Lavori di serie A e di serie B

di Emanuela Marchiafava.

French Chefs Shannon College di Féasta Bia

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“Anteporre una buona scuola professionale a una mediocre e tardiva laurea, come ha fatto il viceministro Martone, significa affrontare un tabù” ecco l’attacco di un’ “Amaca” di Michele Serra che ha scatenato vivaci discussioni in rete.

L’orientamento verso la formazione professionale è vissuto come una prospettiva residuale rispetto ai corsi d’istruzione secondaria superiore. Hai molte più probabilità che ti consiglino d’iscriverti lì se non hai propensione per le materie “classiche” o, peggio, se sei figlio di immigrati, senza alcuna valutazione delle tue vere inclinazioni, quando invece è fondamentale indirizzare i giovani verso un percorso formativo sensato. Che significa: non intraprendere un corso di laurea che non ti consenta poi di trovare un impiego adeguato al titolo di studio conseguito.

Non si sta riducendo il discorso all’ovvietà che è meglio essere un bravo artigiano con tanto lavoro che un laureato precario, però esprimere concetti ovvi non significa che siano fasulli, anzi spesso un’ovvietà corrisponde alla verità dei concetti che enuncia.  Il focus invece è considerare l’orientamento come un asset strategico, senza partire dall’idea che occorra indirizzare tutti verso l’università, nei cui confronti peraltro c’è molto astio.

A voler ben vedere, si ammazza la meritocrazia nella culla proprio non curando l’orientamento nella scuola secondaria di primo e di secondo grado: se non si formano i ragazzi secondo i loro talenti, avremo poi meno “bravi” fra cui selezionare in ciascun ambito professionale. Senza considerare che dovrebbe essere un dovere della scuola primaria e secondaria indirizzare i giovani verso un percorso conforme alle loro inclinazioni, ai loro talenti ed alla loro voglia di studiare e una responsabilità cosciente quella dirigere gli sforzi (e spesso anche i sacrifici) delle  famiglie verso un’occupazione che abbia un mercato.

Prendiamo ad esempio alcuni dati emersi da una ricerca sull’orientamento alla formazione professionale dei giovani stranieri in Italia (e già sulla definizione di stranieri ci sarebbe da ridire, visto che molti di loro sono nati in Italia, un paese che dovrebbe far suo il criterio dello jus soli per riconoscere loro il diritto di cittadinanza), dati molto interessanti se li si considera anche alla luce del fatto che essi non incontrano più difficoltà dei loro coetanei italiani nel trovare lavoro dopo la formazione di base.

La presenza di questi ragazzi segna il passaggio dall’immigrazione da lavoro all’immigrazione da popolamento e mette alla prova il nostro modo di costruire appartenenza e legame sociale. Dei circa 800.000 minori presenti a fine 2009, due terzi sono nati in Italia; in Lombardia, ormai, un nuovo nato su quattro (ossia il 25%) è straniero.

I figli ereditano purtroppo la condizione d’immigrati dai loro genitori anche se non lo sono e con loro condividono forme di discriminazione socio-professionale, che fanno registrare scarse opportunità di mobilità inter-generazionale.

La ricerca conferma inoltre come le attività di orientamento indirizzano da una parte i giovani stranieri alla formazione professionale senza badare alle loro effettive inclinazioni, mentre dall’altra la maggioranza dei loro coetanei italiani verso cicli di studio tradizionali.

Eppure, anche in questo contesto, l’universo dei giovani stranieri non è omogeneo, e si può anzi suddividere in tre macro-aree: c’è la galassia dei giovani di “BASSO PROFILO” provenienti dall’America latina, età media 17/18 anni, che frequentano istituti professionali e centri di formazione professionale (25%). Poi c’è il gruppo “ACQUISITIVO REALISTICO” originario dell’Asia,  età media 14/15 anni  che studiano negli istituti tecnici e in quelli professionali (34%). Infine l’area “ACQUISITIVA ESPLORATIVA”, proveniente dall’Est Europa (Albania), costituito in prevalenza da femmine che frequentano licei e istituti tecnici (41%). La propensione alla mobilità geografica e sociale cresce marcatamente dal primo al terzo gruppo, un dato di assoluto rilievo.

E’ profondamente sbagliato considerare le scuole professionali come scuole per poveri, scuole “facili” in cui non si studia, dove rimediare alla buona la preparazione per un mestiere che non si sceglie davvero. Così facendo, si formano ragazzi che da adulti considereranno il loro lavoro solo come una fonte di sostentamento materiale in una società dove l’ingegno non condiviso non porta frutti per la collettività. Pensiamo ad esempio all’assurdo di investire anni e risorse per formare operatori italiani per l’export che imparino a parlare il cinese o il russo quando abbiamo già la seconda generazione figlia di immigrati che è naturalmente bilingue.

Dalla discussione stimolata in rete dall’Amaca di Serra, è emersa però una contrapposizione che non dovrebbe esistere: quella tra formazione professionale e quella universitaria. Dedicarsi anche alla prima non significa spostare il punto, bensì “unire i puntini”.  Certo, non dobbiamo focalizzare il problema in un’ottica regressista, come se la crisi occupazionale dell’Italia si risolvesse abbassando le qualifiche dei lavoratori e non elevando quelle richieste dal sistema produttivo.

L’economia della conoscenza non è una pura teoria accademica, ma il modo specifico di produzione delle società post-industriali. E va da sé che, essendo economia, non produce affatto prodotti senza mercato ma prodotti che rispondono a una domanda ben precisa, che reclama beni ad alto contenuto tecnologico proprio in quanto è economia dell’innovazione e richiede il contributo appassionato di laureati preparati, di tecnici competenti ed aggiornati, di forza-lavoro moderna e istruita.

L’innovazione e l’economia della conoscenza sono perni attorno a cui far ruotare il futuro economico del nostro paese, quando serviranno non solo ingegneri ma anche ottimi tecnici che realizzino qui, nelle aziende italiane, i prodotti e i servizi innovativi ideati dai primi.

Il sistema dell’istruzione e della formazione di un paese deve quindi pre-occuparsi sia di produrre artigiani, camerieri, meccanici che figure professionali legate all’economia della conoscenza, in un’ottica di integrazione e non di contrapposizione.

La complementarietà dei due ambiti consente quindi di non svalutare il lavoro manuale, anche quando si sottolinea che il numero di laureati in Italia è così basso rispetto alla media europea che di questo passo, tra qualche anno, le aziende non disporranno delle forze e delle competenze necessarie per fare ciò che altrove si sta già facendo oggi: prodotti tecnologici avanzati o d’eccellenza, anche al livello diffuso delle pmi.

Il fantasma che si nasconde nelle discussioni sterili tra chi si ostina a contrapporre i due ambiti è, in realtà, la dignità. La nostra società post-tutto divide ancora i lavori in professioni di serie A –da rincorrere a tutti i costi- e mestieri di serie B – da evitare a ogni prezzo. E tra chi si contrappone nelle polemiche emerge la svalutazione delle professionalità altrui: il lavoro degli altri serve a poco o niente: se sei un tecnico operativo giudichi i ricercatori dei pelandroni, se sei un ricercatore pensi che il contributo qualitativo degli esecutivi sia minimo. Nessuno percepisce e si percepisce nella filiera studio – ricerca- sperimentazione – innovazione – produzione – commercializzazione – utilizzo.

A volte seguire il proprio talento (che magari significa fare il manutentore e non il ricercatore) porta ad essere più felici e anche più utili al proprio paese. Il “diritto alla felicità” è anche questo.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

1 Commento

  1. Maria

    Non esisteranno lavori di seria A e di serie B quando non ci saranno cittadini di serie A e cittadini di serie B, quando “i più capaci e meritevoli” potranno accedere ai più alti gradi di istruzione. Oggi la collocazione della famiglia di origine nella scala sociale è determinante nella scelta della scuola dei figli come lo era 50 anni fa. Mentre l’intelligenza e la capacità di metterla a frutto è distribuita equamente tra ricchi e poveri, la possibilità di avere un lavoro proporzionato alle proprie capacità intellettuali è a favore di chi ha mezzi economici. Come logica conseguenza i posti di comando sono occupati da chi proviene da una classe sociale alta che non ha nessun interesse a una ridistribuzione della ricchezza e a fornire la possibilità di accedervi ad altri attraverso il lavoro. L’ambiguità dell’argomento di questa discussione si basa sul fatto che esiste un’apparente libertà di scelta – per esempio non esistono barriere fisiche che impediscano ai più poveri di andare al liceo o all’università – ma vi sono una serie di meccanismi che di fatto tagliano fuori una fetta consistente della popolazione dalla possibilità di efffettuare una scelta libera del proprio futuro.

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