Fornero, Belen, le donne e il lavoro

di Manuela Sammarco.

"Desperate housewives" di suyensedai

Il rapporto donne-lavoro trova oggi in Italia un’icona efficace nel biministro Fornero. Non perché – come ha detto Bersani – è alternativa a Belen o ad altre figure femminili proposte dal fu Governo Berlusconi. Bensì perché può rispondere ai veri problemi delle Pari Opportunità con gli strumenti che servono: quelli del Ministro del lavoro. Un esempio? La Fornero può partecipare a un convegno emblematicamente intitolato “Valore D” e, pure dopo un’ineliminabile osservazione sul ruolo delle donne in Tv,  può annunciare le sue proposte più dirette: congedo parentale obbligatorio valido per entrambi i genitori o allargamento delle quote rosa nei Cda anche alle società non quotate in borsa.

È vero che i più concreti problemi delle Pari Opportunità, nel nostro paese, sono rintracciabili prevalentemente nel mercato del lavoro. Senza la risoluzione di questi limiti penso che ogni proposta di quote rosa in politica, per esempio, sia fortemente inibita perché i paesi in cui la partecipazione alla cosa pubblica è più consistente sono quelli dotati di un rapporto più sereno tra donne-occupazione-servizi. A insistere sull’anomalia italiana di questo rapporto sono numerosi e autorevoli studi, come quelli recentemente pubblicati dall’Inps o dal Cnel, che parlano di anno in anno di un’allarmante emergenza occupazionale femminile, aggravata dagli effetti della crisi.
In particolare il rapporto donne e lavoro Cnel 2011 analizza nel dettaglio i motivi di questa urgenza. Gli stessi da anni: scarsa incidenza delle italiane sul mercato del lavoro, discriminazioni nella distribuzione del reddito, difficoltà di carriera, l’appalto quasi esclusivo della cura, last but not least, lo specifico problema delle lavoratrici del Sud. Di nuovo c’è solo la percentuale di gravità della situazione. Scrive Sabbadini: “La crisi ha aggravato i problemi strutturali dell’occupazione femminile, quantitativi e in particolare in tema di qualità del lavoro: nel biennio 2008-2010 l’occupazione femminile è diminuita di 103 mila unità (-1,1%); è diminuita l’occupazione qualificata (-270 mila) ed è aumentata quella non qualificata (+218 mila); anche nell’industria diminuiscono più le donne (-12,7%) che gli uomini (-6,3%)”.

In totale abbiamo un tasso di occupazione femminile pari al 46.1 %, tra i peggiori in Europa. Con una grave disparità geografica: al Nord la percentuale sale al 56,1%, al Sud tracolla al 30,5%. Tra le meridionali va meglio alle laureate, mentre il tasso di disoccupazione per chi è dotato di un basso titolo di studio arriva al 17,4 %.

Le più sofferenti sono le più giovani che, dopo aver smesso di studiare, incontrano molti più ostacoli nella collocazione rispetto ai coetanei: nella fascia 18-29 registrano un tasso di occupazione più basso (35,4% vs. 48,4%); sono più precarie (35,2% vs. 27,6%); guadagnano meno; le laureate sono prevalentemente sottoutilizzate.

Anche tra le mamme il discorso è scoraggiante. Il 30% di loro, a fronte del 3% dei padri, interrompe l’attività professionale per motivi familiari, per un totale di 800,000 donne messe in condizioni di dimissioni in bianco dal loro datore di lavoro. Solo 4 su 10 riprenderanno l’occupazione. Il dato si aggrava con le nuove generazioni, più segnate dai contratti atipici. Davanti a numeri simili quasi sembra meno urgente il dato pure scandaloso relativo alla difficoltà di avanzamento di carriera e alla presenza nei luoghi decisionali.

Di poco più stabile, ma sempre in diminuzione, il tasso d’occupazione delle immigrate, migliore di quello delle italiane, ma caratterizzato da marcate differenze di comunità etniche e da impieghi dequalificanti che sottoutilizzano i titoli di studio delle lavoratrici.

A simili vischiosità corrisponde poi un’asimmetria del carico di lavoro nell’ambito familiare (lavoro domestico, di cura e di acquisti di beni e servizi): il 71,9% delle ore di questa attività è sostenuto dalle donne. Ci rimette il tempo libero. Ma anche il numero di figli per coppia.

Prevalentemente femminile è anche il peso della cura delle altre famiglie. Parliamo delle donne più anziane, ovviamente, tra cui le nonne. Sono le principali care giver, nel nostro paese povero di strutture pubbliche adeguate: dedicano più di 2 miliardi di ore di lavoro di cura in un anno. Ma anche loro sentono la crisi. Finora la società italiana è stata contraddistinta da una compensazione tra reti informali e parentali  e deficit di strutture pubbliche. Asili, assistenza agli anziani o ai disabili, per esempio. Oggi una donna di 50 anni, forse occupata, può trovarsi a dover badare ai nipoti e alla madre ottantenne. Il modello dell’aiuto generazionale, basato su lavoro non retribuito, inizia però ad entrare in crisi. Secondo Sabbadini: “I nodi del welfare fai da te sono venuti al pettine. E’ aperta la questione della necessità di rifondazione del sistema di welfare anche in quest’ottica”. Mentre Visco annuncia un 2012 di recessione.

Questi i fatti. L’interpretazione dei fatti più rilevante viene da Giuseppe Casadio, presidente della II commissione del CNEL, che denuncia quanto numerose ma sostanzialmente inutilizzate siano le ricerche sui problemi tra donne e lavoro. Ogni anno si grida all’emergenza. Su argomenti simili si incentrano le campagne elettorali di molte. Convegni e convegni vengono promossi a riguardo. Un riflesso pavloviano scatta alla parola “donna”: applausi nei comizi, “mi piace” su Fb, tweet su Tweeter. Intendiamoci: il discorso è sinceramente sentito, in particolare nel centrosinistra. Ma ormai la denuncia non serve più. Forse anche un ministero apposito, se svuotato di efficacia, non serve più.

Speriamo che la Fornero con le sue deleghe pesanti possa dare senso a ricerche come quella del CNEL. Non solo perché ne hanno bisogno le donne ma perché ne ha bisogno il paese. E magari dopo potremo anche tornare a parlare di Belen.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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