Parlano i 20enni della lettera a Monti

di Antonello Paciolla.

Par Alessio Baù

Il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro, già piuttosto vivace di suo, nella giornata di ieri è stato movimentato da una lettera scritta al Corriere della sera da diciannove ventenni. I firmatari si sono rivolti direttamente al Presidente del Consiglio Monti e al Ministro del Lavoro Fornero chiedendo loro di andare avanti con decisione verso una riforma che porti ad un riequilibrio delle tutele tra chi è garantito e chi invece non lo è. La lettera ha fatto molto discutere, e non solo per il suo contenuto. Abbiamo intervistato uno dei firmatari: Timoteo Carpita, 24 anni “umbro-siculo”, attualmente collaboratore per diverse testate online.

La vostra lettera al Corriere di ieri è entrata prepotentemente nel dibattito sul mercato del lavoro e ha fatto quasi “scandalo”. Siamo abituati a leggere rivendicazioni di studenti e giovani “contro”. Una lettera di un gruppo di studenti che si dichiarano a favore della riforma del lavoro. E’ una cosa quasi mai vista. Spiegaci com’è nata l’idea di scriverla.

Una settimana fa Antonio Aloisi (primo firmatario della lettera, ndr) mi ha scritto che voleva preparare una lettera aperta, con oggetto la riforma del mercato del lavoro. Prima mi ha chiesto se condividevo l’idea della lettera. E gli ho risposto di sì. Poi mi ha chiesto se condividevo i concetti su cui costruire il testo. Ed io ho condiviso anche questi con dei miei contributi.

Essere ospitati dal Corriere è stato un bel risultato. Chi ha criticato la vostra lettera vi ha accusato anche di aver beneficiato di un’esposizione mediatica difficilmente concessa a tutti. La Cgil su un suo account Twitter (quello della campagna “Giovani non più disposti a tutto”) ha addirittura scritto che il Corriere “si è inventato” una lettera dei giovani contro l’articolo 18. C’è stata un bel po’ di dietrologia, e anche qualche tentativo di delegittimazione . Come siete finiti a pagina nove del Corriere?

Lunedì sera ho scoperto che la lettera sarebbe stata pubblicata dal Corriere il giorno dopo. L’ho scoperto tramite menzione in un tweet di Antonio. Per quanto riguarda le risposte e i commenti sull’eccessiva esposizione mediatica dico che ci stanno tutti. E’ normale e giusto.

Qualcuno ha scritto che siete dei privilegiati. hanno messo in risalto i collegamenti di alcuni di voi con alcune organizzazioni politiche.

Ripeto, io ho scoperto della pubblicazione sul Corsera il giorno prima. Riguardo i legami con organizzazioni politiche posso parlare solo per me non conoscendo la situazione degli altri. Io ho una sola tessera, del Partito democratico, dal 2007.

Avete citato le parole del Presidente Monti: “Tutelare un po’ meno chi è oggi tutelato e tutelare un po’ di più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce ad entrarci”. E’ questa la soluzione per voi? E’ davvero il dualismo del mercato del lavoro a peggiorare la condizione dei giovani? Facci qualche esempio.

Questo paese ha una disoccupazione giovanile collocata al 30%. E noi non abbiamo scoperto nulla quando diciamo che un cosiddetto giovane, che un lavoro invece l’ha trovato, ha meno tutele di chi ha cominciato a lavorare prima di lui. O che, anche se ricoprono la stessa posizione lavorativa, il giovane, anche se laureato, guadagna nettamente di meno a prescindere dall’esperienza. Ripeto: non lo abbiamo scoperto noi, ma lo dicono in molti, professionisti esperti della materia. Ma allo stesso tempo, ciò non significa criticare, o peggio ancora, condannare le conquiste del passato (soprattutto quelle dal 1970 in poi) per il gusto narcisistico di “sparare” su qualcosa. Si tratta, invece, solo di ricordare a tutte le parti sociali (Confindustria compresa, non solo i sindacati), oltre che al Governo, che il nostro paese, come il resto del mondo, vive nel 2012. Ricordare, perché nessuno ha l’ardire di mettersi a fare lezioni. Ci mancherebbe. E oltretutto, ripeto per la terza volta, sono dati noti, ma ineludibili per costruire un altro 1970 in questo millennio che coinvolga tutti, nessuno escluso. Senza buttare a mare il futuro col passato e viceversa.

Nella vostra lettera vi dite pronti a scommettere sulla flessibilità, e auspicate un sistema di incentivi che premino i più bravi. La mia impressione è che in Italia ci sia ancora paura di una “competitività” sana, e per questo spesso ci si arrocchi in difesa. Cosa ne pensi?

Condivido questa impressione. E, ai miei occhi, ne abbiamo avuto dimostrazione nelle settimane scorse con le “minacce” di barricate delle varie professioni, che appena hanno sentito la parola “liberalizzazioni” hanno fatto capire che, se vogliono, sanno organizzarsi molto bene. Ma, anche qui, io credo che sia sbagliato distinguere in modo scientifico tra “buoni” e “cattivi”. Pure i professionisti hanno delle ragioni che li portano a difendere il loro “orticello” a causa di uno Stato che spesso è inefficiente, e che, quindi, non è forte fino in fondo, ancora, per chiedere e far affermare la “competitività sana” cui tu fai riferimento.

Ci sono diverse organizzazioni giovanili (sindacati studenteschi, la Rete dei precari) che non la pensano come voi. Pensi che le loro posizioni rispecchino quelle della maggior parte dei giovani italiani? O c’è una sorta di “maggioranza silenziosa” che finora è rimasta fuori dal dibattito?

Tra le varie controrisposte che mi sono letto per educazione, mi pare che molte, a prescindere dal sarcasmo rintracciabile in esse, ponevano l’attenzione sui redditi dei genitori di chi aveva firmato la lettera, sul fatto che saremmo figli di nababbi che andiamo in discoteca di notte. Un argomento più rilevante, secondo me, è invece quello secondo cui chi ha firmato questa lettera quasi sicuramente non punterà mai “il dito contro il 20% della popolazione italiana che detiene l’80% della ricchezza”. Non faccio il processo alle intenzioni né degli altri firmatari, né di chi ha controrisposto. Parlo per me. Io da sempre ho stampata in testa una frase di Olof Palme: “Noi democratici non siamo contro la ricchezza ma contro la povertà Per noi la ricchezza non è una colpa da espiare ma un legittimo obiettivo da perseguire”. Detto questo (che tra l’altro un mese fa ho provato a spiegare qui a parole mie http://qdrmagazine.it/2012/1/10/43_carpita.aspx), io non sono per nulla contrario ad una tassazione che vada a ledere interessi dei cosiddetti ricchi. Anzi. Oltretutto la mia famiglia (due persone che lavorano e io che da gennaio 2012 sono di nuovo solo studente e non più pure precario) dichiara meno di 70mila euro l’anno. Non soffriamo la fame, ma non abbiamo due, tre o più case, nemmeno dentro l’anello ferroviario di Roma. Non voglio andare a fare i conti in tasca a nessun altro. Per quanto riguarda la rappresentanza, è evidente che i firmatari della lettera non sono esponenti di nessuna organizzazione di partito o studentesca. Parlano a titolo personale. Invece, ovviamente, i sindacati studenteschi avranno tesserati e fanno congressi, e quindi rappresentano molti giovani. Se poi la maggioranza silenziosa, tra cui qualche mail di condivisione della lettera che mi è giunta tra ieri e oggi, è numericamente superiore a quella di chi si sente rappresentato dai sindacati studenteschi, questo non lo so.

Avete scritto che i partiti e i sindacati hanno agito per la conservazione dimenticandosi di tutelare davvero le giovani generazioni, che però secondo voi hanno più che altro subito passivamente, finora. Un problema di mancanza di consapevolezza? Una volta si sarebbe detto “mancanza di coscienza di classe”.

Sì, “mancanza di coscienza di classe” mi pare appropriato e non troppo forzato. Questa mancanza, a mio avviso, è causata da molti fattori, ma si tratta di un’altra storia. Sta di fatto, però, che al tavolo, dove si sta facendo in questi giorni la riforma del mercato del lavoro, i giovani non sono rappresentati. O comunque non sono rappresentati con la stessa forza, diciamo così. Al tavolo c’è il governo e ci sono le parti sociali. Tale mancanza di rappresentazione è in parte “colpa” pure nostra, non ce lo nascondiamo. Non riusciamo ad organizzarci per essere incisivi, mentre i sindacati hanno milioni di tessere di pensionati e pensionandi che, legittimamente e giustamente, devono difendere. Questo era l’elemento principale che volevamo sottolineare.

Questo governo finora gode di indici di popolarità piuttosto alti. E dice di voler arrivare ad una riforma del lavoro anche senza accordo con le parti sociali. Secondo te sarebbe una cosa giusta?

Io penso che questo Governo abbia il dovere di fare qualcosa, e in fretta, per superare i conservatorismi che hanno sempre ostacolato i processi di riforma. Detto questo, però, penso che lo stesso Governo abbia il dovere di creare consenso sui suoi provvedimenti. Questo non potrà che facilitare il suo compito.

 

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti