Il brain drain e la transizione università-lavoro

di Ilaria Maselli.

Di ISCTE - Instituto Universitário de Lisboa

Il termine Brain Drain (fuga dei cervelli) e’ stato recentemente oggetto di studio di Paolo Balduzzi, ricercatore presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Balduzzi spiega come nella letteratura si sia passati da una visione sostanzialmente negativa del fenomeno ad una visione mitigata dai potenziali effetti benefici legati all’importazione di cervelli stranieri e al rientro di quelli nazionali. “In altre parole, si è passati da un approccio al fenomeno in termini di “fuga” a un approccio basato sulla “circolazione”. Tuttavia, pur considerando il fenomeno secondo la seconda connotazione, l’Italia resta un esportatore netto di cervelli. All’interno della sua analisi, una frase colpisce particolarmente, ed è quella riferita alle politiche per favorire il rientro degli emigrati: “In Albania sono stati sviluppati alcuni programmi….ma le condizioni economiche in patria non rendevano comunque appetibile il ritorno”. È plausibile che il caso albanese assomigli molto al caso italiano? Due anni fa è stata approvata una legge, la 238/2010, cosiddetta “Controesodo”, che prevede incentivi fiscali per il rientro dei lavoratori in Italia. Se da un lato è presto per valutarne gli effetti reali e l’impatto nella società, specie a causa della mancanza di dati, si possono certamente analizzare alcuni dati più generali sullo stato del mercato del lavoro in chiave comparata.

Il primo dato fondamentale è il tasso di occupazione per i laureati in età compresa fra i 25 e i 29 anni: in Italia poco più di un laureato su due trova lavoro prima dei 29, a fronte di una media europea di otto su dieci. Il dato è quindi preoccupante sia in termini assoluti che relativi, specie se si considera che escluse la Grecia e la Spagna (che pur raggiungono rispettivamente il 65% e 71%), lo scarto dalla media europea è molto basso.

Figura 1. Tasso di Occupazione dei lavoratori high skilled di eta’ compresa fra i 25 e 29 anni – II trimestre 2011

Fonte: Eurostat, Labour Force Survey. 

Quali fattori spiegano la disastrosa performance del mercato del lavoro italiano? Una possibile risposta potrebbe essere l’aumento del graduation rate: tra il 2000 e il 2010 il numero di persone che ha completato l’università è passato da 2.6 a 4.1 milioni, crescita più rapida che in altri paesi europei. Questa ipotesi però cade nel momento in cui si considera che:

  1. La percentuale di persone con un titolo universitario resta inferiore rispetto agli altri paesi. Mentre in tutti gli altri paesi dell’UE la transizione da un sistema universitario d’élite a un sistema universitario di mass è già completata e alcuni come l’Irlanda si avviano verso l’universalizzazione, in Italia la transizione è praticamente appena cominciata.
  2. ad oggi, nel mercato del lavoro esistono più lavori che richiedono un titolo universitario che laureati
  3. la domanda di lavoro qualificata non smetterà di crescere in futuro secondo i forecast.

Seconda ipotesi: gli studenti scelgono i corsi di laurea ‘sbagliati’. Secondo i dati di Eurostat, l’espansione dell’istruzione universitaria è avvenuta in Italia (ma anche in altri paesi) in maniera assai diseguale. Il numero di licenziati da ingegneria è aumentato del 10%, scienze sociali e business del 5%, lettere 26%. Tuttavia anche questa seconda ipotesi cade nel momento in cui si considerano i tassi di occupazione e disoccupazione per i laureati adulti: dopo i 35 anni i tassi italiani tornano nella media europea.

Il problema è quindi la transizione tra università e lavoro, cioè le problematiche che i ragazzi incontrano all’uscita dal percorso universitario nel trovare un lavoro adeguato alle competenze acquisite durante gli anni di studio. Infatti, i tassi di disoccupazione disaggregati per tipo di studi rivelano che:

  1. il rischio di rimanere disoccupati in Italia, non solo prima dei 29 anni ma anche prima dei 34 anni è sensibilmente più alto rispetto agli altri paesi.
  2. E ciò quasi indipendentemente dal percorso di studi: una laurea in ingegneria o nelle professioni mediche mette un po’ più al riparo rispetto ad una laurea in lettere, ma non azzera il rischio che per tutti i tipi di studio resta più alto rispetto a Germania, Francia e Regno Unito.
Figura 2. Tasso di Disoccupazione dei lavoratori di eta’ compresa fra i 20 e 34anni per categoria di studio – 2003 – 2007
Fonte: Eurostat

Ma come è legata la questione della transizione tra università e lavoro alla fuga dei cervelli? La risposta risiede nel fatto che l’età compresa fra i 25 e i 34 anni è cruciale per un laureato, in quanto è in questa fase che si decide di partire. E data la situazione italiana appena descritta, la decisione di partire assume più la connotazione di una fuga (appunto il brain drain) che di un’esperienza all’estero (brain circulation) e rende improbabile che laureati stranieri decidano di trasferirsi in Italia (brain gain). Inoltre, la questione della transizione diventa poi ancora più rilevante se si considera che l’età compresa tra i 25 e i 34 anni è quella in cui non solo si decide di partire ma anche (eventualmente) di tornare.

La presenza, seppur positiva, della legge controesodo (e di altri possibili futuri interventi legislativi in tal senso) rischia quindi di essere quasi completamente vanificata da una situazione generale del mercato del lavoro completamente ostile per quella fascia di giovani in età “pre-adulta”.

 

 

 

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

24 Commenti

  1. Eccellente articolo.
    Vorrei, se possibile, una delucidazione. Il numero di laureati in un anno (attualmente) è superiore o inferiore rispetto agli altri paesi? I neo laureati italiani sono in eccesso? Le università italiane sono diventate dei laureifici? Svolgono ancora quella funzione di selezione e di segnalazione fondamentale per il mercato del lavoro?
    Le statistiche ci dicono che il numero dei laureati in Italia è ancora troppo basso, ma il dato non è significativo. Dobbiamo considerare il flusso di laureati, non lo stock totale. Ormai chi è dentro al mercato del lavoro a tempo indeterminato è stabile e poco importa che abbia la laurea o meno, sarà inamovibile. Fra chi cerca lavoro invece la laurea sembra valere ben poco perché bene o male un pezzo di carta ce l’ha la stragrande maggioranza dei ragazzi dai 25 ai 30 anni.

    Ps che cosa vuol dire “nel mercato del lavoro esistono più lavori che richiedono un titolo universitario che laureati”?

  2. “Mentre in tutti gli altri paesi dell’UE la transizione da un sistema universitario d’élite a un sistema universitario di massa è già completata e alcuni come l’Irlanda si avviano verso l’universalizzazione, in Italia la transizione è praticamente appena cominciata.”
    Questo passaggio è fondamentale, anche in rapporto alla domanda del commento precedente se le Università “Svolgono ancora quella funzione di selezione e di segnalazione fondamentale per il mercato del lavoro?”.

    Per questo la mia domanda a proposito dei confronti con gli altri paesi: si dice “quanti laureati”, ma sappiamo che la laurea esiste solo in Italia, e da quando c’è il 3+2 si confondono triennali con quinquennali. Siccome in Europa i diplomati dalle università sono tutti (dopo 3, 5 ma anche intermedi) mentre “dottori” sono solo quelli col dottorato, bisogna capire bene cosa si compara.
    E soprattutto, come dici tu, non si è ancora recepito il fatto che un diploma universitario è nella società moderna, dove l’università è fortunatamente di massa, condizione necessaria per poter avere un ruolo nella società, ma non per costituirne per questo la sua élite come era una volta con l’università di pochi.

  3. Ovviamente, nel commento precedente, mi riferivo ad un determinato tipo di lavoro (diciamo impiegatizio), non al mercato del lavoro in generale. Quello che mi chiedo è se, in Italia, sia il flusso di neolaureati ad essere in eccesso oppure il flusso di domanda di neolaureati ad essere in difetto, rispetto agli altri paesi. Le università degli altri paesi mi sembrano molto più selettive e quindi i pochi che si laureano trovano subito lavoro. Conosco di persona il caso Svizzera e funziona così: se bocci due esami della stessa materia sei fuori da qualsiasi università dello stato. E’ chiaro che i pochi che ce la fanno a laurearsi hanno un lavoro assicurato con cifre da capogiro appena usciti dall’università. Un po’ come succede in Italia con le discipline a numero chiuso (medicina e poche altre). E’ inutile avere una università di massa se poi la laurea non vale niente.

  4. Floating: invece l’università di massa è esattamente l’opposto. I diplomi di scuola superiore non sono sufficienti e quindi bisogna avere un diploma dato da un istituto superiore per il mondo moderno (la faccio breve, ma è pur sempre il commento ad un blog).

    Questo significa due cose: università di diverso livello di difficoltà (come in Francia e UK per fare due esempi che gestiscono questa differenziazione in due modi diversi, come dire che non c’è un solo modo per farlo), diplomi di diverso livello date dalle stesse università.
    Pensare che la “laurea” dà alcuni diritti “aristocratici” secondo me oggi ha poco senso, e aggiungo: per fortuna!

  5. riccardo da parigi dice cose senza senso, visto che la laurea non dà e non ha mai dato alcun diritto “aristocratico”; e per fortuna! Se non nel significato più letterale e positivo del termine, e cioè “meritocratico”.

    E’ il sistema produttivo italiano che si è seduto, e che ha selezionato senza alcuna meritocrazia. Si continua a venire a conoscenza di raccomandazioni, mancanza di concorsi, accordi “sindacali” per la cessione del posto di lavoro ai figli dei pensionandi, “cricche”, e chi più ne ha più ne metta.

    LA gente è stanca di tutta questo nepotismo da parte dei nostri inutili imprenditori, e chiede merito, selezione, concorrenza, qualità: tutto ciò che non è mai stato fatto in Italia.

  6. Renzo, forse tu non ricordi che fino agli anni 60 andavano all’università in pochi e quei pochi costituivano quella che si chiama “classe dirigente”, quindi un’elite.
    E quindi dava un ‘diritto’ nel senso concreto del termine, perché era il mezzo attraverso il quale si costituiva il gruppo che faceva progredire il paese. Quella laurea, 5 anni all’università, non esiste più perché, per fortuna, ora ci va una popolazione enormemente maggiore (non ho i numeri sotto mano, ma Berlinguer che ha una certa memoria storica parlava di 50.000 iscritti nel dopoguerra contro un milione oggi, sto ricordando a braccio i numeri, ma cmq sono ordini di grandezza diversi).

    Quindi una volta la “meritocrazia” la faceva anche il pezzo di carta, che avevano in pochi. Nel momento in cui lo hanno tutti, deve cambiare il modo di selezionare e anche le aspettative di chi va all’università. Perché se è vero quello che dici sulla “meritocrazia” è anche vero che molti, in buona fede, investono nell’università perché pensano ancora a quel mondo di una volta …

    p.s. e dai, magari anche essere “cortesi” quando non si è d’accordo potrebbe essere una buona idea …

  7. In Italia non esiste il “pezzo di carta”, esiste solo il titolo di studio.

    Il “pezzo di carta” esiste solo in alcuni Stati degli USA, che non si sono ancora affrancati dalla visione “mercatistica” dell’istruzione.

    Quindi ciò che si suggeriva, sommessamente, era un maggiore rispetto per studenti e docenti italiani. Invece si proponeva, con qualche pezza d’appoggio, una denigrazione dei nostri datori di lavoro. E da lì partire per una analisi fattuale, concreta, piena di sostanza.

    RR

  8. Renzo, mi sa che non ci siamo molto capiti … rileggi con calma e senza pensare asti o irrispettosità …

  9. Non chiedo affatto diritti “aristocratici”, chiedo che venga premiato il merito (ben sapendo che per farlo bisogna anche penalizzare il demerito). Forse le nostre visioni sono contrastanti perché veniamo da due ambienti diversi (ho sbirciato il suo blog). Molte facoltà non sono selettive, è un dato di fatto. Basta avere pecunia a sufficienza per essere sicuro di laurearsi, prima o poi. Anche il più asino degli asini ottiene la laurea e questo è un male (oggettivamente). Senza contare le storture delle università telematiche o robe del genere. Il sistema dovrebbe basarsi solo ed esclusivamente sul merito. Non vorrei che per creare questa tanto osannata università di massa si siano abbassati gli standard in maniera tale che tutti avessero la possibilità di laurearsi. Una università poco selettiva poi penalizza molto di più quei ragazzi che puntano tutto sul merito per elevare la propria posizione nella società. Il segnale laurea dovrebbe indicare con maggiore forza la capacità di un individuo. Nemmeno il voto di laurea e il tempo necessario sono delle variabili chiave per selezionare il merito. Ci sono talmente tanti corsi curriculari che io mi chiedo: i selezionatori sapranno distinguerli? Sanno quali sono gli esami farsa e quali quelli difficili?

  10. Lei lo sa quali sono gli esami-farsa?
    Vada dal Magistrato, è importante che anche gli altri lo sappiano.

  11. A Renzino l’Europeo, prendersela con gli imprenditori tout court in un paese come l’Italia che ha una pressione fiscale a livello scandinavo e infrastrutture da terzo mondo mi sembra quantomeno azzardato (70% di tax rate sugli utili aziendali). Fare impresa onestamente in Italia è un atto eroico. Forse il sistema produttivo si è seduto perché anche la politica, i sindacati e la popolazione in generali ha preferito così. Tutti buoni a parlare di meritocrazia ma una raccomandazione, alla fin fine, la chiediamo sempre.

  12. Io, personalmente, non ho mai chiesto nessuna raccomandazione.

    Chiedo che codesti “imprenditori eroi”, che accumulano badilate di ricchezza sovente trasferita in conti esteri, rispettino leggi, merito, qualità.

  13. a renzino l’europeo,
    esami farsa non vuol dire che non rispettino la legalità, semplicemente che sono molto facili da superare con un ottimo voto.

  14. Chi si prende il rischio di dare lavoro rispettando le leggi oggi in Italia è un eroe, ribadisco il concetto.

  15. Allora non rispettano la legalità, anche se posso convenire che sia necessario un sistema di valutazione professionale diverso dalla mera giurisdizione. Quello che non è stato mai voluto da tanti. Io lo propagando e promuovo, e Lei? Mi sembra che voglia buttare il bambino.

  16. Eroismo ripettare le leggi?? E’ un dovere, amico mio.

  17. Un sistema di valutazione professionale mi vedrebbe favorevolissimo. Personalmente ho anche parlato con altri professori di questi esami facili e lo sanno benissimo anche loro, ma non ci possono (o vogliono) fare niente. Allo stato attuale non credo sia cambiato alcunché. Molto difficile che cambi qualcosa in certi ambienti.

    A quante persone da lavoro lei?

  18. Mentre non si capisce cosa c’entri l’ultima domanda, il resto esprime un’esigenza corretta, su cui ho dato in molte occasioni approfondimenti tematici e indicazioni concrete.

  19. Si riferiva a questo l’eroismo che attribuivo agli imprenditori onesti. Al fatto che in questo disgraziato paese è molto ma molto difficile fare impresa e quindi dare un lavoro dignitoso alle persone in maniera onesta.

  20. Per il resto, da studente, vorrei percorsi di laurea omogenei, con esami seri, con una valutazione della didattica di ogni singolo esame alla fine del percorso di laurea (non come avviene adesso: valutazioni alla fine del corso ma prima dell’esame). Insomma vorrei una università più selettiva. In cui si laureano meno studenti ma con competenze più forti e universalmente riconoscibili.

  21. ” Insomma vorrei una università più selettiva. In cui si laureano meno studenti ma con competenze più forti e universalmente riconoscibili.” Invece il mondo va nella direzione opposta e giustamente, ma con delle distinzioni che, se pur con ovvi difetti, mettono insieme merito e istruzione di massa.
    Provo a dirlo brevemente facendo l’esempio francese, che ha tanti difetti ma il sicuro pregio di distinguere chiaramenti chi merita di più e chi di meno in base allo studio.
    In Francia ci sono istituiti terziari (che non si chiamano università ma cambia poco) di serie A, di serie B etc … in cui si accede grazie ai concorsi. Si hanno così i diplomati (la laurea non esiste nel mondo, si è dottori solo con il dottorato di ricerca, un punto che sembra marginale ma secondo me è importante ed emblematico) che hanno diversi livelli sia di anni post “maturità”, sia di qualità.
    E così, per fare un esempio, chi ha studiato all’ENS o Polytechique avrà di più perché è più bravo, ma gli altri non hanno l’accesso allo studio negato, semplicemente qualcosa di un po’ meno, perché sanno meno.
    Ora ci sono tanti difetti e la mia descrizione qui è necessariamente semplificata, però questo evita che si dia lo stesso diploma a tutti generando poi il problema che dici tu.

  22. Alan Marazzi Alan

    Il problema grosso dell’università italiana é che é nozionista, che vuol dire tutto e niente. Ad esempio per la ricerca di base é meglio la nostra università. Al tempo stesso é per questo che gli esami sembrano semplici, poiché basta studiare per passare e non é necessario capire. Conosco dei 110 in scienze politiche che non sanno la differenza fra deficit e debito o che pensano che il marxismo e il comuismo sovietico siano la stessa cosa.
    Al tempo stesso so che chiunque é andato in erasmus, in università ritenute medio alte, hanno tutti alzato la media. In Irlanda ad esempio hanno chiesto ad una studentessa quale fosse la particolarità di FDR, risposta: era sulla sedia a rotelle. Esito finale:promossa. La mia prof mi avrebbe bruciato il libretto senza altre chances.
    All’ estero si insegna a fare team, a produrre il proprio lavoro nei tempi prestabiliti e si punta sulla specializzazione, in Italia a pensare in fretta, qualità orali e a cavarsela c con una preparazione solidissima di base. La cosa migliore sarebbe una linea mediana fra le due

  23. Giovanni Filatrella

    Lo dico subito: il mio è un commento politico, anche se lavoro nell’università italiana. L’università “di massa” è una necessità politica. Vogliamo lavoratori qualificati, cittadini consapevoli? Vogliamo una società inclusiva? Allora ci tocca investire sulla formazione, avere il 25% della forza lavoro che riceve un’istrzione superiore.Poi questi lavoratori faranno il 25% di tutti i lavori, quindi non necessariamente “dirigenziali” (come si diceva una volta). Forse hanno anche studiato qualcosa di un po’ “inutile “, avranno anche fatto un po’ i bamboccioni, ma saranno cittadini migliori capaci di esprimere una migliore democrazia. Certo, se guardassimo solo al profitto immediato, sarebbe “meglio” avere tanti lavoratori poco formati,a basso costo, che non imparano manco una virgola che non serva alla produzione (poca divina commedia e meno aritmetica, ci sono le calcolatrici). Ma alla lunga? Alla lunga la cultura difusa, anche se inutile, produce una società migliore e più prospera. Alla lunga sopravvive chi fa cose inutili (“La tecnologia è lo sviluppo del superfluo”,Ortega y Gasset), forse. Di sicuro la democrazia, l’uguaglianza e la libertà sono cose “inutili”. O ci crediamo che ‘ste robe servono, o non possiamo trovare l’equazione che dimostra il dividendo sale se siamo una società più giusta. Al più possiamo guardarci indietro e scoprire che non è andata così male, chessò, aumentando l’età dell’obbligo scolastico.

  24. vittorio vander garde

    un altro bolg interessante è http://limpopolare.blogspot.com/ é nuovo, ma sembra promettere bene :-) se avete qualche minuti fateci un salto!

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