di Massimiliano Lincetto.
Nel 2007 l’UE ha stabilito gli obiettivi noti come 20-20-20 che, ricordiamo, consistono nel raggiungere entro il 2020 i seguenti parametri:
(1) 20% di riduzione delle emissioni di gas serra rispetto al 1990.
(2) 20% di energia prodotta da fonti rinnovabili.
(3) 20% di riduzione del consumo di energia primaria da ottenersi tramite aumento dell’efficienza.
Vediamo un po’ come si è comportata l’Italia e a che punto siamo rispetto al target prefissato. Il grafico che segue ritrae l’andamento delle emissioni tra il 1990 e il 2007:

Cosa notiamo? Notiamo che da metà degli anni ‘90 in poi l’andamento del monte emissioni mostra una crescita significativa, raggiunge un picco attorno al 2005 (con valori che superano di oltre il 10% il dato del 1990) per poi apparentemente invertire il trend. Vediamo ora il dato UE (fonte: rapporto della Commissione Europea sulle emissioni di gas serra):

Nello stesso periodo di riferimento il dato aggregato europeo mostra una tendenza decrescente e comunque si mantiene sempre al di sotto dei livelli del 1990. Fermandosi al 2007, l’Italia sembrerebbe a tutti gli effetti una pecora nera rispetto al resto del continente.
Nel biennio 2008-2009 però avviene qualcosa di significativo, come si può notare. Il rapporto della commissione europea registra una riduzione consistente delle emissioni, riconducibile a quattro fattori principali:
(1) riduzione nel consumo dovuto a produzione di energia elettrica e calore, in particolare in UK, Germania, Spagna e Italia (tot. 77 milioni di tonnellate di CO2)
(2) riduzione delle emissioni delle industrie manifatturiere (tot. 54 milioni di tonnellate di CO2) dovuta alla crisi economica
(3) riduzione delle emissioni delle industrie del ferro e dell’acciaio (tot. 42 milioni di tonnellate di CO2) dovuta a calo di produzione
(4) riduzione dei consumi domestici e del terzo settore (21 milioni di tonnellate) e riduzione del trasporto su gomma (21 milioni di tonnellate)
Il calo è significativo e coinvolge in maniera importante anche il nostro paese: nel biennio 2008-2009 l’Italia ha ridotto del 9,3% le emissioni attestandosi su -5,4% rispetto al 1990. L’Europa nel suo complesso ha registrato un calo del 7,1% nel biennio e del 17,4% rispetto al 1990.
La crisi economica ha giocato un ruolo fondamentale nel determinare il calo delle emissioni di gas serra, ma nello stesso periodo si è investito molto in fonti rinnovabili; viene quindi spontaneo chiedersi quanto abbiano effettivamente pesato quest’ultimi sul risultato. Per dare un termine di paragone, il PIL dell’UE è sceso di circa il 4% nel biennio 2008-2009, tre punti percentuali in meno rispetto al calo delle emissioni: il confronto è un po’ azzardato ma lascia intuire che c’è un effetto al di là di quanto indotto dalla crisi. Sarà interessante analizzare i dati del periodo 2010-2011, al momento non ancora disponibili, per valutare gli effetti della ripresa economica.
Ricordiamo ad ogni modo che, nella lotta alle emissioni su scala globale, gli sforzi della sola UE non bastano. È bene comunque non dimenticare il fatto che la riduzione delle emissioni di CO2 deriva da un minore uso di combustibili fossili, con conseguenti benefici per ambiente e sanità, oltre che in termini di minore dipendenza da tali fonti energetiche.
Ma a che punto è l’Italia nello sviluppo delle rinnovabili? I dati del GSE sono molto positivi: dal 2007 al 2010 la quota di rinnovabili è salita dal 16% al 20,1%. Ancor più interessanti saranno i dati del 2011, considerando che l’Italia ha raggiunto una potenza installata di fotovoltaico che si attesta intorno ai 12 GWp, il che colloca il nostro paese al secondo posto al mondo dopo la Germania. Se da una parte è vero che questi investimenti hanno un costo che viene pagato in bolletta dai consumatori, dall’altra sono molteplici i benefici per l’economia collegati allo sviluppo di questo settore e credo il bilancio sia decisamente positivo.
Ma veniamo all’eolico: cresciuto di circa un GWp nel 2011, rimane ben lontano dai tassi di crescita del fotovoltaico. Certo è una tecnologia su cui gli investimenti hanno dinamiche molto differenti, ma è importante che non venga trascurata e che ne vengano valutate approfonditamente le potenzialità di sviluppo sul territorio italiano, trattandosi di una delle fonti rinnovabili più economicamente convenienti. Rileviamo una nota positiva: il ministro dell’ambiente Clini ha espresso l’interesse del governo in questo senso, noi attendiamo fiduciosi.
Concludendo, l’Italia ha investito molto nelle rinnovabili, ma può e deve migliorare in modo da coniugare la ripresa economica con lo sviluppo delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, magari anche oltre l’obiettivo del 20-20-20. Lo sviluppo del settore eolico potrebbe essere il passo successivo su questo percorso che, con il fotovoltaico, abbiamo cominciato bene.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Interessante questo articolo anche se vi sono alcuni aspetti che, a mio parere, meriterebbero qualche ulteriore considerazione.
Primo fra tutti il fatto che la riduzione delle emissioni di CO2 non ha nulla a che fare e nessuna ripercussione sull’ambiente e sulla salute. Evocare questi stereotipi, vuol dire aderire in maniera forzante alle teorie dell’IPCC che sono tutt’altro che dimostrate o dimostrabili, essendo peraltro chiaramente emersa la loro manipolazione speculativa.
Ora, pochi sanno che l’Italia è il Paese che consuma meno energia ed ha un livello di emissioni di CO2 procapite significativamente inferiore a quanto risulta per i maggiori Paesi Ue con i quali necessariamente ci dobbiamo confrontare, con l’unica eccezione della Francia a causa della loro scelta di produrre l’elettricità con il Nucleare (78%).
Quindi ogni parallelo e confronto sulla dinamica dei dati dal 1990, qualora non si tenga conto di quanto sopra, può dare un’erronea impressione e perpetrare quella discriminazione e penalizzazione a danno dell’Italia derivata dal modo in cui si sono valutate e distribuite le quote di riduzione delle emissioni di CO2 con il B.S.A. (Burden Sharing Agreement), varato da Bruxelles nel 1998.
Per fornire qualche elemento di dettaglio utile a meglio valutare quanto sopra, trascrivo qui sotto un commento derivato da uno studio elaborato qualche anno fa, subito dopo il primo anno di applicazione dei precetti del Protocollo di Kyoto.
Q U O T E
“B.S.A.: dubbi e certezze”
Allo scopo di valutare l’impatto che l’applicazione del Protocollo di Kyoto ha avuto ed avrà per i Paesi Ue, la S.S.C. ha ritenuto utile fare il punto della situazione per mettere ordine nella comprensione dell’argomento e misurare quella che è la reale situazione italiana comparata a quella degli altri maggiori Paesi Ue.
Il B.S.A. “Burden Sharing Agreement” è l’accordo europeo varato nel 1998 per l’applicazione dell’impegno del Protocollo di Kyoto che prevede una riduzione del 5,2% delle emissioni di CO2 a livello globale.
L’Europa si è impegnata per un obiettivo superiore, pari all’8%. L’impegno avrebbe dovuto essere ripartito equamente nell’allora Europa a 15, assegnando ad ogni Paese un obiettivo di riduzione di CO2, che tenesse conto della realtà di ciascun Paese. All’Italia è stato assegnato un obiettivo di riduzione del -6,5% nel quinquennio 2008-2012 che, apparentemente, può sembrare un vantaggio rispetto al -8% della media europea. La Francia e la Finlandia hanno avuto obiettivo 0, poi ci sono Paesi che hanno avuto obiettivi di riduzione significativi, come ad esempio la Germania con -21% (perché con la caduta del Muro di Berlino, la Germania Ovest ha acquisito il mondo economico e produttivo obsoleto e malmesso della Germania Est), o la Gran Bretagna con -12,5%. Altri, invece, per ovviare al ritardo nel loro sviluppo industriale, hanno avuto possibilità di aumento delle emissioni.
Il primario obiettivo che si è posto la SSC con la elaborazione dello Studio è stato quello di analizzare questi tetti, conseguenti all’applicazione del Protocollo di Kyoto (caratterizzato inizialmente da una fase preventiva/preliminare per il periodo dal 2005 al 2007), tenuto peraltro conto che lo stesso prevede impegni vincolanti nel quinquennio 2008-2012.
L’indagine permette di comprendere le ragioni delle difficoltà che il nostro Paese ha incontrato, fin dal periodo breve 2005-2007, per rispettare l’obiettivo attribuitoci (-6,5%) e si trova, apparentemente, in una situazione di estrema difficoltà e distante dall’obiettivo, mentre altri Paesi sembrerebbero apparentemente molto più virtuosi e ben avviati in tale azione. Al momento, la Francia sembra essere già in linea con il Protocollo di Kyoto e Germania ed UK ancora meglio.!!!
Tuttavia, osservando la realtà, ci si rende conto di una situazione che è invece completamente diversa. L’analisi della SSC utilizza dei parametri oggettivi al fine di poter comparare gli impegni attribuiti ai vari Paesi ed i risultati acquisiti dagli stessi. Il risultato di tale indagine, che per brevità restringiamo al confronto dei “top 4”: (Germania Francia, U.K. ed Italia), dimostrerebbe invece che la situazione italiana è tutt’altro che negativa; anzi, si evidenzia che nel periodo 2008-2012 l’Italia avrebbe avuto diritto le venisse assegnato un obiettivo di incremento del 10% delle emissioni (invece che una riduzione del 6,5%), il che corrisponde a circa 80/100 milioni di tonnellate di Co2 sottratte all’Italia!
Il discorso delle emissioni è legato a come si utilizza l’energia per i diversi processi produttivi. Come noto, l’Italia non ha risorse naturali e per produrre l’energia elettrica, che serve poi alle industrie per produrre i propri manufatti deve ampiamente ricorrere all’importazione delle fonti primarie (petrolio, gas e carbone); siamo infatti tipicamente un Paese trasformatore che poi esporta una quota significativa dei manufatti prodotti. Purtroppo, l’energia elettrica in Italia costa il 38% più della media europea e, pertanto, le nostre industrie sono chiaramente penalizzate; questo vuol dire penalizzare anche le opportunità di occupazione.
Facciamo per esempio un confronto Italia-Francia: in Francia l’energia elettrica costa la metà che in Italia, oltretutto il sistema francese è quello che più di tutti al mondo ha deciso di ricorrere per la produzione di energia elettrica al nucleare. Il 78% dell’elettricità prodotta in Francia è infatti di fonte nucleare (producono quasi il doppio dell’energia elettrica che produciamo in Italia, tanto è vero che la producono anche per noi) ed è prodotta con questa fonte che non rilascia emissioni di CO2. Ciò avrebbe dovuto essere tenuto ben presente quando si decidevano le attribuzioni delle quote, cosa che invece non sembra essere stata fatta con particolare equità.
Conseguenza: l’Italia è il Paese in assoluto più penalizzato d’Europa (unitamente alla Spagna), perché è il paese più virtuoso dal punto di vista emissivo, nonché dal punto di vista dell’efficienza nell’uso dei combustibili per produrre energia elettrica e, comunque, per tutti i vari processi di combustione. Questa non è una novità: se si andassero a leggere i documenti della direttiva ETS del 2003 (dove analizzano settore per settore tutti quelli sottoposti alle quote vincolanti di riduzione), si nota che in tutti i settori cosiddetti “energivori” l’Italia è il Paese che ha la migliore efficienza energetica.
L’Italia è quindi chiaramente stata penalizzata, mentre le sovra-allocazioni, intese come maggiori dotazioni di quote di emissione assegnate, queste sono andate principalmente a Grecia, Irlanda, Germania, Inghilterra e Olanda, ed in misura minore a Belgio e Finlandia.
Lo studio della SSC evidenzia come la procedura seguita e applicata trovi una buona corrispondenza tra i valori dei tetti fissati per il periodo 2008-2012 dal BSA ed i valori dell’intervallo – evidenziati nelle diapositive da minimo e massimo – per Francia, Germania e UK; mentre evidenzia il rilevante gap per l’Italia, rendendo necessario il rilevante ed oneroso ricorso ai meccanismi flessibili previsti dal Protocollo di Kyoto.
Peraltro, nonostante la direttiva ETS prevedesse la possibilità di fare ricorso fino al 50% ai meccanismi flessibili – CDM – il precedente Governo ha fissato l’obiettivo che tale ricorso non possa andare oltre il 10% delle quote mancanti. Quindi, anche la possibilità di fare ricorso all’utilizzo di tali meccanismi per raggiungere il gravoso obiettivo impostoci è stato cassato.
Rifacendo i conteggi ed i grafici con il meccanismo proporzionale proposto dalla SSC, la situazione risulterebbe ben più equilibrata e l’Italia si troverebbe perfettamente il linea, se non addirittura in anticipo, con l’obiettivo che ci sarebbe spettato con un’attribuzione “equa e proporzionale” degli impegni previsti dal Protocollo di Kyoto e questo sarebbe avvenuto (mantenendo l’obiettivo medio Ue del -8%) senza danneggiare in maniera significativa gli altri Paesi che, evidentemente (ben più attenti di noi al momento della negoziazione), si erano messi d’accordo tra loro ed avevano equamente distribuito tra loro il vantaggio (vale a dire la ripartizione di quanto sottratto all’Italia), per …riempire il loro salvadanaio.
E’ ben evidente che l’energia elettrica, necessaria per importanti attività produttive quali ad esempio la produzione di acciaio, vetro, carta, metalli pesanti e cemento (dove l’elettricità ha un’incidenza che va dal 20% al 50% del prodotto finale), dovrebbe costare meno. Si capisce quindi l’importanza che può avere il disporre di energia elettrica abbondante ed a bassi costi per l’economia e per sostenere le capacità competitive del nostro Paese. Quindi, senza peggiorare l’obiettivo medio comunitario, si tratta semplicemente di farci riconoscere i nostri diritti ed i risultati che già contraddistinguono il nostri sistema produttivo, ripartendo gli obiettivi in maniera equa e proporzionale.
Nei diversi diagrammi si evidenziano i numeri delle quote di emissione risalenti al 1990, al 2000, nonchè l’evoluzione che c’è stata: la Germania sembra aver fatto ottimi progressi, ma ha semplicemente smantellato e chiuso vecchi impianti, obsoleti ed inquinanti, principalmente risalenti alla Germania dell’Est; idem l’Inghilterra che ha reso meno inquinanti i vecchi impianti a carbone per mezzo delle nuove tecnologie. L’Italia, essendo già virtuosa fin dagli inizi degli anni ‘70, ha inevitabilmente avuto la necessità di aumentare in questo ultimo decennio le sue emissioni, ma unicamente perché ha dovuto aumentare la produzione elettrica, comunque significativamente meno di quanto abbiano dovuto fare anche gli altri Paesi Ue.
Visionando in questi 4 Paesi l’intensità carbonica, cioè la CO2 per abitante, emergono dati sorprendenti rispetto alla media europea: nel 1990 i cittadini tedeschi avevano un’emissione pro-capite di 15,5 tonnellate di CO2 equivalente, l’Italia 9,12 mentre per la media europea era del 11,68. Nel 2005 siamo ancora sostanzialmente nelle stesse condizioni, preceduti SOLO dalla Francia, per via del nucleare.
Noi siamo, inconfutabilmente, i più virtuosi ma, secondo quanto deciso a suo tempo a Bruxelles, dovremmo esserlo ancora di più per aiutare gli altri a fare i “loro interessi” (!). E’ evidente che questa non è equità e corretta attribuzione di uno sforzo tra tutti i partner della Comunità Europea, come la Direttiva si prefiggeva.
Forse non è casuale che l’ efficienza energetica, uno degli obiettivi primari da perseguire ed indicato nel “Pacchetto clima-energia 20-20-20”, non lo abbiano reso vincolante nel protocollo varato a Bruxelles.
Quindi, per quanto ci riguarda, dire che l’Italia è il Paese più virtuoso d’Europa corrisponde ad una sacrosanta verità ed è giusto pretendere che si trovi il modo di giungere ad una redistribuzione degli impegni in ambito Ue.
Peraltro, l’Italia è il Paese che meno di tutti gli altri ha disponibilità di materie prime ed è quindi più soggetto degli altri alle importazioni di prodotti energetici, non dimenticando anche i problemi orografici del nostro territorio (che crea ulteriori difficoltà/rigidità per le importazioni di gas).
Un’ulteriore conferma di quanto detto in precedenza risulta evidente quando si esaminino gli obiettivi ed impegni fissati con il nuovo “Pacchetto clima-energia 20-20 al 2020” dove, grazie all’azione svolta a Bruxelles dal ns. Governo, vi è stata una parziale rettifica della penalizzazione precedentemente inflittaci. Infatti, i nuovi impegni di riduzione delle emissioni previsti per Germania ed U.K. sono ora stati aumentati e portati a circa –30% e per la Francia a -20%, nonché analoghi aggiustamenti per alcuni altri Paesi quali: Olanda, Danimarca, Finlandia, ecc., mentre l’obiettivo per l’Italia è passato da -6,5% a -5,7% al 2020.
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20.04.2010
Lei dimentica di ricordare lo spreco immane di energia che avviene in Italia, il piu’ alto in Europa e gli incentivi piu’ alti al mondo sulle rinnovabili. Quindi mi sembra tendenzioso indorare la pillola con le emissioni, quando noi tutti paghiamo miliardi di euro che ci vengono prelevati dalla bolletta, per sostenere le rinnovabili o le fonti assimilate come i cip6. Paghiamo per poi sprecare l’energia prodotta. Gettiamo i soldi al vento. Un approccio scientifico sulle rinnovabili, dovrebbe tenere conto anche dei dati sul costo economico e l’inefficienza emergetica.
@ Fabio,
Forse non ha letto bene quanto è stato scritto nell’articolo qui sopra (nel 2010), che ribadisce invece che l’efficienza energetica italiana è superiore a quella degli altri grandi Pasesi Ue. Poi si può e si deve certo ulteriormente migliorare, ma per farlo occorrono anche le condizioni tecniche ed economiche di contorno.
Infatti, essendo il Paese che più di tutti dipende dalle importazioni di fonti energetiche, siamo quello più a rischio ed il “Mix” delle fonti per la produzione elettrica in Italia è totalmente asimmetrico e sbilanciato rispetto a quello degli altri grandi Paesi e rispetto la media Ue27. Occorre quindi diversificare le fonti e equilibrare il 2Mix”, raddoppiando il contributo del Carbone e dimezzando quello del Gas, a tutto vantaggio delle capacità competitive dell’Italia, notoriamente il 2° Paese manifatturiero d’Europa.
Bisognerebbe inoltre sapere che il sistema elettrico italiano è tra i più efficienti d’Europa, già oggi in linea con gli obiettivi Ue per il 2020, grazie alle moderne tecnologie oggi disponibili.
Non c’è quindi alcuna tendenziosità a ribadire e ricordare la virtuosità emissiva (procapite e rispetto al PIL) dell’Italia, mentre è certamente “anomala” la situazione riguardo agli enormi costi che sono stati effettuati (distribuendoli sulle Bollette dei consumatori, sostanzialmente ignari) per il Solare FV, con risultati in termini di produzione elettrica del tutto …”simbolici”! (1,9 TWh su un consumo nazionale dell’ordine di 335 TWh !). Se dividiamo il costo di circa 4 miliardi di Euro per la produzione ottenuta, c’è da rimanere allibiti. Il suo interrogativo è quindi più che opportuno.
Se poi consideriamo che tali costi saranno ripetuti e garantiti per 20 anni, tutto questo meriterebbe davvero una serena ed obiettiva riflessione, anche in termini di efficienza ed opportunità.
Quantomeno, se fossimo altrettanto accorti dei tedeschi, ci preoccuperemmo prima di equilibrare il “Mix” delle fonti per la produzione dell’elettricità di base (la Germania produce e consuma circa 600 TWh/anno con 81 mil. di abitanti – noi 335 TWh con 60 mil. di abitanti !) e questo ci permetterebbe di economizzare un mare di risorse economiche che in parte poi potrebbero essere investite nelle Rinnovabili del futuro, proprio come fanno i tedeschi!
Quindi, contrariamente agli slogan ambientalisti, Carbone e Rinnovabili sono del tutto COMPLEMENTARI, giammai alternative.
Ah, dimenticavo, sappiamo tutti che l’Italia è il Paese più ricco e furbo d’Europa (!?!); ecco perchè ci possiamo permettere di essere diventati nel 2011 i 1°al Mondo nelle installazioni del Solare FV! Che diamine, c’è chi può ed è “giusto” che ce ne si vanti!
L’Italia, come altri paesi, ha appena inviato alla Commissione Europea un report sui progressi fatti nel perseguimento degli obettivi 20-20-20. Si trova qui:
http://ec.europa.eu/energy/renewables/transparency_platform/template_progress_report_en.htm