Fiscal compact: in nome di chi?

di Michele Ballerin.

 

"Keyhole" di lud_wing

Quando il Trattato di Lisbona fu finalmente adottato dopo otto anni di tribolazioni qualcuno si illuse che l’UE si fosse garantita una forma di governance soddisfacente, qualcuno finse di illudersi e qualcun altro osservò che l’epoca delle riforme istituzionali in Europa non era affatto chiusa, anzi era apertissima. Nei mesi seguenti il fiume in piena della crisi travolse le residue illusioni e oggi la Germania, seduta al posto di comando, si crede obbligata a promuovere riforme addirittura radicali trascinandosi dietro gli altri membri dell’Unione. Poiché la congiuntura esige senza dubbio un ripensamento profondo delle istituzioni europee dovremmo rallegrarci di questo ritrovato spirito riformatore. Come si spiega, invece, che siamo preoccupatissimi?

Ci preoccupa – o dovrebbe – il fatto che il governo tedesco non sta perseguendo un assetto istituzionale più equilibrato ed efficiente, non si propone di fare dell’Unione Europea un organismo politico più compiuto, più razionale e democratico, ma si sforza in ogni modo di aggirare e piegare i suoi trattati per imporre agli altri paesi membri la propria particolare interpretazione della crisi economica e la propria ricetta: l’interpretazione e la ricetta liberiste. La volontà di riforma che ha portato al patto di bilancio europeo a 25 non è il risultato di una riflessione, approfondita e lungimirante, sulle istituzioni europee, su ciò che in esse manca o andrebbe cambiato per dare vita a un sistema di governo più funzionale: è l’ennesima svolta brusca dell’ultimo minuto in una direzione imprecisata, del genere a cui la navigazione a vista del Consiglio europeo ci sta abituando, il frutto di un pragmatismo che conta le ore e i giorni e misura i propri trionfi su tregue di una settimana, simili ai fazzoletti di terra per cui i generali della Grande guerra immolavano migliaia di fantaccini.

Con un’ostinazione che è un misto di ottusità e candore, e come già avvenne un po’ con l’euro, la Germania insiste a voler disegnare il mondo a propria immagine e somiglianza muovendo dall’assunto, così ovvio in fondo per tanti di noi, che non c’è nulla di meglio e più perfetto di se stessi: e perché agli altri riesce così difficile accettarlo?

Molti credono si tratti di semplice opportunismo: la Merkel non sarebbe insensibile all’idea di farsi levatrice dell’Europa politica, ma non lo sarebbe neppure al rischio (reale o immaginario) di una batosta alle prossime elezioni in Germania. Questa spiegazione è particolarmente plausibile. Uno statista non è quasi mai interessato a entrare nella storia, se per farlo deve uscire dalla politica.

Tuttavia, se c’è una cosa che distingue le costituzioni da altri documenti politici è che la loro redazione non tollera approssimazioni e tanto meno pasticci. È il motivo per cui un organo costituente non dovrebbe agire mai di fretta. Invece i pochi, improvvisati e affannati padri costituenti dell’unione fiscale europea, riunitisi a porte chiuse qualche giorno fa, hanno pasticciato liberamente con le costituzioni di 25 paesi, e in capo a sei ore il pasticcio era completo.

Si immagini adesso un governo conservatore che proponesse di introdurre nella costituzione degli Stati Uniti l’esenzione fiscale al 100% per i redditi più alti. Un partito è liberissimo di sposare questa politica fiscale, e una maggioranza in parlamento potrebbe legittimamente tradurla in legge. Pochi però sarebbero disposti ad accettare che un atto di riforma costituzionale la trasformasse in un pilastro dell’ordinamento giuridico. In realtà nessuno si azzarderebbe a proporlo neppure tra le file del partito repubblicano, tranne forse un senatore texano membro del Ku Klux Klan o un’analoga macchietta, di quelle che la politica americana contiene in abbondanza ma che sa relegare, quasi sempre, ai margini di se stessa.

Il motivo per cui un’iniziativa del genere appare inammissibile è che su ognuno dei princìpi essenziali che regolano la convivenza civile, e che sono codificati nelle carte costituzionali, dovrebbe esistere un accordo profondo e largamente condiviso, tale da non lasciare dubbi sul fatto che la società stia riposando con tutta se stessa in una determinata certezza. L’articolo di una costituzione potrebbe contenere una simile opzione di politica fiscale se la società fosse pacificamente convinta che i ricchi non devono pagare le tasse, se ciò fosse ritenuto ovvio e scontato come la teoria copernicana. Ma è difficile trovare una società i cui membri siano unanimi nel sostenere tale punto di vista: e questo è il motivo per cui il mio lettore ed io non conosciamo una costituzione che contenga un simile articolo. Ogni politica fiscale è sostanzialmente opinabile, perché lo è la teoria economica, e non si presta quindi a essere scolpita nel marmo.

Lo stesso vale per la decisione del governo tedesco di forzare gli altri paesi dell’Unione a inscrivere nelle rispettive costituzioni l’obbligo del pareggio di bilancio. Potremmo forse accettarla se i parlamenti nazionali fossero unanimi o in larga maggioranza d’accordo sulla particolare teoria economica che assume la compatibilità di politiche restrittive con le fasi depressive del ciclo economico, e se i parlamenti fossero l’espressione fedele di società le cui opinioni pubbliche prestassero il proprio consenso di massima a questa teoria. Ma ciò non è quanto sta avvenendo. Le riforme imposte dal governo conservatore della Germania mirano a costituzionalizzare i princìpi del liberismo economico, princìpi su cui non risulta a nessuno che le opinioni pubbliche del continente abbiano trovato un accordo di fondo. L’Europa è diventata definitivamente, compiutamente liberista? Ossia: la grande maggioranza dei cittadini europei e delle élites europee hanno fatto la loro scelta, seppellendo nel cimitero della storia l’esperienza laburista e quella keynesiana, l’economia sociale di mercato e, in una parola, il modello sociale europeo? Questa è la domanda a cui ora dobbiamo rispondere.

Se la risposta fosse affermativa gran parte del problema si sgonfierebbe da sé e la politica del cancelliere tedesco perderebbe buona parte della sua carica provocatoria: si limiterebbe infatti a sancire un fatto già avvenuto. Ma la grande scelta non è mai stata compiuta. I cittadini europei non hanno deciso che è preferibile competere con le economie asiatiche abbattendo sistematicamente il costo del lavoro fino a portare il proprio tenore di vita il più vicino possibile a quello dei coolies cinesi, indiani o coreani, e lasciando al tempo stesso le grandi banche d’affari libere di fare le proprie alchimie e spartirsi i loro dividendi, portatrici sane di una responsabilità sociale gigantesca – troppo grandi per fallire e anche, a quanto sembra, per tollerare qualsiasi imposizione. L’Europa non è diventata di destra, né si è sbarazzata delle proprie contraddizioni sociali e delle proprie disuguaglianze: la pacificazione liberista che la riforma propugnata dal governo tedesco vorrebbe sancire una volta per sempre non ha mai avuto luogo. Esiste ancora un’Europa progressista, che alle prossime elezioni nazionali potrebbe anche avere il sopravvento.

Con quale diritto allora, e in nome di chi, i parlamenti nazionali si apprestano a trasformare in legge costituzionale il principio conservatore del pareggio di bilancio, lo stesso che negli Stati Uniti del 1930 rischiò di mandare a fondo l’economia e che molto probabilmente l’avrebbe fatto, se i cittadini statunitensi non avessero scelto il presidente più progressista che la storia americana avesse mai conosciuto? La differenza fra i cittadini americani degli anni Trenta e quelli dell’UE di oggi è che i primi potevano scegliere, mentre ai secondi si sta sfilando dalle mani la possibilità di farlo. I cittadini europei non sono stati ancora interpellati né su questa, né su altre questioni altrettanto importanti che giacciono oggi sul tavolo della politica europea; e ogni democratico troverà qui ampia materia di meditazione.

In tutto ciò la posizione più ambigua è forse quella dei partiti progressisti. Sono infatti i parlamenti nazionali a doversi esprimere sulle richieste della Germania, e nei parlamenti agiscono i partiti, che dovrebbero rappresentare i diversi settori della società. Se i partiti riformisti lasceranno passare il diktat tedesco, che tipo di interessi staranno rappresentando, di chi saranno gli effettivi portavoce?

E per venire infine al caso italiano: appoggiando il governo Monti nel momento in cui si presta al gioco della Germania, il Partito Democratico sta esprimendo la volontà della sua base e dei suoi elettori? O dobbiamo concludere che il Partito Democratico è un partito liberista?

È possibile. È possibile che il PD abbia fallito nel tentativo di elaborare un pensiero politico economico alternativo al liberismo e che abbia, in questo senso, abdicato. Eppure quando il segretario Bersani si rivolge alla sua platea usa toni e parole tutt’altro che liberisti; e la linea dettata dai responsabili della politica economica del partito è tutto fuorché liberista. C’è quindi una contraddizione profonda e stridente fra quanto il PD sta dicendo ai suoi elettori e quanto sta facendo nel parlamento. E la foglia di fico dell’emergenza nazionale non basta più a coprirla: la contraddizione è troppo grossa, e riemerge da ogni lato.

Se questa contraddizione comune ai progressisti di tutta Europa non sarà risolta al più presto il rischio è che la società si ribelli alla politica. È ciò che avviene quando le classi dirigenti si abituano a prescindere sistematicamente dagli umori delle maggioranze; e allora il tempo che si apre non è quello della “gente” e della “democrazia diretta”, ma quello dei demagoghi e delle soluzioni autoritarie, politicamente ed economicamente suicide.

Non sapremmo dire se il fatto che le regole imposte dalla Germania sono le stesse che piacciono ad alcuni settori dell’economia autorizzi a sospettare complotti finanziari su scala globale. Ma di certo se questi orientamenti si affermeranno diventerà terribilmente difficile ribattere a chi si scaglierà contro l’Europa delle banche e della finanza contrapposta a un’ideale, negletta Europa dei cittadini. L’Europa che sta nascendo dall’egemonia tedesca sarà forse un’Europa più rigorosa (diciamo per qualche mese ancora: quelli che separano i bilanci degli stati a rischio dal loro probabile collasso) ma non sarà certamente un’Europa democratica. Questo è un fatto su cui tutti dovrebbero essere disposti a convenire.

In queste ore convulse non saranno i cittadini europei a scegliere ma, come in fondo sempre avviene, le élites europee. Che scelgano, allora, e lo facciano con tutta la saggezza di cui sono capaci. Perché un errore commesso oggi sarebbe difficilmente rimediabile in futuro, e potrebbe innescare un processo che qualcuno sarebbe forse abile a cavalcare ma che nessuno – nessuno – saprebbe davvero dirigere.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

3 Commenti

  1. Alessandro Giovannini

    direi di fare attenzione ad utilizzare come sinonimi troppo stretti “liberismo economico” e “teoria neoclassica dell’economia”. Anche definire la Germania un paese liberista, quando la % dello Stato nell’economia è del 44%, solo un punto sopra l’Italia, è un po’ azzardato! Il buon Giannino rabbrividirebbe al pensare che quello sia liberismo!

    Inoltre tutto si può dire ai leader europei (non all’altezza, incompetenti, di scarso spessore, nazionalisti), ma non che abbiano affrettato i tempi e che abbiano arraffato il nuovo trattato in “sei ore”. Nella crisi hanno sempre mostrato lentezza nell’agire, e la definizione del fiscal compact ovviamente non è avvenuta nelle 6 ore, ma in (troppi) mesi di preparazione. Da settembre che iniziavano praticamente a girare bozze, e quello che (indipendentemente se sia giusto o meno) ne è uscito fuori, non è poi così diverso dal E+ o dal PSC.

    concordo con te sulla necessità per il PD di riconciliare discorsi dentro/fuori dal parlamento (forse non concordiamo troppo su quale far prevalere). é comunque il PD e tutti i partiti da noi eletti (e in egual modo in tutti gli stati europei) che IN RAPPRESENTANZA del POPOLO voteranno l’applicazione del FISCAL COMPACT. è la democrazia rappresentativa gli dà il diritto di “trasformare in legge costituzionale il principio conservatore del pareggio di bilancio”.

  2. Michele Ballerin

    Caro Alessandro, nel tuo commento hai schierato una serie così formidabile di obiezioni al mio articolo che ti meriteresti una risposta di molte pagine… Provo invece a risponderti in due punti striminziti su quelle che mi sembrano le obiezioni più rilevanti:
    1) Sul senso che io do alla parola “liberismo” mi sono appena un po’ più pedantescamente dilungato due articoli fa. Qui è sinonimo della smaccata fiducia nelle capacità di autoregolazione del mercato che parecchi economisti insistono a nutrire. È la concezione in base alla quale nelle fasi negative del ciclo economico interventi massicci dei poteri pubblici sul processo economico siano poco raccomandabili e anzi decisamente sconsigliabili, perché potrebbero portare più danno che aiuto; in coerenza con questa idea, si ritiene che il ruolo dei governi sia quello di tenere in ordine i conti in attesa che il ciclo si compia e l’economia gradualmente si riprenda – da sé. È l’approccio conservatore alle crisi economiche. Il fatto che la politica tedesca si focalizzi esclusivamente sulla disciplina di bilancio trascurando e anzi osteggiando ogni seria proposta a favore dello sviluppo (bond europei, incremento del bilancio e fiscalità federale ecc.) ci autorizza, a mio parere, ad applicarle l’etichetta “liberista” e a metterla nello scaffale delle politiche conservatrici: perché appunto presuppone che il mercato sappia trovare da sé la via della ripresa e della crescita, dopo qualche anno di quaresima. Hai (notoriamente) ragione sul welfare tedesco: questo dimostra che si può essere anche portatori sani di liberismo, e il fatto che la Germania si ostini a negare ai cittadini italiani, greci ecc. quello che ritiene buono e giusto dare ai propri non fa che rendere ancora più irritante il suo atteggiamento.
    2) Il secondo punto è quello più centrale, su cui soprattutto verte il mio articolo, ed è il deficit di democrazia (secondo me clamoroso) che si riscontra nella procedura che ha portato al nuovo trattato a 25. Non c’è bisogno di essere roussoiani per pensare che una riforma di una simile portata per il futuro economico e sociale dell’UE necessiti di una dose di rappresentanza più massiccia dei negoziati a porte chiuse di un pugno di governi (alcuni tecnici, cioè nominati e non eletti sulla base di un programma). Se questa distanza fra il comune cittadino e la divinità che scolpisce le tavole della legge (e pianifica un diluvio) non ti dà nessun prurito, scusami, ma devo pensare che hai la pelle un po’ troppo spessa. Tu studi da economista, Alessandro, e perciò devi senz’altro avere un’idea dell’impatto sociale che la politica del pareggio di bilancio avrà nei paesi indebitati: perché la Grecia dimostra quello che Daniel Gros si compiace di negare. E quello a cui allude il mio articolo (con sincera preoccupazione) è che ogni Grecia ha pronti i suoi colonnelli: chi decide per noi dovrebbe sapere che è questo il fuoco con cui sta giochicchiando.

  3. Augusto Albeghi

    A tutte le formidabili contraddizioni e logiche obiezioni esposte nell’articolo, occorre aggiungere la più stridente di tutte.

    Mentre i governi seguono come Lemming la Germania verso l’abisso delle politiche restrittive pro-cicliche, chiedono però anche una attenzione alla crescita ed allo sviluppo. Firmano il fiscal compact ma poi chiedono maglie più larghe e margini di manovra in momenti di grave crisi. Sono le parole del nostro governo all’indomani dell’accordo.

    Il sorriso è amaro, nel constatare che, se nei momenti di grave crisi occorre disapplicare il trattato, allora perché il trattato stesso dovrebbe aiutarci a risolvere la crisi?

    Incredulo, mi tocca constatare che i governi ben sanno che, per uscire dalla crisi, occorrerebbe una politica monetaria espansiva ed una massiccia serie di interventi di tipo keynesiano. Lo sanno, ma ipocritamente fingono di non saperlo. Ormai non c’è più nessun liberale/liberista ragionevole che creda davvero alle proprie posizioni (e Oscar Giannino, citato più sopra, è il primo). Sanno di essere in errore ma le difendono e le propongono egualmente, e così i governi.

    Perché si può guadagnare molto di più facendo il liberista che il progressista, perché bisognerebbe essere degli uomini di cultura troppo buoni per ammettere di avere sbagliato.

    Ma forse, sono io che sono solo un economy-junkie, e mi sto inventando tutto.

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