di Diego Sabatinelli
Il nostro Paese può dirsi ben al di sotto delle percentuali di suicidi raggiunti in altre parti del pianeta, e questo vale anche all’interno dell’U.E.. Siamo ben lontani dai record registrati nei paesi baltici, eppure il numero dei suicidi in Italia viene incrementato da vera e propria imbecillità politica e sociale.
L’emergenza carceri ne è una testimonianza talmente evidente, che per farne discutere i giornali e l’opinione pubblica, e sempre in modo inadeguato, è servita tutta la forza non-violenta radicale, soprattutto di Marco Pannella; altrimenti si sarebbe andati avanti così, nella banalità di una routine avviata ed inarrestabile.
L’Italia è la nazione europea in cui maggiore è lo scarto tra i suicidi nella popolazione libera e quelli che avvengono nella popolazione detenuta: in carcere i suicidi sono circa 9 volte più frequenti, mentre in Gran Bretagna sono 5 volte più frequenti, in Francia 3, in Germania e Belgio 2 e in Finlandia il tasso di suicidio è lo stesso dentro e fuori dalle carceri. Sono stati in 66 nel 2011 ad ammazzarsi in cella sui 67.174 detenuti nelle 206 carceri italiane, le quali potrebbero per legge ospitare solo 45.623 persone. Lo stesso numero di suicidi nel 2010, ed il trend è più o meno lo stesso dal 2000, quando furono 61. Nel 2012, al 6 febbraio, siamo già arrivati a 7 suicidi: il totale tra il 2000 ed il 2012 è di 699 suicidi. I numeri che danno le associazioni non corrispondono a quelli diffusi dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Il fatto è che per il D.A.P. un detenuto che si impicca in cella e non muore subito, ma durante il trasporto in ospedale, o alcuni giorni dopo il ricovero senza riprendere conoscenza, non rientra nelle statistiche dei suicidi ma in quelle dei tentati suicidi. Il contesto di questi freddi numeri lo dà Irene Testa, Segretaria dell’Associazione Radicale Il Detenuto Ignoto: “Sul fronte carceri, purtroppo, il 2012 si apre in maniera quanto mai tragica da Nord a Sud del Paese. Si registrano infatti nella sola notte di S. Silvestro, già due detenuti morti a Torino e a Bari (uno suicida, l’altro per “cause in corso d’accertamento”) e un tentato suicidio a Vigevano”.
Altro focolaio di suicidi prevedibili ed evitabili è quello prodotto dalla giustizia in campo civile. Nella giustizia familiare si creano costantemente occasioni per gesti disperati ed estremi. Con ormai patetica disinvoltura si prendono provvedimenti gravi e gravissimi, non si applicano leggi dello Stato o le si “interpretano”, si distrugge la vita delle persone e di intere famiglie colpendo gli affetti più cari: anni di galera possono piegare una persona fino alla morte; ma affetti e sentimenti colpevolmente distrutti spezzano una persona per sempre, fino alla morte. A tutto questo si aggiunge la sostanziale irresponsabilità di chi emette quei provvedimenti; e apriti cielo se “si rischia” di far approvare una norma che ripristini quanto deciso dai cittadini nel 1988 con un referendum, ovvero la responsabilità civile dei magistrati. Si grida allo scandalo, alla limitazione delle prerogative e dell’operato dei giudici, come se fosse limitato l’operato di tutti gli altri funzionari pubblici che devono rispondere in prima persona degli errori commessi. No, la norma non può passare, e se per sbaglio ciò è avvenuto alla Camera, al Senato non si può replicare e si deve porre rimedio: ma nessuno vuole porre rimedio a quelle sentenze o provvedimenti che stroncano la vita di un poveraccio qualsiasi finito per sbaglio nel tritacarne chiamato “giustizia”.
E’ sufficiente anche solo la lentezza della nostra giustizia per ammazzare letteralmente una persona, negli affari e quindi nella vita: e con la crisi solo un ritardo di pagamento può determinare la morte imprenditoriale, sociale e fisica di una persona. Da un lancio dell’Adnkronos: “La Commissione europea sull’efficienza della giustizia calcola che lo Stato italiano spende per la giustizia 70 euro per abitante, a fronte dei 58 della Francia dove, peraltro, la durata media di un processo civile e’ la metà. Non solo: le aziende straniere incassano i danni nel giro di 12 mesi, mentre quelle del Belpaese devono aspettare in media oltre 3 anni oppure accettare accordi al ribasso, mentre nel frattempo chiedono prestiti per sopravvivere”.
A quanto illustrato dovremmo aggiungere le norme proibizioniste criminali che nel nostro Paese aiutano le persone a sentirsi cittadini di serie B, e a volte anche di serie C: un altro modo per spingere la persona più debole ed indifesa verso il gesto estremo.
Sono tante le occasioni che concede la nostra Italia per rendere la vita difficile ed a volte impossibile da sopportare, e tutto è riconducibile ad un sistema che si autoalimenta e che basta a se stesso, impermeabile ad ogni novità ed a qualsiasi riforma. Compito che nei decenni si sono dati i radicali è stato anche questo, attraverso le battaglie di riforma difendere dal potere i più deboli, gli ultimi. E’ bene ricordarlo a tutti costantemente, perché chi aspira a cambiare le regole del gioco, a riformare il Paese e a difendere in questo modo la persona, e non lo zigote, si trova a rischiare esso stesso la propria esistenza, l’impossibilità di parlare e di farsi ascoltare.
Nel giro di tre anni al massimo il mondo radicale si gioca la propria esistenza in vita, che già ha il sapore del miracolo: elettoralmente parlando affronteremo elezioni nazionali, europee e regionali; senza dimenticare l’esistenza in vita di un organo di vera informazione: Radio Radicale.
E’ un compito immane da cui non dipende la nostra sola esistenza, e che non è così scontato giunga a buon fine.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





