La politica economica della riforma del mercato del lavoro

di Clemente Pignatti.

"Sciopero Generale a Cagliari" di Cristiano Cani

Il dibattito che in queste settimane si sta sviluppando intorno alle proposte di riforma del mercato del lavoro rischia di mancare le questioni politiche ed economiche più rilevanti. Il governo tende a semplificare la complessità economica di una manovra che è presentata come puramente “tecnica”, ma che in realtà comporterebbe (legittimamente) dei vantaggi per alcuni e dei costi per altri degli attori coinvolti. I partiti e le forze sociali d’altra parte tentano di distorcere il dibattito economico in modo da non affrontare le questioni politiche più spinose e non sostenere posizioni evidentemente giudicate impopolari. Le diverse ipotesi di riforma sono già state dettagliatamente presentate su iMille. Nella sostanza, l’obiettivo è quello di introdurre un contratto unico a tempo indeterminato e garanzie crescenti. Questa nuova tipologia contrattuale si dovrebbe applicare a tutti i nuovi rapporti di lavoro e sostituire la moltitudine di contratti atipici attualmente presenti. La necessità della riforma deriva dalle differenze di protezione legislativa, stabilità occupazionale e trattamento salariale che sono emerse tra nuove e vecchie generazioni di lavoratori nel corso degli ultimi venti anni. Questa asimmetria si è aggravata ulteriormente durante la recente crisi economica, i cui effetti in termini occupazionali sono stati sproporzionalmente subiti dai giovani lavoratori. Davanti alla necessità di licenziare, le imprese hanno scelto di iniziare dai giovani con minore protezione legislativa e più bassi costi di licenziamento. I dati Eurostat confermano che dal 2008 al 2010 il 54% dei licenziamenti avvenuti in Italia ha riguardato lavoratori a tempo determinato, malgrado questi rappresentino soltanto il 13% della forza lavoro totale. Questa segmentazione del mercato del lavoro sta avendo effetti di lungo termine sulla competitività e le capacità di crescita dell’economia Italiana. Giovani scoraggiati ritengono l’investimento nella loro formazione inutile (usando le immagini di un bel film di Paolo Virzì: perché laurearsi per andare a lavorare in un call-center?) e decidono di entrare nel mercato del lavoro senza un titolo di studio universitario. Allo stesso tempo, le imprese hanno scarso interesse ad investire nella formazione professionale di giovani che dopo poco non avrebbero le risorse per assumere. Anche in questo caso, i dati Eurostat dimostrano come solamente il 14% dei contratti a tempo determinato in Italia abbia contenuto formativo, contro una media Europea di oltre il 50%. Il contratto unico metterebbe fine all’abuso di contratti atipici per puri vantaggi fiscali e presenterebbe ai nuovi lavoratori una prospettiva stabile d’impiego. Allo stesso tempo, l’istituzione di un iniziale periodo di prova (fase d’inserimento), caratterizzata da minori costi di licenziamento, garantirebbe alle imprese la possibilità di sfruttare una certa flessibilità in ingresso, necessaria data l’iniziale asimmetria informativa sulle qualità del lavoratore. Buona parte del dibattito economico riconosce i potenziali vantaggi dell’introduzione del contratto unico e proposte simili a quella appena discussa sono state avanzate da economisti in altri Paesi Europei (Bentolila e Dolado in Spagna, Blanchard in Francia). Si è anche giustamente posto l’accento sul fatto che si tratterebbe di una “riforma a costo zero” e quindi perfettamente attuabile anche in un momento d’austerità economica. Rimane un dubbio da chiarire. Cosa giustifica la tiepida accoglienza o la malcelata opposizione da parte di molti attori politici (partiti e forze sociali) coinvolti nella trattativa? Una semplice analisi economica può spiegare l’opposizione della CGIL (che ha definito il contratto unico “un inganno”) e la timidezza della maggioranza del Partito Democratico. Anche nella versione di Boeri e Garibaldi che non propone una modifica dell’Articolo 18, l’introduzione del contratto unico finirebbe infatti per danneggiare la posizione relativa dei già assunti all’interno del mercato del lavoro. In termini assoluti, le garanzie di questa categoria di lavoratori in caso di licenziamento non sarebbero intaccate. L’innalzamento dei diritti per i neo-assunti diminuirebbe però la differenza di protezione legislativa tra le due categorie di lavoratori. I dati presentati in precedenza dimostrano come nella recente crisi economica i lavoratori atipici abbiano rappresentato una sorta di “garanzia” contro il licenziamento per i lavoratori a tempo indeterminato. Con il contratto unico, i costi di licenziamento delle due categorie di lavoratori si avvicinerebbero e le imprese risponderebbero a diminuzioni della produzione con un rapporto più equilibrato fra licenziamenti di “nuovi” e “vecchi“ lavoratori. Questo è un aspetto spesso taciuto ma rilevante, specialmente perché i lavoratori più anziani patiscono di più il peso psicologico della disoccupazione e faticano maggiormente a trovare un nuovo lavoro. Una seconda considerazione economica si può invece ricollegare all’opposizione alla riforma da parte di Confindustria e al generale disinteresse del centro-destra. Si ricorda spesso che uno dei principali vantaggi dell’introduzione del contratto unico sarebbe il suo essere “a costo zero” per le casse dello Stato. Questo non vuol dire però che la riforma non presenterebbe costi economici in assoluto. In particolare, le imprese dovrebbero estendere anche ai nuovi assunti i diritti di maternità, malattia e ferie e garantire loro sussidi di disoccupazione proporzionali al tempo d’impiego in impresa. Se nessuno dibatte la necessità politica di questa estensione di diritti, è tuttavia importante ragionare sulle risorse economiche necessarie per attuarla. In particolare, sarebbe rischioso che l’onere ricadesse interamente sulle imprese senza alcuna forma di compensazione. In una fase di ripresa economica, queste devono riguadagnare competitività in ambito Europeo e tornare a crescere. La questione è centrale, perché se la segmentazione del mercato del lavoro è una delle cause della crisi occupazionale delle giovani generazioni, l’altra è sicuramente la stagnazione economica e la mancata creazione di posti di lavoro dell’ultimo decennio. Ci sono quindi delle delicate decisioni da prendere, che è bene vengano esplicitate nel dibattito politico. Davanti a queste, i partiti e le forze sociali di ogni schieramento dovrebbero avere il coraggio di presentare una visione complessa ma unitaria della società Italiana. La contrapposizione che si propone fra persone e categorie diversamente fragili (fino all’assurda tesi dei figli che rubano diritti ai padri) è solo conseguenza dell’incapacità della politica di ricomporre unitariamente il quadro di questa società. Manca una riflessione di merito che contestualizzi il dibattito attuale nella recente storia della politica economica Italiana e proponga un progetto coerente e competitivo per il suo sviluppo. Bisognerebbe avere la forza politica di riconoscere come negli ultimi venti anni le giovani generazioni abbiano subito il peso principale di una situazione fiscale insostenibile e dell’assenza di crescita economica. Si è così deciso di rimandare le loro pensioni, flessibilizzare il loro lavoro e tagliare le loro garanzie assistenziali. Questo non è bastato per far ripartire l’economia, ma è stato sufficiente per creare un divario intergenerazionale di diritti ed opportunità. Dei risultati di queste politiche bisogna però ora dare risposte e proporre soluzioni a un’intera generazione. Si preferisce invece perpetuare un processo di inversione di responsabilità che porta a definire i giovani la vera classe conservatrice della società, in cerca solamente di un posto fisso (magari raccomandato) accanto ai genitori. Si finisce nel paradosso di definire “bamboccione” chi ha un lavoro precario, chi un lavoro non lo ha proprio e chi un lavoro lo dovrà avere fino a 70 anni per poter andare in pensione. Chi, in sostanza, porta il peso delle scelte politiche di una classe dirigente, questa si, veramente conservatrice.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

2 Commenti

  1. uqbal

    Grazie, grazie, grazie per questo articolo!

  2. Alan Marazzi Alan Marazzi

    Anche i vecchi votano, e sono taaaaaaaaaaaanti….Bersani ha vinto le primarie col voto dei pensionati, sarà crudele, ma prima o poi dovranno pure morire….

Lascia un commento

Subscribe without commenting