Ungheria, democrazia malata nel cuore d’Europa

di Federico Martire

"No to extreme nationalism" by Tom Rolfe

Tra i numerosi casi spinosi di cui si deve occupare in questi tempi l’Unione europea, quello ungherese ricopre un ruolo particolare. E per una volta non parliamo di crisi finanziaria ed economica, quantunque il paese magiaro soffra della ‘sindrome greca’ e sia considerato a serio rischio di bancarotta. Parliamo, invece, della grave deriva nazionalista e autoritaria che sta portando l’Ungheria in una condizione di precarietà democratica.

Tutto ha inizio nel 2010, quando il Fidesz, partito espressione della destra conservatrice, stravince le elezioni nazionali portando a casa una maggioranza pari ai due terzi del parlamento. Al governo si insedia Viktor Orban, leader del movimento, mentre la poltrona di presidente della repubblica viene occupata da Pál Schmitt, ex schermidore olimpico anch’egli membro di Fidesz. I timori per una svolta autoritaria del paese si spargono per tutta l’Europa in considerazione del programma elettorale di Fidesz, caratterizzato da un livello di nazionalismo e populismo demagogico preoccupante. Ad inizio 2011 si produce una prima crisi tra le istituzioni europee e Budapest a seguito dell’approvazione di una ‘legge-bavaglio’ sui media nazionali per la quale Orban fu chiamato a fornire spiegazioni al Parlamento europeo: il primo ministro magiaro si limitò a promettere – e in seguito attuare – una serie di minime modifiche alla legge, mantenendone però inalterato l’impianto legislativo.

Niente più che un antipasto, tuttavia, di quanto accade a fine 2011. Forte di una schiacciante maggioranza parlamentare che gli permette di non negoziare con l’opposizione socialista, Orban fa approvare una nuova costituzione (e leggi collegate) che rende palese la svolta autoritaria e nazionalista del paese. Tra le altre cose, oltre ad introdurre nell’incipit un riferimento a Dio e alle radici cristiane dell’Ungheria che viola il principio di separazione tra Chiesa e Stato, il nuovo testo fondamentale magiaro riduce la libertà di stampa permettendo la censura governativa, limita la libertà religiosa riconoscendo solo 14 confessioni (tutte cristiane o ebraiche), cancella le leggi di tutela anti-discriminazioni in base all’orientamento sessuale, annulla l’autonomia della banca centrale fondendola con l’organismo di controllo finanziario nazionale (il Pszaf), e ‘uccide’ di fatto il pluralismo politico dichiarando il partito socialista quale “erede della ricchezza accumulata illegalmente [dal defunto partito comunista] e beneficiario dei vantaggi illegittimi ottenuti durante la dittatura e il periodo di transizione”. Il giorno dopo l’entrata in vigore del testo (il 1° gennaio 2012), decine di migliaia di ungheresi si riversavano nelle strade per protestare, ricevendo una prepotente risposta da parte del governo, e vedendo persino arrestare il leader socialista Attila Mesterhazy.

Fin qui la cronaca. Ma in tutto questo, l’Unione europea come si sta muovendo? Sta tutelando quello spazio di libertà, sicurezza e giustizia combattendo le discriminazioni e contribuendo al sostegno dei principi democratici così come previsto dagli articoli 2 e 3 del Trattato UE? La risposta delle istituzioni europee a seguito dell’approvazione della Costituzione si è limitata ad una nuova convocazione di fronte al parlamento di Strasburgo del primo ministro Orban, avvenuta il 21 gennaio scorso. E anche in questa occasione, di fronte alle domande e accuse dei parlamentari e del presidente della Commissione Barroso, Orban si è dimostrato mellifluo, quasi conciliante, promettendo aggiustamenti del testo ma senza rinnegare l’impianto strutturale della sua riforma. Finora, l’unico passo indietro compiuto dal governo di Fidesz concerne la fusione tra Banca centrale e Pszaf, ma null’altro si è registrato. Questo perché? Uno dei motivi della forza politica e contrattuale di Orban sta nella debolezza dell’azione europea. Barroso ha avviato un attacco contro il governo ungherese fondando la sua azione su interventi mirati, cercando di contrastare un’iniziativa alla volta: dapprima la legge-bavaglio del 2011, poi alcuni dei contenuti della nuova Costituzione, senza però intaccarne l’impianto globale. E dire che nel dibattito a Strasburgo, lo stesso Barroso riconosceva che il caso magiaro sollevava “alcune preoccupazioni riguardo la qualità della democrazia, della cultura politica e delle relazioni tra governo e opposizioni e tra Stato e società civile [in Ungheria].

Pensare che uno strumento per combattere a muso duro e in forma diretta Viktor Orban e la sua deriva nazionalista e autoritaria ci sarebbe. Si tratta dell’articolo 7 del Trattato UE che consente, in caso di constatazione dell’esistenza di una violazione dei principi di base europei (elencati all’articolo 2 del Trattato), di “sospendere alcuni dei diritti derivanti alla Stato membro in questione all’applicazione dei trattati, compresi i diritti di voto del rappresentante del governo di tale Stato membro in seno al Consiglio”. Indubbiamente una ‘opzione nucleare’ rischiosa e da utilizzarsi solo in caso di estrema emergenza, ma da non escludere aprioristicamente. Il governo di Orban, infatti, non ha messo in piedi una o alcune limitate iniziative a carattere anti-democratico, ma, al contrario, ha dato vita ad un vero e proprio piano strutturato per la progressiva installazione di una para-dittatura autoritaria nel paese magiaro. La riforma della Costituzione è quella smoking gun che tanti ricercavano. E se la Commissione europea ha dato tempo fino a fine febbraio al governo ungherese per adottare misure riparatorie puntuali e tutto sommato limitate, l’area più progressista dell’emiciclo europeo ha invocato l’adozione dell’articolo 7 (NB: La procedura può avere avvio su richiesta della CE, del PE o di un terzo degli SM. La decisione finale sulle sanzioni spetta al Consiglio, che deve votarla a maggioranza qualificata).

Dato lo stato delle cose, viene da chiedersi perché la CE, indubbiamente il più forte degli attori in gioco (fintanto che la palla non passi al Consiglio), non abbia ancora prospettato l’avvio di una procedura ai sensi dell’articolo 7 così come richiesto da un’ala del PE. Barroso, come abbiamo detto sopra, preferisce un approccio step-by-step contrastando in forma puntuale le iniziative di Orban. Le ragioni sono, ovviamente, di carattere diplomatico: Orban, che già gode di un appoggio ampio nel paese, se sanzionato potrebbe giocare la carta dell’Europa ‘cattiva’ che si intromette negli affari nazionali ungheresi per spostare l’opinione pubblica ancora più a suo favore. E addirittura si potrebbe produrre un effetto ancor più controproducente, come evidenziato dal magazine romeno Revista 22, ossia di favorire l’estrema destra di Jobbik, partito già impegnato in una violenta campagna anti-europeista.

Vi è poi un altro motivo che alcuni adducono essere la causa delle reticenze di Barroso a chiamare il Consiglio a valutare l’opzione ‘articolo 7′. Si tratterebbe di pressioni esercitate dalla CE sull’Ungheria per accettare un prestito da parte di Banca Centrale e FMI a tutela dei preoccupati investitori internazionali (austriaci in particolare) e a garanzia della solidità finanziaria del paese magiaro. Tutto questo in cambio di un sostanziale laissez faire in politica interna. Niente più di speculazioni, di mormorii dai corridoi di Bruxelles, ma se così fosse si tratterebbe di un colpo gravissimo alla credibilità dell’UE e al suo futuro. La tutela dei principi di democrazia liberale e della rule of law sono elementi cruciali della costruzione comunitaria. Lasciar passare i provvedimenti di Orban significherebbe non solo condannare gli ungheresi ad un futuro piuttosto buio e complicato sul piano interno, ma anche spegnere ogni sogno di costruzione europea che vada al di là della mera unione economica e di mercato, nonché avallare potenziali altre iniziative di questo tipo da parte di altri leader della destra populista europea. Di esempi, soprattutto nel centro-est del continente (dalla Repubblica Ceca alla Polonia, dalla Romania al futuro membro croato), l’Europa ne è purtroppo piena. Una diffusione del virus ungherese in paesi come quelli dell’ex blocco sovietico in cui la democrazia è ancora giovane e fragile potrebbe provocare effetti devastanti in tutta Europa. In Ungheria, l’UE sta giocando una partita fondamentale per il suo futuro, forse senza neppure accorgersene: in palio vi è non solo l’avvenire politico del paese magiaro e la reputazione delle istituzioni comunitarie e dei principi di base dell’Unione, ma, nel complesso, il futuro politico e democratico dell’UE stessa.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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