di Marco Campione.
Luigi Marattin ha dimenticato un caso nel suo bell’articolo. Quello di Damiano, operaio antagonista. La vicenda destò un certo scalpore all’epoca dei fatti: uno dei contestatori di Bonanni alla Festa Nazionale de l’Unità mentre stava in piazza era assente dal lavoro perché in malattia. L’azienda lo licenziò e ieri un giudice del lavoro ha deciso per il reintegro ai sensi dell’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, accogliendo evidentemente la tesi della difesa. Tesi che era la seguente: il dipendente era in malattia perché impedito a svolgere le mansioni lavorative (spostare pesi), ma questo non gli impediva “di svolgere le normali attività della vita quotidiana”, tra le quali ovviamente il diritto a manifestare. La difesa ha in sostanza affermato che l’unico vincolo per chi si pone per chi è in malattia è quello di essere reperibile negli orari della visita fiscale.
I giornali si sono concentrati sul fatto che l’uomo fosse “il contestatore di Bonanni” o comunque mettendo in evidenza che si trattava di una contestazione violenta (chi impedisce agli altri di parlare è un violento, anzi un fascista), ma a mio avviso sbagliano. Per me non cambierebbe nulla se fosse andato ad un sit-in di Save the Children contro il massacro dei bambini in Siria.
Secondo me infatti la vicenda pone due questioni. La prima morale, la seconda politica. Io sono cresciuto in una famiglia di comunisti (da qualche generazione per giunta) e mi hanno insegnato che quelli che facevano così, quelli che chiedevano un permesso retribuito per andare in manifestazione senza perdere un giorno di paga o di ferie erano peggio dei crumiri; peggio di questi solo quelli che si mettevano in malattia il giorno dello sciopero. Da studente potevo fare solo due cose il giorno della manifestazione: andare in manifestazione o forzare il picchetto e andare a lezione. Per me chi si comporta come Damiano Piccione è un infame. Punto.
Ma l’infamia non è giusta causa per il licenziamento, direte voi. E io concordo. Vengo così alla seconda considerazione. Io non vi dirò che siamo di fronte ad un abuso. Non ne avrei titolo, visto che non ho studiato diritto del lavoro. Come dico sempre in occasioni simili: paghiamo profumatamente i giudici per decidere cosa sia giusto e cosa no. Di conseguenza non farò nemmeno il discorso che si fa spesso in casi analoghi sul fatto che è per colpa di abusi come questo che oggi alcuni diritti sono a rischio. Io non dico che la norma è stata interpretata male, ma contesto la norma in sè. Il fatto che se io sono malato devo essere reperibile solo negli orari in cui può arrivare la visita fiscale è – banalmente – la prova che qualcosa non va. Dimostra la sensatezza di quello che tutti i fautori di una modifica delle norme in materia di diritto del lavoro affermano: queste norme, così squilibrate a favore del lavoratore, non hanno più senso. Questo si intende quando si chiede di aggiornarle, non altro.
La stessa Camusso peraltro ammette che l’Articolo 18 va mantenuto non perché sia giusto, attuale, sensato, ma perché rappresenta un deterrente (lo ripete in ogni salsa ormai, avete notato?). Lo stesso argomento che usano i reazionari per la Pena di Morte. E se a essere reazionaria non fosse solo la Pena di Morte, ma anche la motivazione che si usa per difenderla?
iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Ma che c’entra la pena di morte con l’art. 18? lasciamo stare il passo logico completamente saltato con la parole ‘deterrente’ associata con posizioni e situazioni completamente diverse.
L’art. 18 non è quello che regola la malattia, essendo la medesima e la sua indennità definita in leggi nazionali e CCNL.
Quindi, se per te “Il fatto che se io sono malato devo essere reperibile solo negli orari in cui può arrivare la visita fiscale è – banalmente – la prova che qualcosa non va”, il qualcosa che non va è nelle norme sulla malattia, semmai.
E per finire: se una come me, che vive sola in città e non c’ha ‘la famigghia’ ad aiutarla, si ammala, magari tra un orario di vistita fiscale e l’altro -se non è proprio morta – fa un salto in famacia o al supermercato…
Questa volta non sono d’accordo. Se mi rompo un braccio (e non posso svolgere le mie mansioni lavorative) non sono però impossibilitato ad uscire. Visto che sono in malattia non dovrei uscire di casa? Non è giusto (e non ha senso).
Cosa diversa è se ho (dico di avere) la broncopolmonite e mi trovano a giocare a calcetto.
Insomma, sarebbe necessario valutare il caso concreto.
Secondo me, Marco, nel tuo ragionamento c’è di fondo l’idea che si è giustificati a mettersi in malattia solo se si è più di là che di qua. Cioè che, se non si è proprio ai cocci, si deve andare al lavoro.
Ma se è vero che con la malattia alcuni ci marcino e sebbene trovi anch’io non opportuno che una persona in malattia vada a manifestare, mi pare un passo un po’ troppo lungo quello di dire che le norme dovrebbero obbligarla a rimanere in casa in attesa della visita fiscale.
Dopotutto quella persona è in malattia, nel senso di momentaneamente inabile al lavoro; non è agli arresti domiciliari.
Completamente d’accordo con Campione, e forse arriverei a dire che la regola per cui devi stare in casa anche se la malattia non ti impedisce di uscire è necessaria finché non si trova un modo migliore.
E’ vero che penalizzerà alcuni, ma non si può nemmeno far diventare la malattia una forma di ferie retribuite. E Dio sa se non se ne abusa, soprattutto nel pubblico.
Però è anche vero che forse un modo migliore va trovato…e dubito che non si possa trovare.
E hai anche ragione nel caso specifico, ma dire che in Italia c’è pieno di norme “squilibrate a favore del lavoratore” è una follia -e una follia pericolosa con cui cercano di inzuccherare delle pillole assai amare.
In UK lavoravo per un’azienda di software e nessuno si sognava neanche di mandarmi la visita fiscale -si fidavano, semplicemente, e chiedevano un certificato (dal medico di fiducia) solo dopo cinque giorni.
Quanto al caso *generale*, Jacopo ha ragione (anche se magari è ingenuo pensare sia il caso in oggetto).
E sì, l’articolo 18 è un deterrente, altrochè se deve esserlo. Un deterrente contro i licenziamenti senza motivo.
Uno dei pericoli della difesa ad oltranza dei “deterrenti purchessia”, vessatori per il datore di lavoro, è (ma non credo di dire niente di nuovo) che alla fine abbiano buon gioco quelli che attaccano i lavoratori frontalmente (Brunetti-Sacconi) mescolando, tra le cose da cancellare, sia i privilegi che i diritti.
Ma io personalmente non credo che questi sindacati siano in grado di tanto buon senso.
un altro bolg interessante è http://limpopolare.blogspot.com/ é nuovo, ma sembra promettere bene
se avete qualche minuto fateci un salto!