La finta bambagia e il diritto alla dignità per una generazione precaria a tempo indeterminato

di Michele Orezzi.

 

Ai lettori del Corriere della Sera ieri mattina è capitato di leggere, a pagina 9, una lettera di 19 ventenni. I ragazzi, nel testo, si esprimono sulla riforma del mercato del lavoro collegandola, giustamente, ai problemi dei giovani italiani.

Ma cosa dice, nel dettaglio, questa lettera? Una sintesi con i soli passaggi chiave potrebbe essere questa:
Siamo 19 giovani che viviamo nelle incertezze del futuro, del lavoro precario e della disoccupazione. Vediamo di buon occhio la riforma del mercato del lavoro che deve avere l’obiettivo di “tutelare un po’ di più chi è meno tutelato e tutelare un po’ di meno chi è già tutelato”. La voce della nostra generazione non è rappresentata mai anche per “nostre comprovate responsabilità”. “Abbiamo forti speranze e notevole fiducia nel Governo Monti” e crediamo che sia il momento di “osare con le riforme”. Non poniamo ostacoli verso licenziamenti per motivi economici e organizzativi, crediamo che si debba valutare merito, creatività e talento.
C’è bisogno di una riforma culturale che tolga ai nostri padri la bambagia delle tutele così da evitare il “dispetto generazionale” che ci ha penalizzato fino a questo momento e che li rende, nei fatti, dei privilegiati. Bisogna finirla con “l’egoismo dei protetti e l’ingordigia dei privilegiati”. “Scommettiamo senza indugio nella flessibilità”, e ridistribuiamo le tutele a tutti: “Fate presto, vi scongiuriamo!”. Vogliamo che il Governo “rimuova gli ostacoli di ordine economico e sociale che hanno finito per creare l’attuale regime di apartheid occupazionale fra protetti e non protetti”.

In questo un gran miscuglio di dati di fatto, lusinghe all’esecutivo Monti e linee d’indirizzo sulla discussione in atto tra governo e parti sociali, alcuni spunti condivisibili la lettera li evidenzia. Per esempio, chiedere al Governo di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale oppure la richiesta di valutare merito, creatività e talento (speriamo, ovviamente, dopo aver rimosso in precedenza gli ostacoli economici e sociali). Queste, sono sicuramente priorità di cui l’Italia avrebbe assolutamente bisogno, soprattutto nell’istruzione pubblica che, ormai, ha ostacoli sociali disseminati in tutto il percorso formativo tra scuola e università e che stanno affossando una qualsiasi mobilità sociale italiana. Ovviamente, la mancanza di queste opportunità si riflette in maniera identica nell’approccio verso il mondo del lavoro, partendo dai concorsi dove troppo spesso- purtroppo- regnano raccomandazioni e spintarelle.

Di sicuro, bisogna ripartire con un mondo dell’istruzione supportato da strumenti che garantiscano veramente il diritto allo studio e che possano essere la leva per scardinare le differenze sociali nel nostro Paese, rilegato per ora, ad essere l’ultimo in Europa per mobilità sociale. Solo allora libereremo veramente il talento e la creatività dei nostri giovani.

Rispetto a tutta l’impostazione propositiva sulla riforma del mercato del lavoro, però, le perplessità sono moltissime.

E’ indubbio che l’Italia abbia un’intera generazione bloccata. Di fatto il nostro Paese regala alla sua generazione più istruita della storia, un presente intrappolato dalla disoccupazione giovanile e dalla precarietà. Mancanza di lavoro, di diritti quando c’è, di prospettive di vita e il più della volte di uno stipendio che non sia confinato al rimborso spese, trasformano la quotidianità in angoscia per il futuro.

Fino a qualche anno fa eravamo chiamati la “generazione mille euro” ora avrebbe più senso chiamarci “generazione stage gratuito” o “generazione precaria a tempo indeterminato”, perché i salari all’ingresso del mondo del lavoro sono lontanissimi da quei “mille” con cui ci avevano etichettato qualche anno fa.
Ma il problema più grosso non è bensì l’ingresso nel mercato del lavoro ma è il prodigarsi di questa condizione, fino a creare dei cupi tunnel temporali lunghi anni, dove la frustrazione per una condizione flessibile si trasforma in un precariato a vita, senza avere la possibilità di costruirsi una famiglia con le proprie risorse economiche e il non aver da soli la possibilità di poter accedere ad un mutuo, se non con l’aiuto della famiglia: l’unico vero sistema di welfare di supporto rimasto alla nostra generazione.

Siamo sicuri che, con questa realtà ad aspettarci alla fine degli studi e per lunghi anni nel mondo del lavoro, quello da richiedere ora al governo sia estendere, ulteriormente, la flessibilità? E perché andare ad intaccare i diritti sul lavoro dei componenti delle nostre famiglie di provenienza? Ma prima di tutto, siamo sicuri che in Italia il mercato del lavoro non sia flessibile?

Rapporti subordinati, rapporti parasubordinati, rapporti di lavoro autonomo, rapporti speciali. Queste sono le quattro categorie che racchiudono tutte le tipologie di contratto vigenti nel nostro Paese. E la domanda che sorge spontanea, visto il vibrante dibattito sulla riforma del mercato del lavoro è: ma quante diverse tipologie di contratto di lavoro si possono fare in Italia? La risposta, per molti sorprendente, è 46. Quarantasei: una larga scelta al datore di lavoro. Allora perché, nella lettera dei giovani, vieni richiesto di estendere ancora la precarietà? Perché non porre il problema della mancanza di diritti per quello che è, senza confondere in maniera impacciata, un diritto con un privilegio? Quanti nostri genitori vivono nell’agio della bambagia tanto decantata nelle lettera dei 19 giovani? Perché utilizzare proprio queste parole? L’impressione è che se si sia voluto esagerare per tirare un po’ l’acqua al mulino del Governo stigmatizzando il lavoro a tempo indeterminato come un privilegio e l’articolo 18 come un problema da risolvere durante la trattativa. Anche perché, se la riforma vuole essere una cura per il Paese, che senso ha dire che la soluzione è l’estendersi della malattia del precariato in modo che tutti ne siano contagiati? Questa, non è certamente una cura. Anzi. Come del resto il pensare di poter “licenziare senza giusta causa”: quale panacea può portare alla nostra generazione, se non qualche sopruso in più ai nostri genitori sul posto di lavoro?

Si superi una volta per tutte l’idea di dover mettere contro garantiti e non garantiti, padri contro figli, nipoti contro nonni. Se quello che chiediamo a quel tavolo è una cura per la mancanza di lavoro e di diritti, si facciano proposte che vadano in quella direzione, soprattutto per il bene di noi giovani. E se come dice la lettera dei 19 in questa trattativa “la nostra generazione debba osare nel chiedere”, allora facciamolo.
Chiediamo che il lavoro precario debba costare un po’ di più rispetto al lavoro a tempo indeterminato in modo che non sia più l’estensione del precariato a tempo indeterminato. Chiediamo che i diritti dei nostri padri, e dei nostri nonni, non siano ridistribuiti su di noi, ma che possano essere estesi anche alla nostra generazione. Chiediamo che gli ammortizzatori sociali non siano riformati da capo, ma siano estesi in modo da garantire la continuità di reddito anche per chi perde il lavoro, di qualsiasi natura fosse, ma che intenda trovarne uno quanto prima, senza chiedergli nel frattempo, di dover rinunciare a vivere.

Chiediamo a c’è chi governa, magari con meno reverenza, di smetterla di parlare sempre dell’importanza della famiglia e, per una volta, di fare qualcosa di concreto che possa aiutare i giovani a costruirsene una, con le sole proprie forze, senza appoggiarsi alla propria famiglia d’origine.

Perché è anche da queste cose, soprattutto dal lavoro e dai diritti che hai, che la condizione di un’intera giovane generazione riacquista dignità. Dignità indispensabile per uscire dal vortice della precarietà e poter finalmente pensare di fare un progetto di vita a medio-lungo termine. “Dignità” che è una parola assai diversa rispetto alle parole “privilegio”, o peggio, “bambagia”.

 

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

4 Commenti

  1. Bello, e condivisibile.

    I 19 parevano quasi un po’ prezzolati. Diciamo sobriamente invitati a esprimersi da Via Solferino…
    ;)

  2. Roberto M

    Sono perfettamente d’accordo: noi non siamo contro la stabilità, noi siamo contro la precarietà.
    Quelli che attaccano l’articolo 18 non sono a favore dei giovani, sono contro i vecchi.

  3. uqbal

    Orezzi

    Il suo articolo è veramente pessimo. Travisa e distorce senza ritegno. Come fa a dire che nella lettera si auspicano licenziamenti senza giusta causa? Non le sembra malafede, questa, da parte sua?
    Questo depone assai a sfavore della sua onestà intellettuale.

    Facciamo un esempio. In una azienda di 20 lavoratori (16 t.i. e 4 t.d.) c’è un calo delle commesse. La produzione cala, serve meno manodopera. Due se ne devono andare.

    Chi? Ovviamente i t.d., che non verranno riassunti, sic et simpliciter. A prescindere da quanto e come lavorino, da quanto tempo siano in azienda, dal loro stato familiare, da tutto.

    Allora sia chiaro che quando il sindacato si oppone a riforme che estendano il t.i. fondamentalmente fa questo ragionamento: se sono tutti a t.i., allora lo spettro della disoccupazione si estende da quei quattro predestinati anche agli altri.

    E siccome la solidarietà tra lavoratori ce la siamo fatta in brodo tanto tempo fa, non si cambia nulla. E intanto si è anche contro al salario minimo (che toglierebbe potere ai gestori dei CCNL), tanto per rendere le cose più gradevoli ai precari.

    E quei ragazzi hanno pienamente ragione a ritenersi non rappresentati, perché vien fatto di chiedersi quanto possa essere rappresentativa del mondo del lavoro la Camusso, il cui sindacato è per oltre il 50% composto da pensionati.

    Lei parla di sé come di un giovane. Beh, veda di farsi un serio esame di coscienza di classe.

    Guido Giuliani

    Uno che dà del prezzolato a chi non è d’accordo con lui è uno stalinista infame.

  4. Marxisim

    Dare dello stalinista a Giuliani è, purtroppo, come dare del trotzkista a Blair.

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