Concorso scuola. Come evitare un fallimento

di Emanuele Contu.

"Old School" di PixelBrain

Ho già scritto che considero il concorso per insegnanti annunciato dal ministro Profumo un’idea molto rischiosa. Questo non perché contesti l’utilità o la validità dei concorsi in generale, ma perché ritengo che potrebbero non esserci le condizioni per portare a termine l’operazione in maniera corretta. Esiste, cioè, un rischio troppo alto di fare l’ennesima sanatoria, deprimendo ulteriormente la qualità dei nostri insegnanti senza abbassarne l’età media (oggi per gli insegnanti in ruolo attorno ai cinquant’anni). Si rischia cioè che l’andamento del concorso sconfessi le ragioni stesse (ringiovanimento e miglioramento qualitativo del corpo docente) per cui lo si vuole scongelare dopo tredici anni di ibernazione.

I motivi per cui temo non esistano le condizioni necessarie a portare a termine con successo l’operazione sono presto detti:

  • La cronica tendenza a non separare la questione occupazionale dal tema della selezione del corpo docente, a discapito della qualità di quest’ultimo.
  • La natura “a breve scadenza” dell’attuale governo, che ne espone i provvedimenti di medio-lungo termine a essere modificati in corso d’opera dal governo successivo.

Riguardo al primo punto, perché un concorso possa avere successo (cioè produrre un miglioramento nel sistema scuola) occorre dichiarare una volta per tutte che la scuola non è un’agenzia di collocamento e che gli anni di precariato non rappresentano né una garanzia delle capacità di un insegnante, né una fonte di diritti acquisiti. Certamente la massa di precari generati negli anni da scelte di politica scolastica perlomeno miopi, quando non colpevoli, non può essere abbandonata a se stessa: occorre però che non si individui la soluzione del problema nell’immissione in ruolo più o meno indiscriminata di chi avesse acquisito una certa anzianità di servizio, a prescindere dalle effettive capacità didattiche. La selezione dei docenti da immettere in ruolo deve invece essere basata unicamente su valutazioni di merito, relative alla preparazione e alla competenza del candidato. L’eventuale esperienza di insegnamento già accumulata non dovrà garantire vantaggi sugli altri candidati in termini di punteggio, ma soltanto in termini di esperienza acquisita e quindi di una maggiore competenza che potrà essere dimostrata nel corso delle prove concorsuali.

Riguardo al secondo punto, quello della “breve scadenza” dell’attuale governo, il timore legittimo è che un concorso ben impostato possa essere stravolto in corso d’opera dal successivo ministero. I tempi di svolgimento dei concorsi nella scuola non autorizzano grandi ottimismi: basti pensare al concorso per dirigenti, bandito oltre sei mesi fa e ancora molto lontano dalla conclusione (anche per la solita selva di ricorsi presentati da candidati più o meno legittimamente esclusi). La natura politica del prossimo governo, inoltre, lo esporrà maggiormente alle pressioni di sindacati o di gruppi più o meno organizzati intesi a utilizzare il concorso non come occasione per migliorare la scuola, ma come strumento per risolvere – sulla breve distanza – un certo numero di problemi occupazionali, garantendo nel contempo una dose di consenso a chi avrà garantito l’assunzione di alcune decine di migliaia di precari storici a spese della qualità della nostra scuola. Si riprodurrebbero così situazioni aberranti come la moltiplicazione di graduatorie parallele (le “fasce”), di code di aventi diritto e di lotte tra diverse tipologie di precari.

Le condizioni per il concorso

In ogni caso, visto che concorso deve essere, occorre definire quali siano le condizioni necessarie per portare a termine con successo l’operazione. Alcune proposte, anche in merito alla spinosa gestione delle immissioni in ruolo da concorso e da graduatoria a esaurimento, sono state avanzate da Marco Campione, responsabile scuola del PD lombardo. Anche Andrea Gavosto, in un intervento pubblicato sul Sole 24 Ore nel dicembre scorso, proponeva quattro condizioni a mio avviso condivisibili. Primo: prove che non verifichino solo la conoscenza della materia ma anche le competenze didattiche. Secondo: concorsi ogni due o tre anni per garantire “flussi regolari di ingresso nella scuola di giovani neolaureati preparati e motivati”. Terzo: nessun vantaggio per chi ha accumulato anzianità di servizio. Quarto: concorsi “secchi”, dove chi vince prende il posto, mentre gli altri non accedono a nessuna graduatoria. Gavosto arriva anche a proporre che chi partecipi al concorso e non lo vinca venga escluso dalle graduatorie a esaurimento già esistenti: un provvedimento pensato per ragioni del tutto condivisibili, ovvero puntare a “un definitivo abbandono del perverso sistema delle graduatorie” , ma a mio avviso troppo forte, dato che finirebbe per dissuadere molti dal partecipare al concorso.

Alle quattro condizioni indicate da Gavosto occorre aggiungerne almeno una quinta: che il concorso si faccia in tempi brevi e certi, mettendolo al riparo da successivi interventi di tipo sanatoriale. E creando così un solido precedente che possa essere utilizzato come modello per le successive procedure concorsuali.

Uno strumento per raggiungere questo risultato potrebbe essere il coinvolgimento responsabile delle Regioni, immaginando una procedura in cui – dopo una preselezione uniforme a livello nazionale e centrata sulla conoscenza delle discipline – la gestione del resto del concorso venga affidato a ciascuna regione con due vincoli ben precisi:

  • centrare le prove regionali non più sulle conoscenze disciplinari, già attestate dai titoli di studio e ulteriormente verificate nella prima fase del concorso, ma sulle competenze didattiche;
  • vincolare l’effettiva assegnazione dei posti al completamento del percorso concorsuale entro una certa data.

Qualora una regione non riuscisse a completare il concorso secondo le modalità e nei termini previsti, le cattedre rimarrebbero inassegnate. In questo modo, l’amministrazione regionale avrebbe tutto l’interesse a garantire il rispetto dei termini, assicurando al concorso la rapidità necessaria perché non perda la sua efficacia. Si riattiverebbe inoltre in maniera responsabile la partecipazione delle regioni al governo del sistema di istruzione (aspetto per ora rimasto in ombra nell’azione del ministro Profumo), andando finalmente nella direzione indicata dal Titolo V della Costituzione.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

3 Commenti

  1. Ottavio

    Io continuo a non capire se questo concorso verrebbe limitato agli abilitati, o aperto a tutti. Nel primo caso la verifica delle conoscenze sarebbe teoricamente (molto teoricamente, visti soprattutto i corsi abilitanti) non necessaria e il concorso dovrebbe limitarsi alla stesura di un’unità didattica (la seconda prova dell’esame di stato conclusivo delle SISS) e l’orale.
    Nel secondo, il concorso sarebbe COMPLETAMENTE ingestibile: in pieno boom economico, quello del 2000 ebbe un milione di iscritti; in un simile periodo di crisi, quanti possiamo aspettarcene: due, tre, quattro?

  2. Ottavio

    Anche per quanto riguarda la situazione occupazione dei precari, non sono così sicuro di essere d’accordo: prima la massa dei precari era data da chi non riusciva a passare il concorso (che bene o male era biennale) e occupava una cattedra vuota in attesa di una sanatoria; ora, a 12 anni da un concorso che sostanzialmente azzerò il numero di precari e a 12 anni dalla creazione delle SISS, i precari in realtà sono (con le eccezioni dei graziati dei corsi abilitanti, ecc. ecc. penosamente ecc.) insegnanti che non sono stati assunti a tempo indeterminato solo per mere esigenze di cassa del Ministero.

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