di Francesco Molica.
La minaccia di una seconda, sequenziale recessione sul Vecchio Continente sembra aver messo provvisoriamente la sordina all’assillo di molti governi e politici dell’Ue per l’immigrazione. Verrebbe da dire: per fortuna! Complice lo stato di grazia elettorale delle cosiddette destre neopopuliste, il tema in anni recenti è stato massacrato a colpi di semplificazioni e mistificazioni d’ogni genere, soprattutto su latitudini centro e nordeuropee. Se n’è fatto un impiego smodato, levantino, e ignominiosamente pretestuoso: uno spauracchio brandito ad orologeria per sedare i malumori popolari, o più spesso per cavalcarli. Emblematica la parabola di Nicolas Sarkozy, che proprio sull’inasprimento delle politiche francesi in materia di immigrazione e asilo ha scommesso un segmento importante della sua campagna per le presidenziali del 2007. E una volta varcata la soglia dell’Eliseo è tornato a più riprese a sguainarlo nel tentativo di ristorare una popolarità in costante declino. Il discorso di Grenoble, l’atto di inizio all’ormai celebre querelle sui rimpatri Rom, ha segnato l’acuto più fracassante di questa (fallimentare) strategia.
Anche l’attualità, per sua parte, non ha lesinato assist. Ad esempio con la breve ma spettacolare ondata di “rifugiati” riversatisi sulle coste di Lampedusa e Malta al climax della primavera araba. Sebbene sia stata la crisi del 2008 ad aver gettato per prima fiumi di fertilizzante sul terreno della revanche xenofoba europea.
A biglie ferme, il punto è che questa deriva dal gusto distintamente demagogico, oltre ad aver cortocircuitato il dibattito su un nodo altrimenti cosi’ articolato, s’è tradotta in condotte dagli effetti non trascurabili. Come è noto, nel 2010 Francia e Danimarca hanno platealmente profanato gli accordi di Schengen, cosi’ dinamitando le fondamenta di uno dei monumenti venerabili del progetto europeo. La disinvoltura con cui l’Olanda nei giorni scorsi ha sparpagliato i propri confini di telecamere di sicurezza è il sintomo che il totem e il tabu’ della libera circolazione sono stati ormai incrinati, forse in via irrimediabile. Non è un caso se la Commissione europea, suo malgrado, sia stata invitata dagli stati membri a riformularne in chiave restrittiva i contorni legislativi.
Peggio: nelle sue declinazioni più aberranti, spesso e volentieri su un registro espressamente islamofobo, il tiro a segno politico contro “l’invasione straniera” ha partorito paradossi che potrebbero spuntare un sorriso di mesta ironia, se talvolta non facessero apertamente inorridire. Come l’abominio del test fallometrico (avete capito bene) per quei richiedenti asilo che fuggono le persecuzioni omofobe nei paesi arabi o africani: una pratica che pare sia stata selettivamente introdotta nella Repubblica Ceca, nonché caldeggiata da diversi politici sia in Olanda che in Danimarca.
Oppure si pensi a quella curiosa antinomia nella quale si è forgiato l’exploit del partito dei Veri Finlandesi. Nonostante la Finlandia accolga la frazione più minuscola di residenti stranieri in tutta l’Europa occidentale (un infimo 1,8%), alle legislative dello scorso anno la formazione anti-establishment guidata da Timo Soini ha conquistato quasi un quinto dell’elettorato miscelando euroscetticismo e proclama contro confini nazionali troppo “porosi”.
Gli editti contro il burqa, a prescindere da ogni giudizio di merito, incarnano del resto un’altra formidabile conferma della china piuttosto grottesca assunta dalla retorica contro l’immigrazione. La Francia ha lanciato una costosissima campagna informativa per pubblicizzare la propria versione legislativa del divieto, stampando tra gli altri circa duecentomila brochure. Peccato che le donne con il velo integrale censite sul territorio transalpino siano appena duemila.
Sbarazziamo subito il campo da ogni possibile equivoco. Questa lunga galleria di esempi e obbrobri, lungi dal suggerire un approccio più lassista o compiacente al problema dei flussi migratori verso l’Europa, e a quello complementare dell’integrazione, grida all’urgenza di azioni efficaci e coerenti. E lo esige per ragioni affatto dissonanti da quelle sbandierate in questi anni dalla destra, in cio’ assistita da una sinistra timida, confusa o addirittura silente sull’argomento. Anziché sperimentare deterrenti al limite della legalità, organizzare rimpatri di massa, dare un’ulteriore stretta alle quote, insomma fare le barricate, occorrerebbe progettare incentivi più allettanti per attrarre più immigrazione e al contempo pensare a dispositivi adeguati per assorbirla senza shock o tensioni sociali.
Perché, in un futuro non molto lontano, l’Europa avrà tanta fame di forza lavoro straniera quanto questa sarà divenuta una risorsa scarsa al centro di una serrata competizione internazionale. Checché vadano sbraitando Sarkozy, Soini o la nostra Lega Nord.
Jeffrey Williamson, uno dei maggiori storici dell’immigrazione in circolazione, ha documentato questa sconveniente verità attraverso numerosi studi. I trend migratori seguono un percorso sinusoidale. E pertanto tendono, presto o tardi, ad esaurirsi. In tal senso buona parte dell’Asia e dell’America Latina hanno già attraversato il Rubicone, con diversi paesi che da esportatori netti di immigrati si stanno rapidamente tramutando in grandi importatori. E non c’è ragione di credere che questa evoluzione nell’arco di un tempo piu’ lungo non interesserà anche l’Africa. Nel frattempo l’immigrazione cosiddetta Sud-Sud, quella cioè tra paesi in via di sviluppo, non cessa di accrescersi. Secondo recenti dati dell’ILO, l’organizzazione internazionale del lavoro, sarebbe in procinto di pareggiare i conti con i flussi cosiddetti Sud-Nord.
Stando alle previsioni di Williamson, tra il 2020 e il 2030 il volume di stranieri che oggi preme sui confini europei calerà gradualmente, sino quasi a scomparire nel 2050. I prodromi di un siffatto capovolgimento di fronte, lo abbiamo detto, sono visibili, senza dubbio accelerati dalla crisi e dalla redistribuzione della ricchezza mondiale dall’Occidente verso altri aree del pianeta.
Anzi: per certi versi l’Europa starebbe addirittura subendo una lenta mutazione da terra d’arrivo a terra di partenza.
Qualche esempio: negli ultimi anni, il numero di immigrati turchi residenti in Germania che ha scelto di far ritorno nella madrepatria ha scavalcato quello dei compatrioti che emigrano Oltrereno. Secondo un sondaggio dell’istituto Futureorg di Dortmund un terzo degli studenti di origini turche iscritti ad università tedesche pianifica di intraprendere una carriera professionale nel proprio paese d’origine. Un fenomeno analogo è stato rilevato in Olanda, dove a lasciare il paese sono proprio le seconde o terze generazioni con un livello di studi più alto.
Si trattasse solo di migrazioni di ritorno! Al contrario, come riportato da un recente reportage del Wall Street Journal, nella periferia dell’eurozona (Irlanda, Spagna, Portogallo) duramente colpita dalla crisi si sta consumando un silenzioso esodo di giovani (altamente qualificati in particolare) verso mete extraeuropee, in testa le economie emergenti quali la Cina o il Brasile.
Si intuisce, dunque, quanto il tema dell’immigrazione sia cruciale. Che essa sia necessaria a frenare l’implosione demografica dell’Europa è fatto arcinoto. Ma a ben vedere il problema è anche e soprattutto di natura economica. Dietro le allarmanti statistiche sulla disoccupazione, cova una peculiare incongruenza. Quello che l’Economist, in un accurato dossier pubblicato nel settembre del 2010, ha definito “great mismatch” (la grande discrepanza). Ogni anno decine di migliaia di posti di lavoro nell’Ue restano vacanti nella drammatica assenza di profili professionali idonei. Basterebbe optare per un approccio ai flussi di forza lavoro straniera più integrato, nonché capace di riflettere le reali esigenze del mercato del lavoro (come in Canada), per cominciare a colmare questa lacuna.
Fermo restando che essa non interessa solo le posizioni altamente qualificate. Si pensi all’assistenza agli anziani e una valanga di professioni “low-skilled” che nessuno vuole più fare (in proposito si rimanda al bel saggio di Philippe Legrain dal titolo “Immigrants, your country needs them”).
Si potrebbe andare avanti per pagine e pagine a smantellare tutti i luoghi comuni che negli ultimi anni sono stati ingigantiti dalla propaganda populista. A cominciare da quelli, diffusissimi, di derivazione maltusiana. La fola che un aumento nel numero di immigrati deprime i tassi occupazionali degli autoctoni è stata demolita con ogni genere di dati. Cio’nonostante, resiste indomita nell’immaginario collettivo.
I nodi sul tavolo, come si vede, sono numerosi. La posta in gioco è altissima ed è urgente ripensare l’approccio europeo all’immigrazione. Anche perché il futuro economico dell’Ue, forse l’uscita dalla crisi, dipende in buona parte proprio da come sarà affrontata la questione.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





