I veri errori del PD a Genova

di Marco Campione.

"Lanterna di Luglio" di Alberto Beccaris

I risultati delle Primarie di Genova danno ragione a Marco Doria, candidato “indipendente” sostenuto dalla parte più di sinistra della coalizione. Ha raccolto il 46%, mentre le due candidate del PD (il sindaco in carica Vincenzi e la Sen. Roberta Pinotti) si sono fermate al 27,5% e 23,6%; meno di 800 voti in tutto per gli altri candidati. Un’analisi superficiale potrebbe portare a dire che il PD si spacca e perde, magari con un corollario di accuse alla pietra dello scandalo, Roberta Pinotti. In realtà queste primarie avevano una caratteristica originale: non capita spesso che vi si sottoponga un Sindaco al primo mandato. Se Vincenzi è stata costretta a farlo evidentemente è sintomo di un problema, che non ha certo inventato la Sen. Pinotti. Il giudizio sulla Giunta uscente è stato determinante e sarebbe sbagliato non tenerne conto per un’analisi equilibrata.

Il PD ha quindi responsabilità diverse e molto più importanti di quella di essersi spaccato. Come sarebbe parziale una lettura che volesse ricondurre tutto alle divergenze personali tra due “prime donne” o tra correnti (o meglio tra gruppi consolidatisi in anni di governo ininterrotto del capoluogo ligure): i king makers di Marco Doria non erano certo dei novellini avulsi dalla vita politica genovese e ligure.

E allora quali sono queste responsabilità democratiche? In primo luogo quella di non aver saputo dare per tempo un giudizio equilibrato e necessariamente crudo dell’esperienza di Marta Vincenzi. La palla è quindi passata agli elettori di tutto il centrosinistra e più del 70% di questi ha deciso di bocciare Vincenzi e la sua Giunta: quasi 3 elettori su 4! Da questo punto di vista, l’errore vero il PD lo avrebbe commesso se avesse regalato la rappresentanza di quel 70% a Marco Doria. La seconda responsabilità è quella di non saper imparare dagli errori già compiuti altrove. Milano e Cagliari i più clamorosi, ma ce ne sono stati altri. La sensazione è che i gruppi dirigenti del PD mal sopportino le primarie, le considerino una pratica da sbrigare se non un vero e proprio corpo estraneo. Il nodo che sta venendo al pettine è che la classe dirigente diffusa (quella locale prima ancora di quella nazionale) di questo partito non sa gestire l’elemento sul quale il PD è stato fondato: un bel paradosso! Paradosso che non a caso quella stessa classe dirigente vorrebbe provare a risolvere estirpando quell’”oggetto misterioso” che si è dimostrata incapace di gestire. Per questo andrebbero sostituiti, non perché hanno “perso”. Perso cosa, poi? Il bello delle primarie aperte (le uniche cha abbiano senso) è che i partiti vincono tutti. A perdere semmai sono singole opzioni politiche rappresentate dai caniddati; e ormai le tipologie ci sono tutte: un solo candidato del PD (Milano) che perde, due candidati del PD (Genova) che perdono, due candidati del PD, uno di questi vince, ma ne candidiamo un altro che perde le elezioni (Napoli). Evidentemente il problema non sono le primarie, ma il non aver compreso quali meccanismi generino, giusto Zoggia?

Se Vincenzi non ha compreso fino in fondo quanto fosse ormai logoro il suo rapporto con la città che amministra, Pinotti ha una grande responsabilità: non essere riuscita a convincere i genovesi che si poteva uscire da quell’esperienza restando nell’alveo del Partito Democratico. Se si è candidata è perché pensava di poterlo fare e quindi ha certamente subito una sconfitta, ma l’alternativa quale sarebbe stata? Diffidate da chi proverà ad accusare lei di aver spaccato il partito o il PD di aver scelto le primarie quando – da Statuto – poteva evitarle in quanto Vincenzi era al primo mandato: chi affermerà questo darà l’ennesima prova che non ha capito a cosa servano le primarie. Non sono gli elettori del PD ad essersi spaccati e ad avere – per questo – perso, ma gli elettori scontenti della Vincenzi ad essersi spaccati e ad avere – nonostante questo – vinto, preferendo Marco Doria. Pensate che tragedia per il PD e il centrosinistra se nel nome del quieto vivere, della tutela delle rendite di posizione o del potere costituito avessero concesso loro di esprimersi solo il giorno delle elezioni…

Le Primarie servono proprio a evitare errori come questo: viva le Primarie, viva Marco Doria, che mi auguro possa essere il prossimo Sindaco di Genova.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

7 Commenti

  1. michele il pignolo

    Non condivido una singola riga di questo articolo. E in aggiunta, Zoggia non è un onorevole!

  2. Interessante contributo alla discussione.

    Mi scuso con Zoggia per l’errore. Sperando che non gli porti sfiga per il futuro, correggo

  3. Michele Ballerin

    Viceversa, io mi trovo a condividere ogni singola parola. Palla al centro.

  4. Personalmente, penso che Marta Vincenzi avrebbe dovuto avere il buon gusto di non proporsi per un secondo mandato.
    Il suo mandato da sindaco è stato devastante, da tutti i punti di vista.
    Prima con lo scandalo che ha coinvolto vari assessori, a cui Vincenzi era estranea (se un sindaco può essere estraneo a ciò che combinano i suoi assessori, del suo partito). Però, assai colpevolmente, Vincenzi non ha fornito risposte alle inquietanti domande dei cittadini. Cioè, ha fornito non-risposte.
    Secondo, sebbene sia brutto e sgradevole da dire, Vincenzi era antipatica ai genovesi. Il suo atteggiamento a volte sprezzante e quel suo apparente distacco, aggravato dall’impressione di scarsa condivisione dei problemi dei cittadini, ne ha fatto un non-sindaco, un amministratore-ombra, distante e avulso dalla città.
    Infine, l’inaccettabile comportamento tenuto nel post-alluvione ha confermato tutta l’inadeguatezza di Vincenzi a ricoprire un ruolo di responsabilità pubblica.

    Un partito serio, di fronte a tanti e tali segnali, ordina al suo amministratore di farsi da parte, per evitare un patatrac annunciato.
    Evidentemente, il PD non è un partito serio.
    Oppure, ed è peggio, pensa che i cittadini siano dei burattini manipolabili all’occorrenza del voto, delle primarie o delle elezioni vere.

    PS: sono un dirigente (si dice ancora così?) del PD della provincia di Pavia, e scrivo quanto sopra con grande sofferenza, perché mi umilia assai vedere il mio grande partito commettere errori politici di questa portata.

  5. Gianluca Galletto

    Io non capisco ancora perche’ si usano le primarie in maniera cosi erratica e idiosincratica. Si ritorce contro. Vorrei dire alcune cose che spero siano utili al dibattito.

    1. Il fatto che nel PD ci sia piu di un candidato e’ normale. Altrimenti non sono piu’ primarie. Sono elezioni strane (che abbbiamo sperimentato spesso). Pertanto, viene meno il postulato secondo cui il PD “si e’ spaccato”. Se non si spacca non ci sono primarie. Sempre che non si verifichi fisiologicamente che ci sia un solo candidato: se ne presenta solo uno.

    2. Che il sindaco uscente si sottoponga a primarie o meno e’ – con le varie conseguenze del caso – una cosa che adrebbe decisa a priori. Se si fanno delle primarie si dovrebbero semplicemente farle sempre e lasciare, con un termine prefissato rispetto al giorno delle elezioni, che chi voglia candidarsi lo possa fare, secondo un regolamento valido erga omnes che ponga dei requisiti. Che ci sia o meno un sindaco in carica (o un deputato o quel che sia). Si lascia in pratica decidere al “mercato” politico dei propri elettori. Se nessuno si presenta, come e’ il caso in molte elezioni americane, a partire da quelle per la presidenza della repubbblica , tanto meglio per chi e’ uscente. (Sono in corso anche primarie democratiche per chi non lo sapesse, solo che in ogni stato non si e’ presenta nessuno contro Obama, che io sappia. Ma questo avviene per tutte le cariche, non solo per l’elezione del Presidente. Nel 1980. Cio’ non vuol dire che siano una cosa sempre buona. Anzi. Nel 1980 Carter, presidente uscente, fu fortemente indebolito dalla sfida lanciata da Ted Kennedy che spacco’ davvero il partito fino quasi alla convention. Carter partiva con un vantaggio notevole rispetto a regan nei sondaggi. Sappiamo come fini’. per il partito democratico fu un cattivo affare, sempre che si possa dinostrare abbia perso anche per le primarie. Magari non fu un cattivo affare per il paese. Chi e; edi snistra pensa che lo fu, ma chi non lo e; pensa il contrario.

    3. Il punto sta proprio nell’aver scelto le primarie come uno strumento da usare ad hoc: se la situazione lo richiede le facciamo. Se siamo in grado (il gruppo dirigente) di metterci d’accordo su un candidato non si fanno. Viceversa, passiamo la parola agli lettori. Che puo’ anche andare bene. Il punto sta semplicemente nel sceglere una strada chiara a priori.

    Non e’ detto che si debba regolamentarle come accade nella maggior parte degli stati americani e per la maggior parte delle cariche di qualsiasi tipo. In questo paese, la vita dei partiti e’ in buona parte regolamentata dala legge (statale). Lo stato e’ entrato nei partiti all’inizio del secolo scorso, quando appunto nacquero le primarie. Il problema e’ che in buona parte dei casi il gruppo dirigente del PD (e non solo) non c’e’ o e’ confuso. Questo indipendentemente dalla qualita delle persone. Semplicemente i partiti come una volta non ci sono piu’ e non sono piu’ replicabili. Onestamente, pur essendo un grande sostenitore delle primarie, preferirei di gran lunga che ci fossero dei partiti in grado di fare selezione e scelte ed evitare, come accsd eormai sempre piu spesso , che la politica si faccia con i soldi e con la semplice popolarita’, indipendentemente dalle qualita’ delle persone come potenziali o attuali amminsitratori e legislatori.

    Ma purtroppo non e’ cos’ e non e’ cambiando alcune regole come l’albo delgi elettori e il riservare certe scelte ai tesserati che puo’ cambiare questo stato di cose. E’ cambiata la societa’, di cui i partiti sono espressione. Il corto circuito sta proprio in questo.

    4. Prendendo coscienza che il partito nella sua forma precedente non e’ piu replicabile, non bisogna pensare che l’apparato venga meno. Questo lo dico senza dare un giudizio positivo o negativvo del cosiddetto apparato. Serve a dire a chi ne fa parte o pensa di farne parte che con le primarie come regola e ben gestite, non c’e’ da temere. Perche’ l’apparato puo’ rimanere in vita in altri modi senza aggrapparsi alla formalizzazione di s estesso in varie cariche. Lo stesso serve per dire a chi l’apparato lo vuole decimare, che non e’ con le primarie che questo accade.

    Riporto ancora la storia americana delle primarie che ha ben 100 anni. Esse nacquero solo apparentemente come espressione della “Progressive Era” per aumentare la democraticita’ delle scelte e riavvicinare la leadership al popolo. Nacquero principalmente su spinta dei capi del partito che avevano perso il controllo sui vari gangli semiperiferici e periferici del partito stesso a favore di capi e capetti (il che mi ricorda molti collegi nostrani, piu che altro meridionali, ma non solo). L’apparato le introdusse per difendersi. E l’apparato in molti luoghi, stati o citta’ d’America, e’ vivo e vegeto. New York – stato e soprattuto citta’ – sono un esempio di apparato forte (piu’ sono estesi la macchina e la spesa pubblica, piu’ apparato c’e'). Qui si chiama la “machine”. La differenza sta nel fatto che essa che non e’, se non parzialmente formalizzato con cariche di segretario vicesegretario, responsabile organizzazione, propaganda, addetto stampa del partito etc. E’ piu informale ed e fatta da tutti gli “operativi” del partito a vari livelli, come i “district leader” del partito che compongono lo State Committe (una sorta di nostra assemblea nazionale – a NY sono 30, pari al doppio del numero dei deputati) eletti con le primarie quando si fanno le elezioni per il parlamento dello stato, i community leader vari, i rappresentanti nei community board della citta (tipo consigli di zona), i consiglieri comunali, i borough president (il president di Queens, quello di Manhattan etc) i deputati e senatori statali a vari liveli di potere nella “machine”, con le loro relazioni e clientele consolidate.

    Il mercato politico e’ qui sicuramente molto piu aperto e concorrenziale che in italia, ma non e’ cosi aperto come si pensa. Per essere in grado di finire sulla scheda delle primarie per consigliere comunale per esempio, serve una trafila che va dalla partecipazione ai club, i community board (dove ci si occupa delle licenze per i bar e ristoranti ai permessi di costruzione, ai problemi del riscaldamento che non funziona negli appartementi popolari) alla elezione a “district leader” etc, lunga e molto simile a quella che si faceva una volta dentro i nostri partiti e molti ancora oggi fanno a livello locale e in maniera contigua ai partiti.

  6. Concordo con l’analisi di Gianluca.

    Mi pare anche di ricordare che da qualche parte nello statuto del PD Lombardia c’è scritto che, in caso si svolgano primarie di coalizione per la scelta di candidati a cariche monocratiche, il PD partecipa con UN SOLO candidato del PD.
    Il meccanismo con cui si sceglie questo candidato non è specificato.

    Questa norma da un lato rende il PD assai più competitivo nelle primarie di coalizione, dall’altro rende la leadership meno contendibile, escludendo a priori gruppi e correnti minoritari.

    E’ sicuramente questione delicata, che merita un pronunciamento da parte dell’assemblea.
    Si può decidere che va bene anche il caso di Genova, eh, prevedendo che il PD partecipi a primarie di coalizione con 1 o 2 candidati al massimo.
    Nel caso di DUE candidati PD, allora le primarie servono davvero a scegliere il miglior candidato.

  7. @ Guido Guiliani

    Presentare un solo candidato PD implicherebbe o di sceglierlo senza primarie o di fare prima le primarie di partito e poi quelle di coalizione.

    Per il resto se i candidati del PD perdono le primarie, davvero non vedo il problema: vuol dire che la gente reputa altri candidati migliori di quelli di provenienza PD. Migliori, ergo con maggiori probabilità di vincere le elezioni vere.

    Del resto se il PD allo stesso tempo è a vocazione minoritaria e fa le primarie è matematico che talvolta le perda.

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