Il cangatto del centrosinistra

di Francesco Carnesecchi.

Foto: http://roma2011.blogosfere.it/

Le primarie nascono in Italia contemporaneamente alla crisi di legittimazione del ceto politico e dei partiti stessi, riflessa anche nel continuo abbandono degli iscritti segno di una scarsa capacità di attrazione dei partiti. Per i partiti l’incapacità di rinnovarsi dall’interno porta alla proposta di maggiori momenti di apertura verso iscritti ed elettori, sia nell’elaborazione delle politiche pubbliche che nella selezione dei candidati. Dall’inizio degli anni ’90, anche grazie alla nuova legge elettorale che prevede l’elezione diretta del sindaco, in molti comuni si cominciano a sperimentare metodi di scelta del candidato sindaco che potremmo chiamare primarie aperte.

Le primarie sono un metodo di scelta dei candidati per il centro sinistra per quasi quindici anni fino alla nascita del Partito Democratico. Il PD nasce come il partito delle primarie, originariamente un partito senza tessere che si affidava a questo tipo di consultazione per determinare tutto: dai gruppi dirigenti nazionali e locali ai componenti degli organismi interni assembleari.

Dopo la nascita del PD le primarie diventano quello che Sartori ha definito un “cangatto”.
Il “cangatto” è il tipico esempio di confusione concettuale. Questa espressione non ci serve infatti se vogliamo prendere in considerazione gli animali domestici, perché non include ad esempio i criceti, i pesci rossi, gli iguana etc… Inoltre dire che abbiamo di fronte un “cangatto” non ci aiuterà a capire quali siano le caratteristiche di questo animale: infatti non possiamo stabilire se il “cangatto” miagolerà oppure abbaierà, né potremmo ipotizzate che fa tutte due.

Così le primarie sono divenute il “cangatto” del centro-sinistra. Da una breve rilettura non esaustiva del discorso pubblico degli ultimi anni troviamo che l’espressione primarie viene associata a:

-       consultazioni aperte a tutti cittadini che godono del diritto di voto, allo scopo di stabilire un candidato ad una carica monocratica sulla base di una rosa di nomi (esempio il leader del centro sinistra nel 2005, i candidati alla carica di sindaco in molti comuni italiani, i candidati alla carica di presidente della provincia);

-       consultazioni aperte a tutti cittadini allo scopo di determinare una graduatoria di candidati in elezioni caratterizzate da un sistema elettorale a liste bloccate (esempio il caso delle elezioni regionali in Toscana).

Per primarie si intendono anche le consultazioni atte a determinare le cariche interne di un partito: è il caso della scelta del Segretario del PD nel 2007 e nel 2009, dei segretari regionali del PD nel 2009 e, nel solo caso del Lazio, nel 2012 forse l’ultimo congresso aperto agli elettori oltre che ai soli iscritti. Inoltre prima delle modifiche allo statuto del PD avvenute nel maggio 2010, le primarie aperte agli elettori erano previste, in alcuni statuti regionali, anche per eleggere i segretari provinciali ed in qualche caso è stato così.

Infine, in casi meno frequenti, ricorre nel discorso pubblico la definizione primarie anche per quelle consultazioni che non sono aperte a tutti cittadini, o comunque ad un albo di elettori, ma ai soli iscritti del PD, come l’elezione dei segretari provinciali e comunali. Il termine primarie viene usato in questo caso per sottolineare la differenza con il passato che vedeva la nomina dei ruoli dirigenti attraverso un passaggio mediato tramite l’elezione di delegati. Si tratta di uso che sottolinea un certo fastidio del gruppo dirigente del PD verso una eccessiva, e quindi difficilmente gestibile, partecipazione.

In questa carrellata di definizioni è possibile individuare una certa confusione sia nell’intensione che nell’estensione del termine generata da due equivoci. Il primo riguardante il corpo elettorale, se questo sia più o meno perfettamente sovrapponibile all’elettorato italiano, se sia richiesto di stabilire un albo degli elettori, o se invece le primarie non siano altro che un congresso aperto agli iscritti. Il secondo equivoco riguarda le cariche contese, candidature monocratiche, candidature in liste bloccate oppure cariche di partito.

Ma ancora più grave dell’equivoco concettuale è l’assenza di una disciplina davvero generale che desse delle regole certe per la scelta dei candidati nelle città. Così ci si è affidati di volta in volta a soluzioni improvvisate sulla base delle esigenze di coalizione e della pressione dei candidati, piuttosto che su un regolamento scritto a priori. Il PD secondo le modifiche allo statuto nazionale avvenute nel maggio del 2010 partecipa alle primarie di coalizione con uno massimo due candidati. L’eventuale seconda candidatura deve essere sostenuta da una parte importante del partito a livello locale, nel caso di sindaci uscenti le primarie divengono un’eccezione piuttosto che una regola.

Prendendo in considerazione le primarie avvenute degli ultimi anni invece, troviamo soluzioni di ogni genere: previsione di un doppio turno come nel caso di Firenze, presenza di più di due candidati del PD in moltissime consultazioni, primarie dove si sottopongono al giudizio dei cittadini sindaci uscenti, con il risultato di indebolire ulteriormente i candidati di fronte all’elettorato (caso di Prato e di Genova), primarie con requisiti di elettorato passivo legato al solo appoggio di uno dei partiti politici della coalizione rispetto a primarie dove era sufficiente il sostegno dato dalle firme dei cittadini.

Se davvero si intende tutelare le primarie e metterle in cassaforte, piuttosto che in cantina, è necessaria una revisione seria sia del funzionamento interno del PD per quello che riguarda le elezioni dei segretari regionali e nazionale ed un regolamento generale per quello che riguarda la scelta dei candidati nelle elezioni amministrative, regionali, politiche ed europee.

E’ necessario chiarire una volta per tutte quali siano le responsabilità e i ruoli degli iscritti rispetto agli organismi interni del partito. Un partito fondato sul tesseramento e sul radicamento nel territorio non può affidarsi a consultazioni periodiche basate più sulla personalizzazione della competizione piuttosto che sui contenuti e le sue idee, eliminando così il valore dell’appartenenza per gli iscritti. Se si è scelto il modello che prevede un partito strutturato ad ogni livello le cui cariche interne sono scelte dagli iscritti, il PD dovrebbe avere un segretario politico che non sia automaticamente il candidato alla presidenza del consiglio o il candidato del partito alle primarie di coalizione per scegliere questa ruolo. Inoltre se non si deciderà di cambiare le regole almeno si comincino a chiamare le elezioni degli organi interni con il termine giusto: congressi.

Ancora più urgente della revisione del metodo di selezione delle cariche interne, è stabilire un regolamento generale che consenta la massima partecipazione dei cittadini per la scelta dei candidati del centro sinistra in ogni competizione elettorale. La stessa massima apertura che deve essere garantita per l’elettorato passivo, stabilendo la possibilità di partecipare a tutti sulla base di un consenso certificato da un numero ragionevole di firme di elettori ed indipendentemente dall’iscrizione ai partiti politici. Infine è necessario stabilire per il PD un sistema di garanzie a tutela della competizione e dell’integrità del partito. Dove più candidature del PD dovessero emergere, il partito dovrebbe esercitare una neutralità che consenta di evitare fratture che indeboliscono piuttosto che rafforzare il candidato (vedi caso Napoli e Prato). Spesso si dimentica che dopo le primarie ci sono le secondarie e per governare servono quelle.

 

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

2 Commenti

  1. Sulle primarie dei sindaci uscenti consiglio l’articolo di Francesco http://www.francescocosta.net/2012/02/14/eccome-se-obama-fa-le-primarie/

  2. Massimo Matteoli

    Volevo “raffreddare” il dibattito sulle primarie, soprattutto quelle di coalizione..
    Per il centro sinistra sono necessarie in un sistema maggoritario, per nulla in uno proporzionale.
    Da quello che si legge sui giornali la riforma elettorale, se si farà, sarà molto meno maggioritaria delle leggi che hanno fino ad oggi regolato la seconda Repubblica.
    Più sarà proporzionale e meno occorreranno le primarie (almeno quelle di coalizione).
    Il problema allora sarà come potranno i partitti (e la democrazia) superare il distacco dai cittadini che li sta travolgendo.

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