La lunga primavera della Siria

di Alan Marazzi.

"Un sostenitore di Assad" by Alessandra Kocman

6.000 morti, 30.000 prigionieri e decine di migliaia di feriti. Ogni giorno che passa sempre più siriani rimpolpano queste fredde cifre, che ci comunicano poco sullo stillicidio che continua da quasi un anno. Ormai ci giungono distanti i bollettini giornalieri di una primavera araba presto trasformatasi in un bagno di sangue: 16 morti a Homs, 6 a Damasco, 60 in tutta la Siria, etc. Intanto la comunità internazionale continua ad osservare distratta portando avanti l’idea che “il problema non è se cadrà Assad, ma quando”.

Tutto iniziò a Marzo 2011 - L’onda lunga della primavera araba colpì anche la Siria: i sunniti, che costituiscono il 70% della popolazione siriana, scesero in piazza per chiedere delle riforme. Volevano più libertà e delle elezioni libere, quindi niente regime change come invece era stato chiesto nelle altre dittature medio-orientali. Una tornata elettorale libera, per Assad, sarebbe stata la fine poiché egli stesso e tutta la testa dell’esercito è alauita, una setta sciita, che si trova in netta minoranza all’interno del paese (16%), pertanto le elezioni avrebbero significato sconfitta certa per il partito Baath ora al governo.

L’escalation di violenza, che è arrivata a portare i carri armati dell’esercito nel cuore delle città, è stata generata da una situazione abbastanza unica: gli alauiti sono una setta sciita segreta, ovvero non accettano convertiti o perseguitati, non permettono la pubblicazione dei loro testi sacri e si sono sempre rifugiati nelle zone montagnose della Siria. Le persecuzioni nei loro confronti arrivano almeno fino alla metà degli anni ’70, quando l’Imam libanese sciita li riconobbe come veri musulmani. Tutto questo è molto importante perché una volta raggiunto il potere grazie al totale controllo del partito di governo Baath, non hanno certo intenzione di tornare ad essere perseguitati come in passato.

Chi controlla lo stato? – Spesso capita di imputare tutte le decisioni prese in Siria al suo capo di governo, ma in realtà Assad non ha molta libertà di movimento. Gli alauiti lo proteggeranno fino alla morte, e non permetterebbero mai che il dittatore lasci il potere, anche contro la sua volontà. L’appoggio ad Assad arriva anche dai cristiani, dai drusi (rispettivamente 10% e 4% del totale) e dalla classe medio-borghese che teme di poter perdere il proprio status se dovesse avvenire un cambio di regime. Le minoranze si sono aggrappate allo status quo e vedono le proteste, fino a qualche mese fa completamente pacifiche, come una minaccia alla propria sicurezza.

Le forze in campo non sono omogenee, infatti l’opposizione al regime è spezzettata in vari componenti: da una parte troviamo una componente della popolazione che nonostante tutto continua a manifestare pacificamente, dall’altra c’è una serie di sezioni armate. Il Syrian National Council (SNC) situato ad Istanbul è probabilmente la componente più autorevole a livello internazionale dell’opposizione siriana, ma non è lo stesso per i rivoltosi veri e propri. Infatti dopo essersi mostrata a favore di un intervento internazionale, ha siglato un accordo con il National Coordination Body for Democratic Change, un’associazione contro l’intervento esterno e che secondo molti è in realtà filo-regime.

Il Free Syrian Army è formato soprattutto da volontari, ma non ha praticamente nessun legame con il SNC, ed ha infatti attivato un comando proprio allegandogli una serie di legami diplomatici indipendenti. L’esercito di liberazione è piccolo, disorganizzato e totalmente sunnitico, e fino ad ora non è riuscito a prendere il controllo delle varie bande armate che scorrazzano per il paese incontrollate. Queste brigate sono molto piccole, al massimo un centinaio di uomini, e non sono legate fra loro. Una situazione piuttosto complessa, che rischia di sfociare in una vera e propria guerra settaria se non si decide di intervenire.

La Lega Araba ha inviato a fine Dicembre 15 osservatori, presto diventati 153, con il compito di capire cosa stesse succedendo veramente in Siria. Inutile dire che hanno fallito il loro compito, e infatti sono stati ritirati, ma hanno anche dimostrato che un classico intervento d’interposizione nonviolento sarebbe inutile. La base della mediazione non violenta è proprio l’interposizione di un soggetto terzo all’interno di un conflitto, ma il regime non si è fatto alcuno scrupolo di sorta e anzi ha sferrato un contrattacco sulla popolazione ancora più violento del solito.

Responsibility to protect (RtoP) – Nel 2005 al United Nations World Summit fu presa la decisione che la comunità internazionale ha la responsibilità di proteggere le popolazioni colpite da crimini di guerra, genocidi, crimini contro l’umanità e pulizia etnica. Fu un enorme passo avanti, poiché fino a quel momento il diritto internazionale sosteneva l’inviolabilità degli attori statuali per cause interne. In sostanza, se la pulizia etnica avveniva all’interno di uno stato senza sconfinare, la materia per un possibile intervento militare o no era alquanto oscura. In Siria ci sono sicuramente gli estremi per poter intervenire, anzi secondo la RtoP abbiamo il dovere morale di intervenire in difesa dei civili siriani.

Le possibilità di intervento possono essere molteplici: si va dalla creazione di un cordone umanitario al confine con la Turchia, ad un intervento militare vero e proprio “boots on ground”. Ad opinione di molti non è ancora arrivato il momento di intervenire a causa della frammentazione dell’opposizione e dei rischi geopolitici. Già perché prima della primavera araba ci si aspettava l’esplosione di un nuovo conflitto in Libano, la cui situazione è molto simile a quella siriana, ma grazie allo spauracchio confinante per ora sta reggendo lo status quo. Bisogna aggiungere che il partito Baath controlla anche il Libano, e che quindi una sua eventuale caduta lo farebbe precipitare rapidamente nel caos. Una “no-fly zone” sullo schema libico sarebbe inutile e forse controproducente, l’esercito siriano non ha aerei in volo, per il momento, e la Siria è molto più urbanizzata della Libia, dove si potevano spostare comodamente i combattimenti nel deserto.

La Turchia è l’attore principale – Per creare un cordone umanitario, o per promuovere un intervento “boots on ground” è necessario l’impegno turco. Infatti solo grazie all’aiuto dell’esercito turco, che conosce molto bene le zone in cui si dovrebbe operare, una missione potrebbe avere successo. Però la Turchia potrebbe avere grossi problemi con il PKK, infatti i ribelli curdi hanno già manifestato il proprio appoggio al regime siriano, e in caso di intervento armato potrebbero attaccare lo stato turco dall’interno. Per non parlare del fatto che la Siria si ritroverebbe a fare di tutto per coinvolgere Israele nel conflitto e trascinandosi così dietro anche Iran e Iraq.

Intervento o non intervento? - In realtà dubito che la Siria abbia la capacità di trascinare un conflitto vero e proprio molto a lungo, e secondo alcune fonti i rivoltosi sono già alle porte di Damasco. La realtà dei fatti è che Assad, conscio delle possibili complicazioni di un intervento internazionale, ha praticamente mano libera all’interno dello stato siriano e forte dell’appoggio di Russia e Cina, che vetano qualsiasi risoluzione del Consiglio di Sicurezza, potrà andare avanti così ancora per molto tempo. I veti si possono però aggirare ricorrendo all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che può approvare risoluzioni riguardanti l’uso della forza a consenso, quindi a larghissima maggioranza. Il vero problema è il rischio che una volta destituito Assad la guerra settaria continui, poiché il partito rimarrebbe al suo posto e l’esercito sarebbe sempre controllato da alauiti. Quindi la missione dovrebbe essere quella di gestire anche la transizione democratica, e al momento non ci sono molti attori internazionali interessati ad un conflitto che si potrebbe protrarre molto a lungo.

In conclusione la RtoP vale solo se è certo il successo dell’intervento e se la situazione non è troppo complessa, come dire che tutto è rimasto come prima. I siriani continueranno a morire per la libertà, il conflitto vero e proprio diventa sempre più inevitabile e a nessuno sembra interessare. Eppure dopo il Rwanda, la Cambogia, l’ex Yugoslavia, il Darfur e lo sterminio nazista si era detto: “Never again”, ma la Siria rischia di finire a breve nella lista dei “mai più” se non si decide di intervenire e di farlo in fretta.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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