisognerebbe utilizzarla per pagare le infrastrutture e non per ripagare il debito alle banche, o sbaglio? Se non ripaghi il debito, sei in default…

  15. Corrado

    Grazie per la risposta sulla Svezia.

    Per quanto riguarda il dibattito Daniele – Gianluigi, peraltro OT rispetto al post, mi permetto di suggerire questi miei pensierini serali http://corradoinblog.ilcannocchiale.it/2012/03/19/contro_ricolfi.html

    In breve, temo abbiate in qualche modo ragione entrambi, ma in questo momento l’Europa non riesce ad esprimere una politica credibile per uscire dalla crisi. In breve, ha ragione Gianluigi a dire che occorrerebbero politiche della domanda espansive di tipo keynesiano. Ma tali politiche non sono oggi possibili “in un paese solo”‘ sopratutto se quel paese e’ l’indebitatissima Italia. E su questo ha perfettamente ragione Daniele. Un po’ di spesa pubblica “furba” domestica e’ possibile, ma ben meno di quel che servirebbe.
    Quel che può fare il governo nazionale e’ fare le politiche dell’offerta che, una volta riavviata la crescita con politiche della domanda di scala europea, farebbero trovare l’italia pronta all’appuntamento con un sistema più competitivo.

    Peccato che le politiche della domanda di scala europea, per ora, latitino….

  16. Daniele Mazzini

    @Gianluigi: non confondiamo i trend con i numeri assoluti (lo fanno i giornalisti, non lo può fare chi vuole ragionare seriamente di economia). Oggi c’è una stretta del credito: vuol dire che è difficilissimo ottenere nuove linee di credito, e pure rinnovare in pieno quelle in atto. Ma secondo te le centinaia di miliardi che le imprese italiane hanno di debito, ad oggi, chi le finanzia?

    http://www.cgiamestre.com/2011/07/imprese-indebitate-per-980-mld-l-aumento-dei-tassi-costera-al-sistema-delle-imprese-24-mld-di-euro/

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