di Lorenzo Gasparrini.
Charles: Read the cable.
Bernstein: “Girls delightful in Cuba. Stop. Could send you prose poems about scenery, but don’t feel right spending your money. Stop. There is no war in Cuba, signed Wheeler.” Any answer?
Charles: Yes. “Dear Wheeler: you provide the prose poems. I’ll provide the war.”
Due settimane fa sono tornato, spinto da una sorta di curiosità professionale, a vedere il programma di approfondimento politico di Santoro, in questa edizione intitolato “Servizio pubblico”. E’ passato quasi un anno da quando ho detto la mia su “Annozero”, e Santoro ha cambiato molto: è passato dallo spaghetti western alla cronaca sportiva. Il set è adesso una serie di tribune con la struttura in tubi di ferro a vista, simili quelle costruite per eventi occasionali in spazi non attrezzati; ma non è un concerto, perché al centro della sala buia – questo è rimasto dei precedenti allestimenti – un palcoscenico nero e piatto ospita poche sedie, di solito due (classiche Thonet in legno, modeste e conosciutissime), illuminate con forza da un unico faro. Sullo sfondo delle gru ci suggeriscono un ambiente di lavoro, in costruzione, “operaio” (!), ma quello che viene rappresentato al centro è evidentemente un ring. Arbitro degli incontri, naturalmente, Michele Santoro.
Ospiti di giovedì 26 Gennaio 2012: Roberto Castelli, Enrico Letta, Maurizio Zamparini. Un triangolare? Non è chiaro: i due politici sono assisi sulle sedie nel nulla del palcoscenico, Zamparini è con Travaglio in una specie di gabbia laterale. Una metafora? Staremo a vedere.
Si parte, in studio, con l’opinione di Enrico Letta sugli ultimi disordini “dei forconi”, e lui argomenta con l’abilità tipica degli alti vertici PD; riesce a dire con circa mille parole quello che chiunque non riuscirebbe a dire in più di duecento. Si finisce col capire che è strano che ci siano queste manifestazioni dopo che l’esecutivo ha preso alcuni provvedimenti migliorativi della situazione fiscale e debitoria di quelle stesse categorie in strada a lottare. Categorie però per le quali c’è anche un problema di rappresentazione sindacale della loro base. Base che è molto in subbuglio per via di grossi problemi che l’esecutivo non riesce a comprendere, come la concorrenza sleale con altri “autotrasportatori dell’Est”. Quindi è tutto molto complesso – grazie Letta, illuminante come al solito – mentre Santoro regge a tutte le digressioni senza fare una piega, come se avesse compreso tutto chiaramente, beato lui.
La palla passa a Castelli che se la prende con “un gruppo di tecnocrati, tra cui c’è dentro lo stesso professor Monti, che decidono due cose che ci stanno uccidendo”: la globalizzazione e l’euro. E via così. Una cosa va riconosciuta alla Lega: tra divulgazione e banalizzazione non si sono fatti problemi, scegliendo la terza via delle schiette stronzate. Indubbiamente fanno risparmiare tempo e cervello; poi, come e dove queste siano corrispondenti alla realtà, per loro è una questione da comunisti, evidentemente. Tanto nessuno, anche da Santoro, si prende la briga di farglielo notare.
Quindi parla Zamparini invitato in qualità di fondatore del “Movimento per la gente” – dai tempi dell’ “Uomo qualunque” non si sentiva un nome così eloquente – e in quanto tale si erge a difensore dei vessati da Equitalia e inquisitore dei politici in genere che “non hanno fatto niente per lo sviluppo del paese”. Equitalia, “macchina robotica senza cuore”, è una diabolica invenzione dei politici (Zamparini indica col dito i due che ha davanti, con evidente schifo bipartisan). Dopo questa e altre amenità, tipo Monti che prosegue la politica economica di Tremonti, o il fatto che nessuno ci ha protetto dalla globalizzazione (o bisognerà dire la Globalizzazione, dandole un nome proprio di donna come per gli uragani, visto che pare unanime il consenso sulla sua mostruosa personificazione della cattiveria insensata, come il Babau e l’Uomo Nero?), arriviamo ai vertici: “i nostri posti di lavoro erano protetti dalle dogane” , “se tu crei servizi crei solo carta moneta” . Anche in questo caso, tutto passa per buono senza un minimo di replica da parte di chicchessia.
Santoro ferma qui il deliquio e lancia un servizio. Niente spiegazioni, niente commenti. Quando si ritorna in studio, l’amabile Castelli risponde a Zamparini che la Lega sulla globalizzazione è come Cassandra – evitando però di ricordare che la disgraziata, condannata da Apollo a non essere mai creduta perché resistette alla sua volontà di stuprarla, non fu mai eletta al governo di niente – e poi ricorda che anche i non politici (cioè Monti) hanno aumentato le tasse. Begli argomenti difensivi, non c’è che dire. Letta invece ci mette il solito inutile enorme quantitativo di parole per riportare la questione Equitalia a quella della lotta all’evasione, facendo capire che dovremmo distinguere tra l’evasore fiscale e il cittadino che sbaglia o che non ce la fa a pagare. Ma perché, ufficialmente Equitalia fa così? Non si sa; pazienza.
Tra servizi e collegamenti con l’esterno, il discorso in studio si fa sempre più semplificato: tutti contro Castelli. Il match è subito molto caldo, lui sta al gioco provocando il pubblico del quale lamenta la faziosità, e finalmente dopo un’ora e passa di trasmissione si capisce il motivo per cui sia lì. Adesso che il suo partito è all’opposizione (ma ha senso l’opposizione a un governo tecnico? Ma loro sono la Lega, non stanno mica lì a sottilizzare) e che non ha più incarichi governativi, lui viene comunque chiamato a discettare di questioni economiche, cavalcando l’unico argomento che da sempre innerva le sue analisi politiche, declinato in vari modi: i fatti non stanno così, la verità è un’altra, il problema è un altro, lei è un ignorante. Castelli da sempre (YouTube è pieno di suoi interventi lunghi o brevi) argomenta in questo modo, supponente e sfacciato quanto basta per essere apprezzato in televisione. Infatti è uno degli ospiti preferiti da Santoro, il quale lo mette a confronto con la piazza per far partire l’incontro. Che s’infiamma subito, e vede presto il nostro apostrofato da un operaio sardo con un clamoroso “Castelli non rompere i coglioni a me!” che lo fa decidere per una interruzione tecnica. Cioè Castelli si alza, saluta Santoro e Letta (non Zamparini, forse non lo ritiene degno di stringergli la mano), e se ne va.
Da qui si vede una cosa molto semplice: la ‘dignità’ di un politico di professione può essere tutelata anche da lui stesso, che si può sottrarre al dibattito nel quale si è appena beccato uno sfogo in riposta alla sua consueta tattica retorica: “stavo parlando delle aziende lombarde” è stato il suo ultimo tentativo elocutorio. Insulto partito da un non pari grado, evidentemente, il quale non viene neanche rispettato come antagonista minimo e viene lasciato solo, indegno finanche del disprezzo di Castelli, che opta per una tronfia uscita di scena. Invece la piazza e i suoi protagonisti di una sera, grati per il quarto d’ora di celebrità, non possono andarsene e devono restare lì al freddo degli esterni a sorbirsi chiunque straparli in studio. Questo sarebbe il confronto politico, l’approfondimento? Quando poi quella piazza esterna le sue sensazioni con un commento certamente poco politico ancorché corretto nella sostanza argomentativa (che Castelli sia un irritante e fastidioso interlocutore è proprio il motivo per cui lo si ritrova costantemente da Santoro), scopriamo qualcosa che era noto da sempre: il politico, alla fine, può sottrarsi quando vuole. Se questo è il modo in cui Santoro pensa di colpire “la casta”, personalmente credo sia del tutto inefficace e controproducente: quello che io ho visto è, al contrario, la smaccata ratifica del suo potere retorico e mediatico.
Mezze scuse di Santoro, pubblicità, poi Travaglio distrugge Letta (Gianni, non Enrico). Che c’entrava col resto? Ah, sì, le liberalizzazioni mancate nel mercato delle frequenze televisive. Niente da dire sull’argomento e sui fatti esposti, ma a me è sembrato off topic; ma vaglielo a dire. Anche perché, ripensandoci, se inviti Zamparini a straparlare di economia in televisione, cosa mai potrà essere considerato off topic da quel momento in poi?
Finalmente, alle dieci passate, si alternano servizi, interviste o domande a protagonisti non istituzionali in studio che dicono qualcosa – i famosi “fatti”, probabilmente, del retorico Letta e dell’assente Castelli? – sul tema della serata, e per circa un’altra ora si riesce a comprendere qualche termine del problema in ballo; se non altro riguardo ‘che cosa sta succedendo’.
Passata questa ora, però, Santoro ridà la parola a Zamparini che ricomincia la solfa della “ggente”, e del fatto che servirebbero cose semplici (evidentemente il nostro imprenditore fumantino ignora alcune fondamentali leggi di Murphy) come “ritornare all’agricoltura e consumare italiano, fare le filiere corte, far lavorare la nostra gente”. Zamparini l’autarchico ci mancava, effettivamente. Il bello di questa seconda parte deve ancora venire, però: Letta prova a replicare di nuovo sulla questione della lotta all’evasione e dell’economia in nero, e Zamparini risponde urlando come se si fosse già visto le Fiamme Gialle bussare alla porta di casa. Dito puntato su Letta, rimasto l’unico sulla Thonet, che si becca anche l’invettiva del rappresentante dei pescatori, il quale lo invita polemicamente a far fruttare la sua azienda malgrado tutte le leggi esistenti, “la deve fare fruttare, e poi vediamo!”. Santoro lancia un servizio, togliendoci il piacere di vedere ancora il flemmatico Enrico alle prese con l’autarchico imprenditore ‘della ggente’, oppure di immaginarcelo impermeabile e guanti gommati sul ponte di un grigio peschereccio, a destreggiarsi tra tonni, mazzancolle e fragolini. Peccato.
Dopo un servizio sulla recente esibizione in massa di virilità leghista, esercitata anche sul malcapitato giornalista etichettato come comunista e “di Rai Tre” (evidentemente qualifiche equipollenti), arriva il parere di Gianni Dragoni. Interessante e documentato, ma è passata mezzanotte, Santoro. E’ passata mezzanotte, e Dragoni parlerà per poco più di quattro minuti. Non potevamo fare a meno di qualche match di contorno, tipo “Castelli contro tutti” o “Zamparini VS Letta”? Forse sì. E mettere Dragoni a confronto con qualcuno? No, piuttosto diciamogli di sbrigarsi che è tardi.
Inevitabile, anche in questa edizione, il Vauro finale. Geniale e illuminante, a volte, nel rapido istante della vignetta; decisamente pesante e stiracchiato quando le vignette sono mostrate di seguito e sono una ventina. C’è ben più di una caduta di tono, com’è inevitabile distorcendo un mezzo di critica e di sintesi, com’è la satira, per usarlo ad altri scopi. Ma dove s’è mai visto un vignettista satirico seriale, per più di cinque minuti consecutivi in televisione? Da Santoro. E vabbè.
Forse sono capitato male, in una puntata particolamente infelice, ma non mi pare che dallo scorso anno la situazione sia molto migliorata. Santoro continua a mescolare gli ingredienti dell’infotainment, ma la sua miscela non funziona: gli elementi sono del tutto separati, stridono l’uno contro l’altro e lasciano solo desiderare che uno dei due sparisca – e certo non è l’information. Credo proprio che si potrebbe fare tranquillamente a meno di un’ora e mezza (su quasi tre!) di entertainment fatto da politici usati come zimbelli e da zimbelli usati come leader politici.
Torno a vederlo il giovedì successivo, 2 Febbraio. Stavolta ci sono sulle sedie nel buio Susanna Camusso e Michele Tiraboschi, che parlano tranquilli e pacati ignorandosi l’un l’altro, anche perché non è che dicano nulla l’uno contro l’altro. Per la Camusso il precariato è la causa della crisi e non il risultato; per Tiraboschi il cambiamento del mercato del lavoro avviato già con Biagi e Treu non è stato adeguatamente supportato, e adesso abbiamo un mercato distorto e distinto in due realtà ben diverse: i lavoratori tutelati e gli altri. Non che pretendessi le didascalie, sia chiaro, ma non poevano parlare tra loro in pubblico? No, non lo faranno né adesso né nelle successive ore di trasmissione.
Interventi dalla piazza e in studio, poi Travaglio distrugge Martone – diciamocelo, anche a Travaglio piace vincere facile – quindi parte un servizio sul personale di un centro commerciale dove c’è un po’ di tutto: sfruttamento, evasione fiscale, molestie sessuali sul lavoro; si torna in studio. Inutile dire che dopo quel servizio avrei voluto vedere la Camusso distruggere la scenografia a capocciate e, urlando, indire seduta stante l’occupazione coatta di quel centro commerciale fino a che non fossero saltati fuori nomi e cognomi: ma si sa, io non so niente né di politica né di comunicazione, e continuo a immaginarmi i sindacalisti come gente parecchio disposta a inalberarsi di fronte ai diritti dei lavoratori palesemente calpestati.
Santoro invita a parlare Emanuele Ferragina, che stava appollaiato nella gabbia laterale insieme a Travaglio; lo ha visto, dice Santoro, nella trasmissione da Carelli (quindi viene presentato non come uno che è lì perché ha qualcosa da dire, ma perché è già “televisivo”: interessante. Interessante è anche che mentre la Camusso parla Ferragina fa la cosa meno televisiva di tutte: chino sul suo notes, scrive). Ferragina fa presente che di tassare i patrimoni ancora non se ne parla, e che forse lo sventolìo dell’articolo 18 al tavolo della trattativa governo-parti sociali è solo un mezzo per non farla proprio, la trattativa. A questo, continuando con lo stile della puntata, la Camusso risponde con tutt’altro.
Evidentemente, dopo quasi un’ora e mezza, stavolta Santoro ha rinunciato al pulp e punta al politically correct. C’è il collegamento sulla torre di Milano dove continua la protesta per la soppressione dei treni notturni. Qui la Camusso sembra voler partecipare – forse perché in diretta, mentre le disgraziate commesse sfruttate e quasi violentate erano registrate? – mentre Santoro invita i manifestanti ad essere meno rigidi, con annessa battutaccia sul freddo, e a volere prima di tutto un colloquio con Passera. Poi taglia il collegamento perché il tipo sulla torre stava parlando troppo – a insindacabile giudizio di Santoro, ovviamente. Più o meno lo stesso trattamento viene fatto all’ex dipendente Alitalia: denuncia cose gravi ma tutto finisce lì, come se invece che in studio fosse anche lui un pezzo registrato che, una volta finito di parlare, si può tranquillamente e immediatamente dimenticare.
C’è stata anche Maria Panourgia a far arrivare in studio notizie per lo più ignorate dai media, sulla Grecia e non solo. E, di nuovo, le notizie raccontate hanno il ruolo centrale che spetta loro di diritto; ma sulle Thonet, stasera, ci sono i personaggi giusti per commentarle? E poi, serve a qualcosa il continuo punzecchiamento di Santoro al PD – cominciato fin dall’inizio con la storia di Lusi? L’abbiamo capito Santoro, ce l’hai col PD – e non è che manchino i buoni motivi. Ma allora fai una puntata su questo e piantala di appiccicare a ogni discorso un intercalare sulle colpe del “maggior partito della sinistra”.
Per esempio: dopo il servizio e il discorso in studio dell’operaio FIAT, e in pochi minuti (forse secondi), Pietro Ichino in una breve intervista ricorda che Marchionne non ha chiesto nessuna revisione costituzionale ma solo una deroga a tre articoli del contratto nazionale; senza quelle, “l’investimento” sarebbe andato altrove. Dopo viene mandatoo un servizio dove sono testimoniate minacce personali a un operaio FIAT di Melfi da parte di un suo superiore in spregio di qualunque regolamento aziendale – e di qualche legge penale. Senza un collegamento esplicito tra le due cose, Santoro chiede il parere alla Camusso. Poi parla Tiraboschi. Santoro mette di nuovo in mezzo Ichino (che non c’è e che ha parlato per un minuto registrato) tanto per menare un’altra botta al PD, e alla fine della fiera, la Camusso ventila i fantasmi dello schiavismo e della dismissione della FIAT. Nessuna replica, nessuna risposta “sulla cosa”, si parla uno dietro l’altro ma non si accende mai una vera discussione. Che cosa si doveva capire da questi minuti di trasmissione? Che il PD permette ricatti e minacce mafiosi sui posti di lavoro? Che Marchionne è il vero successore di Riina? Che Ichino ha sdoganato il racket aziendale FIAT? Qualcuno gentilmente può spiegare queste cose messe insieme una dietro l’altra? No. Da Santoro nessuno spiega nulla. E’ tutto un trionfo della paratassi, alla faccia dell’ “approfondimento”.
La chiudo qui, la storia l’avete capita. Dopo il pugilato della settimana prima, stasera torneo di scacchi: ognuno fa la sua mossa senza clamori e polemiche, il pubblico che lo capisce segue il gioco, tanto nessuno lo spiega più di così. Poi arriva Vauro e tutti a ridere. Ridere si, ma de che? Io non l’ho capito. Continuo a non capire queste tre ore di tantissime cose slegate, alterne, attaccate una dietro l’altra senza un vero dibattito (o perché nei fatti non c’è o perché è solo uno strillarsi adosso), passate tra servizi ottimi, testimonianze importanti, e uno studio indifferente. Sì, indifferente: perché se nessuno costringe gli “ospiti” a rimanere sul pezzo, né li invita a ribattersi senza retorica gli argomenti, gli ospiti a cosa servono? A far vedere Santoro quant’è bello e quant’è bravo? Forse è questo l’ultimo e solo scopo del suo infotainment?
iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Ottimo articolo, complimenti!