Riforma lavoro, Zingales vs Brancaccio. Cosa Brancaccio dimentica

di Luigi Marattin.

"Buon per loro" di Hop-Frog

Nella puntata di “Piazza Pulita” di giovedi 23 febbraio c’è stato un interessante scambio tra il prof.Zingales e il prof. Brancaccio. Il primo sosteneva che il mercato del lavoro italiano necessita di maggiore flessibilità, il secondo ribatteva – richiamandosi esplicitamente alla tradizione keynesiana – che l’esistenza di un’elevata disoccupazione giovanile è la prova che non è di flessibilità che abbiamo bisogno, ma di maggiore spesa pubblica per poter assorbire la disoccupazione.

Seguiamo Brancaccio sul suo terreno, per verificare se non vi sia qualcosa che egli (consapevolmente o meno) dimentica.

Elevata disoccupazione significa che sul mercato del lavoro vi è un eccesso di offerta: troppe persone offrono i loro servizi lavorativi rispetto al livello della domanda di lavoro espressa dal sistema economico. Vi è quindi, adoperando un termine espressamente keynesiano, una carenza di domanda effettiva che genera il sotto-utilizzo delle risorse. Ne consegue che occorre aumentare la domanda di lavoro al fine di riassorbire la disoccupazione.

Cosa può fare la politica economica per aumentare la domanda di lavoro? Gli attori economici che domandano lavoro sono di due tipi: il settore pubblico stesso (attraverso la pubblica amministrazione) e le imprese private.

La politica economica può quindi agire direttamente sulla propria domanda di lavoro incrementando le assunzioni nella pubblica amministrazione, il che comporta un ovvio aumento della spesa pubblica (sotto forma di spesa per salari e stipendi della pubblica amministrazione). Oppure, la politica economica può agire indirettamente sulla domanda di lavoro delle imprese private, aumentando la domanda di beni e servizi che il settore pubblico chiede all’economia, in modo che le imprese private possano aver maggiori ordinativi e quindi aver bisogno di maggior forza lavoro (sperando che vi sia abbastanza concorrenza in quel settore oggetto della domanda pubblica, altrimenti le imprese private reagirebbero semplicemente alzando i prezzi, e non producendo di più). Anche questo canale, tuttavia, richiede un aumento di spesa pubblica, sotto forma di aumento di consumi e investimenti pubblici.

Queste due soluzioni quindi, implicitamente caldeggiate da Brancaccio nel suo intervento, comportano un aumento di spesa pubblica. Attraverso l’aumento delle assunzioni nella pubblica amministrazione, oppure attraverso l’aumento della domanda pubblica rivolta all’incremento della domanda di lavoro da parte del settore privato.

La domanda da porre a Brancaccio sarebbe la seguente: da dove ritiene che debbano provenire le risorse necessarie per far fronte a questi aumenti di spesa pubblica? Le risposte matematicamente possibili sono solo tre:
a.    da un aumento della pressione fiscale
b.    da un aumento del debito pubblico
c.    da un taglio di componenti meno produttive della spesa pubblica

Quale di queste tre risposte Brancaccio ritiene sia auspicabile?

Nel caso scelga la prima: l’aumento delle tasse deprime la domanda aggregata, e quindi controbilancia l’aumento di domanda di lavoro che si voleva ottenere: l’intera operazione rischia quindi di avere un risultato nullo, o addirittura contrario a quello che si desiderava ottenere.

Nel caso scelga la seconda: incrementare ulteriormente le emissioni di debito pubblico aumenta la spesa per interessi (soprattutto in un contesto di particolare tensione finanziaria sui debiti sovrani, come nell’ultimo anno), che a sua volta aumenta il disavanzo pubblico, che a sua volta richiede di aumentare il debito. Si tratta dell’esatto circolo vizioso che ha portato la Grecia al fallimento.

Nel caso scelga la terza, forse possiamo finalmente iniziare un dibattito serio sulla qualità della spesa pubblica italiana, più che sulla sua quantità.

In realtà, l’aumento di spesa pubblica non è affatto l’unico modo per aumentare la domanda di lavoro in un sistema economico. Ve ne possono essere altri, basati su quella “flessibilità’”  la cui necessita’ si intende invece negare. Qualche esempio?

Aprire alla concorrenza i settori produttivi. Se vengono eliminate le barriere all’entrata in molti settori protetti (soprattutto nel settore dei servizi), vi sarà un maggior numero di realtà produttive sui mercati, che esprimeranno quindi una maggiore domanda di forza-lavoro.

Rendere semplice e immediata la creazione di nuove imprese, per facilitare anche dal punto di vista procedurale il processo di cui al punto precedente. Questo implica anche un ripensamento di alcuni meccanismi di funzionamento della stessa pubblica amministrazione.

Favorire gli investimenti esteri, sotto forma di attrazione di insediamenti di imprese provenienti da altri paesi. Oppure il ritorno di realtà produttive che nel corso dell’ultimo decennio avevano attuato processi di delocalizzazione. E’ noto che l’Italia e’ in fondo alle classifiche nel mondo occidentale per quanto concerne la capacita di attrazione di investimenti diretti esteri. Questo accade per tanti motivi: l’inefficienza del sistema giudiziario civile e della pubblica amministrazione; una legislazione sul lavoro frazionata, complicatissima e neanche disponibile in lingua inglese; una pressione fiscale troppo elevata. Accade anche perché’ quando una grande impresa italiana decide di riportare la produzione di una sua autovettura di largo consumo dalla Polonia all’Italia (e, in particolare, in una zona ad alta intensità di disoccupazione giovanile…..la stessa che Brancaccio vuol far riassorbire da massicce dosi di spesa pubblica), si trova davanti accuse di “anticostituzionalita’ “e di “attentato ai diritti dei lavoratori” solo perché chiede che il giorno in cui c’e’ un’importante partita di calcio le persone vengano ugualmente a lavorare. O perché’ chiede di poter sperimentare una diversa organizzazione del lavoro, che differisce da quella prevista dalla parte normativa del contratto collettivo di settore. Che fu stabilita nel 1972, e non e’ stata mai modificata. E si deve applicare rigidamente da Bolzano a Enna, pena l’accusa di voler attentare alla Costituzione.

Questi tre sono solo alcuni esempi di come la politica economica possa aumentare la domanda di lavoro senza necessariamente spendere soldi pubblici. Che, tra l’altro, in questo momento hanno una spiacevole caratteristica: non ci sono.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

53 Commenti

  1. Tweety

    caro @antonio volevo solamente dirti che io non ho scelto l’università del sannio perché ce l’avevo sotto casa perché non avevo nessun problema a spostarmi, ma ho solamente pensato di voler portare il mio contributo alla mia regione e in particolar modo alla mia provincia senza per forza emigrare, visto che è una buona università. Quindi prima di dire che era un’università inutile in un paese depresso venite prima a vedere come si studia. Inoltre se non iniziamo noi a sostenere le nostre provincie e magari ad essere in grado di poter portare un minimo di sviluppo chi lo deve fare? Ti posso ben assicurare che sono una persona che lavora e si impegna nel suo lavoro quotidiano, quindi non è detto che la nostra università genera altri disoccupati. Nel tuo intervento vedo un pizzico di razzismo per noi dei sud e per le piccole università. Ti assicuro che molte persone che studiano alla Federico II ritengono che noi siamo più seguiti, più preparati e più organizzati.Abbiamo docenti che insegnano a Napoli, alla Luiss a Roma, alla Sapienza. Quindi abbiamo la stessa se non migliore preparazione perché seguiti in miglior modo. Quindi smettiamola.

  2. Raoul Minetti

    Cara Tweety, non penso che Antonio o nessuno qui volesse offendere la tua Universita’. Ci sono ottimi ricercatori e studenti ovunque. E’ molto bello l’amore per la tua terra e la tua universita’, ma, direi, non c’e’ bisogno che la difendi, nel senso che non penso che nessuno volesse attaccarla qui

  3. Antonio

    @Tweety

    Non era mia intenzione offendere te o la tua Università. Però, in piena libertà d’opinione, che questo blog ci garantisce, ho sentito l’esigenza di sottolineare duramente la mia convinzione (non solo la mia…) che esistono delle Università in Italia create non tanto per preparare gli studenti al mondo del lavoro, ma solo per far prendere “il pezzo di carta”. Magari avranno anche dei professori bravissimi, ma rimangono strutture improduttive, specie se sono “cattedrali nel deserto”. E il deserto purtroppo oggi è rappresentato prorio da quelle zone dove non si è mai creato niente. Purtroppo il PIL regionale non si fa solo con i prodotti tipici come le mozzarelle di bufala (che tra l’altra a me piacciono tanto! :D :D ) o il vino di solopaca – ottimi prodotti che sicuramente hanno anche una loro commerciabilità non indifferente e da tutelare senz’altro – ma ci vorrebbe soprattutto una produzione più efficace sotto il profilo economico. Senza contare poi le potenzialità del settore turistico del Sud. Ma perchè nonostante la presenza di tanta forza lavoro e tante Università non decolla mai il turismo al Sud? E permettimi di dire che i soliti traghetti per capri o la casa natale di Padre Pio non sono turismo. Perchè a Rimini e Riccione che hanno un mare mediocre hanno costruito un impiantistica balneare che fa ogni anno milioni di Euro e a Napoli non riescono nemmeno ad ottenere la balneabilità? Eppure le Università ci sono. Gli studiosi ci sono. E, a maggior ragione, se questi studiosi sono bravi come dici tu, perchè non hanno fatto niente?

    Inoltre, quando toglieranno il valore legale alle lauree (e spero si farà presto), secondo te cosa accadrà?

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