Brain Tv e piazze nazionali

di Michele Mezza.

 

Grant Neufeld

“La relazione tra digitale e sociale tende ad essere caratterizzata da determinismo tecnologico o da indeterminatezza. Nel primo caso [riferendosi alle posizioni vicine a McLuhan] la tecnologia è una variabile indipendente che funziona come una specie di scatola nera che non viene presa in esame. Utilizzo il termine “embricature” per significare l’interazione non caratterizzata né da determinismo tecnologico né da indeterminatezza ..digitale e sociale possono modellarsi e condizionarsi a vicenda, rimanendo però ciascuno specifico e distinto… ciascuno ha effetto sull’altro senza però ibridarsi”

Il lancio delle nuove forme di connect Tv da parte di Apple e Google pone un problema serio ai sistemi televisivi nazionali: quale Tv nazione potrà resistere allo sgretolamento di ogni recinto? E quale politica potrà governare la transizione?

L’approccio politico al tema delle nuove forme della comunicazione risente di un imbarazzo ed un ibridazione di ruoli davvero singolare. Eccentricamente, proprio quando i nodi proposti dai nuovi processi multimediali si fanno squisitamente politici, i partiti sembrano ritrarsi, quasi nascondendosi dietro la cattiva coscienza delle intromissioni passate, quando la televisione era un apparato sostanzialmente unitario, definito, stabile e circoscrivibile.

Oggi le nuove forme di comunicazione audiovisiva, che transitano anche per i circuiti televisivi, sono per loro natura diversificate nei linguaggi, instabili, nelle tecnologie, indefinite nelle identità e gestioni, debordanti e pervasive nella diffusione.

Siamo ad un vero tornante strategico della riorganizzazione sociale, di cui i media sono forma e contenuto di assetti sociali, modalità produttive, relazioni antropologiche, paradigmi culturali.

In questo passaggio nascondere la propria insicurezza dietro tecnicismi in camice bianco o delegare agli ingegneri la lettura delle matrici sociali di processi tecnologici è il vero indicatore della crisi della politica.

Oggi che la tecnologia è una commodity, la politica deve intervenire con prepotenza e volontà a rivendicare la sua centralità, giocandosi prestigio e sicurezza nell’azzardo dir decifrare, analizzare, elaborare e decidere.

Decidere non certo nomi e ruoli di gestori e interpreti dei nuovi apparati, quanto valori, modalità, obbiettivi, modelli.

Le nuove forme di comunicazione audiovisiva, che semplificando vengono unificate sotto la dizione di Televisione ibrida, o televisione di convergenza, e che sarebbe forse più semplice e discriminante chiamare TV tutto web, si propongono come un nuovo ordinatore sociale, che riorganizza tempo e spazio dell’attività umana, coproducendo modelli, linguaggi ed emotività dei nuovi compositi tessuti sociali.

La politica è l’elemento di responsabilità trasparenza e garanzia , che può orientare questo immane processo, assicurando ad ognuno di noi una prospettiva di maggiore autonomia e autodeterminazione nell’uso di queste opportunità, riducendo i margini di condizionamenti e di subalternità che pure sono sottesi alle cosi dette “tecnologie di libertà”

Se davvero, come ci spiega Zygmunt Bauman, le nuove dinamiche digitali, che alimentano una spinta all’individualizzazione dei consumi e ad un’inedita ambizione di auto disvelamento di ognuno di noi nella relazione comunicativa, sono la conseguenza della scomposizione del vecchio ciclo fordista, allora è da una visione complessiva degli assetti sociali che dobbiamo partire per afferrare la reale natura dei nuovi processi.

Iniziando da una riflessione di valore proprio sul carattere individualistico che i nuovi comportamenti a rete inducono. Su questo dobbiamo comprometterci con un giudizio su cui fondare il nuovo approccio culturale al nuovo che avanza: buono o non buono? Non si tratta di mettere le braghe al mondo, quando di cominciare a confrontarci con contenuti e pensieri che stanno riorganizzando surrettiziamente il nostro bagaglio analitico,in assenza di proposte altrettanto forti ed organiche.

In questo contesto, diventa quanto mai funzionale una rilettura del concetto di sussidiarietà che ci viene dalla cultura cattolica. Infatti proprio una rielaborazione di questo concetto, filtrato dall’esperienza di socialità tipicamente italiana, dove le relazioni individuali allestiscono infinite piattaforme di cooperazione, sussistenza, supporto, lungo il percorso della nostra vita quotidiana. Una moderna sussidiarietà, che riequilibri il protagonismo delle istituzioni statali, assegnando a soggetti comunitari ruoli e funzioni di responsabilità e di coimprenditorialità nell’architettura della nuova società a rete, ci potrebbe aiutare nell’approccio a fenomeni che sembrano ingovernabili nella loro natura di iper individualismo e di pura competizione personale.

Tanto più in uno scenario dove, come vedremo, assistiamo ad una mutazione genetica della stessa meccanica comunicativa, dove, come lucidamente spiega Giovanni Gozzini nel suo ultimo libro La Mutazione Individualista, Editori Laterza, Bari 2011, ”ogni processo di fruizione dei mass media corrisponde ad una sorta di negoziato tra le strategie delle emittenti, i simboli e i contenuti dei programmi, i caratteri psicologici e sociali degli individui e dei gruppi che ne vengono raggiunti.

E’ questo il cuore del nuovo orizzonte televisivo: un costante negoziato, certo ineguale, ma sicuramente non più sproporzionato, fra ricevente e trasmettente, dove la tendenza vede il primo guadagnare inesorabilmente opportunità e motivazioni rispetto al secondo.

Nella dinamica di questo negoziato risiede lo spazio di una nuova governance della politica nella riorganizzazione di un nuovo patto fra governanti e governati, legittimità che ridia motivazione, interesse e legittimità all’intromissione di soggetti comunitari ed istituzionali.

Per completare lo scenario di fondo che ci accompagnerà nei nostri ragionamenti, e dare gambe solide alla nostra suggestione, sarà indispensabile, individuare soggetti innovativi che abbiamo interessi materiali e possano assumere, concretamente plausibili forme d’intervento attivo sulla scena.

In questo senso ritengo importante soffermarci a riflettere proprio sul ruolo degli enti locali, in particolare i comuni, che sempre più, stanno assumendo i linguaggi della comunicazione audiovisiva come strumenti di erogazione dei servizi al cittadino e di relazione con il territorio.

Se pensiamo, nel modello italiano della digitalizzazione interattiva, di concorrere a dare più forza negoziale al singolo utente, oltre che più capacità di governo dell’innovazione alle comunità e alle istituzioni, allora proprio i territori possono essere uno snodo strategico. Già negli anni ’60 questo accadde, con un protagonismo locale che colmò l’eccessiva distanza fra stato centrale e singoli cittadini, costruendo forme di partecipazione e identificazione nelle varie fasi del processo di governo e legificazione. Oggi quel protagonismo andrebbe ritrovato proprio nelle nuove forme di confronto fra i centri tecnologici multinazionali, le agenzie nazionali di diffusione dei linguaggi, e le ambizioni di cittadini e gruppi sociali all’autodeterminazione multimediale.

La negoziabilità delle opportunità digitali diventa la base di una sorta di costituzione sostanziale, dove diritti, valori e garanzie materiali vengono declinate nei nuovi alfabeti del networking.

Presupposto di questi alfabeti è la constatazione che oggi nel nuovo ambiente digitale l’interfaccia di ogni azione razionale, sia essa atto singolo di un cittadino, o proposito di un’istituzione, è il software, che media, formatta ed esprime ogni nostro pensiero. La televisione tutto web esaspera questa tendenza e spettacolarizza la relazione fra forma e contenuto, piattaforma e format, fruizione e applicazione, utente e algoritmo. Una relazione dove la politica, e più ancora la società, non può lasciare l’individuo solo in balia di una libertà asimmetrica, senza reali capacità di confronto e competizioni con la discrezionalità della potenza di calcolo dei grandi gruppi tecnologici. Dunque negoziare la tecnologia, a cominciare dall’autonomia dell’utente rispetto alla singola piattaforma e la neutralità della rete rispetto ai contenuti sono i due presupposti per una reale identificazione fra complessità digitale e libertà

Esempio reale:

Proviamo ad immaginare, concretamente, quale sia il comportamento base indotto dalle nuove opportunità di TV tutto web:

Grazie alla possibilità di crosmedialità che mi propone il mio nuovo televisore con accesso USB posso:

prendere da you Tube i tre minuti finali di Crozza all’ultimo Ballarò.

Combinarli con Facebook da cui scarico l’intervista di Che tempo che fa di Fazio a Mario Monti

Dal sito de il fatto.it si richiama l’intervista di Santoro che annuncia il suo prossimo canale on line

Da Reportime.corriere.it , iol canale web prodotto dal Corriere della sera con Milena Gabanelli, si scarica l’inchiesta sull’acqua pubblica.

Il tutto condito con un caleidoscopico collage di episodi di fiction, telefilm, concerti e calcio a profusione.

Ogni singola azione e contenuto qui citato è del tutto indifferente alla rete che ospita il format originario o l’editore che lo ha prodotto.

Siamo dinanzi ad un’identificazione fra l’offerta televisiva e la personalità di ogni singolo utente. Meglio ancora, parafrasando McLuhan si potrebbe dire che la nuova forma di flusso televisivo individualizzata sia una protesi del nostro cervello, che ci risponde a domande, desideri, necessità impulsi.

Una vera Brain Runner TV, dove il cervello è il palinsesto e il desiderio il telecomando. TV dei produttori.

Questa è la Tv ibrida. Che riecheggiando le vecchie suggestioni sugli androidi di Blade Runner, ricalca ed imita la sfera di ogni singola personalità del proprio utente del momento.

Ma sarebbe meglio dire, ed è questo credo che faccia la vera differenza sopratutto in sede politica, questo è il comportamento dello spettatore ibrido. Anzi di quella strana figura che qualcuno definisce lo spettautore.

Infatti il fenomeno della Tv ibrida, come in realtà l’intera storia digitale, non è identificabile con una tecnologia, quanto con un comportamento sociale. Sono gli spettatori, e insieme a loro, i produttori, che chiedono, sagomano, e infine realizzano una forma di comunicazione audiovisiva che assume il linguaggio della Tv, ma che adotta il contenuto e gli automatismi relazionali della rete.

Le definizioni si sprecano. La Tv ibrida è sinonimo di IPTV, che a sua volta era una variazione della Web Tv, che rendeva visibile la suggestione della netTv.

A rendere concreto e incombente il processo innovativo sono i dati ed i numeri.

Nei giorni scorsi proprio a Roma si è tenuto un importante incontro del network internazionale TED, si tratta di ricercatori e investitori a caccia di nuove soluzioni per la comunicazione a livello globale. In quella sede sono stati presentati i dati di una sofisticatissima ricerca sul caso Italia.

Il pubblico che in Italia ormai segue consuetudinariamente format televisivi direttamente sul web arriva a superare complessivamente il 12%. La percentuale sale fra i giovani al circa il 25%. Parliamo di spettatori che si cercano il proprio spettacolo televisivo su uno specifico sito. Se invece consideriamo quello che è ormai l’equivalente della TV generalista per la rete, ossia You Tube, i numeri si impennano: 22,7% dell’intero pubblico complessivo, il 47,6% fra i giovani 14-29 anni.

Questo è il backstage della TV ibrida. I dati che abbiamo citato ci rendono il contesto culturale emergente, che prevede che masse di individui sempre più considerino ordinario e normale cercarsi in un dato momento della giornata, in qualsiasi luogo si sia, un certo contenuto televisivo che “serve”, ossia che in quel momento è utile, o anche solo gradevole vedere.

Queste pratiche stanno modificando profondamente i contenuti, secondo una relazione di domanda-offerta che contamina l’intera rete.

Infatti se dalle procedure di visione ci spostiamo a considerare il campo dell’informazione, e in particolare le fonti di approvvigionamento delle notizie, e i format che le accreditano, allora notiamo un ulteriore fenomeno, quello che gli osservatori definiscono come il “ multitasking viewer”, la visione in contemporanea di diversi programmi che l’utente rende, questa è la chiave innovativa, complementari fra di essi. Infatti i dati ci dicono che per le informazioni i TG della Tv generalista rimangono apparentemente dominanti, con 80,9% di fruizione, che scende al 69,2 fra i giovani. Ma, andando a vedere più da vicino il modo in cui si forma questo dato dell’80%, scopriamo che la stragrande massa degli utenti integra ormai abitudinariamente al TG altre fonti, come motori di ricerca internet, siti web, facebook o Twitter. In maniera crescente questa integrazione avviene in simultanea, ossia mentre si vede il TG si chatta, si naviga, si consulta, si confronta, si commenta, si interviene.

Proprio questa pulsione, questa tendenza a diventare parte del flusso audiovisivo che si sta guardando, intervenendo, se non altro con manifestazioni di consenso o dissenso, il tasto I Like di facebook, o ancora il concetto +1 introdotto da Google+, rappresentano la matrice materiale che spinge la Tv a diventare relazione.

Sempre di più vale per il mondo televisivo quello che l’Harward Business Review, il tempio del capitalismo mondiale, scrisse a conclusione della sua inchiesta proprio sul modo di produrre nel mondo del 2009: per le nuove aziende i propri consumatori contano più che i propri azionisti.

La TV da tempo a cominciato a fare i conti con i propri spettatori. Dovremmo forse risalire a quella straordinaria bottega di format partecipativi che fu il Portobello di Enzo Tortora negli anni 80. Il caso italiano della televisione conobbe in quell’occasione una delle sue punte più alte.

Da allora è stato un crescendo, non sempre riconosciuto o percepito da chi la televisione produceva, amministrava , osservava.

L’irrompere sulla scena, negli ultimi anni, diciamo dal 2005, del web 2.0, di quello straordinario fenomeno sociale che ha dato spessore e identità ad una cultura della rete in tutto il pianeta, ha accelerato, intercettato, e deviato il processo di evoluzione della TV , spostando decisamente sul versante dell’User il baricentro qualitativo della neoTv.

Come sempre il Censis, forse il più acuto sensore che rimane a monitorare i processi sociali nel nostro paese, ha colto l’importanza di questi segnali, realizzando un importantissimo rapporto sul consumo dei media. Lì scopriamo CHE LA RETORICA DEL PAESE ARRETRATO, IMPACCIATO, TECNOLOGICAMENTE INIBITO NON HA BASI ALCUNA. Siamo un grande mercato beta testing per il digitale del mondo.

Per una larga fascia sociale, che ingloba i giovani 14/29 anni, i professional fino a 50, casalinghe metropolitane, figure dei servizi avanzati, ceti impiegatizi della pubblica amministrazione, corpose aree intellettuali e dell’insegnamento. Per questo popolo Google news vale già abbondantemente un TG televisivo e YouTube è già il database della giornata audiovisiva.

Contemporaneamente questo popolo di spettatori, che guarda, confronta , commenta e interloquisce, non sembra seguire le strategie marketing dei gruppi tecnologici. Non è certo un caso che l’IPad sfondi, ma la AppleTv no, che Google impera, ma la GoogleTv rimanga marginale.

Siamo dinanzi ad un fenomeno che dobbiamo leggere con attenzione. Perché da come riusciremo a decifrarlo potrebbe aprirsi un nuovo rinascimento per il sistema televisivo pubblico europeo.

Infatti l’ affiorare di pratiche estese di TV ibrida al momento non sembra costringerci nella scia subalterna di nuovi brand dominanti. La Tv della rete non sta coincidendo con il successo dei marchi della rete. Perché’?

Ad aiutarci a rispondere a questa domanda centrale è forse l’esperienza di Content ID, quella piattaforma di monitoraggio e di misurazione delle forme di Tv digitale che funziona ormai da 5 anni. Come è noto si tratta di un dispositivo connesso a YouTube che ci permette di scaricare contenuti televisivi diciamo main stream in collaborazione con le stesse catene televisive che li producono. In cambio l’utente permette al gruppo televisivo di studiarlo, di leggerne i comportamenti, di allearsi a lui. Infatti l’azienda televisiva, rispetto alla richiesta di fruire di un certo format on line può decidere di seguirne tutte le fasi di fruizione, di monetizzarne i proventi pubblicitari derivanti dallo streaming su Youtube, o di vietarne la diffusione. E’ un vero bancomat del nuovo utente digitale.

Da quei dati che si ricavano dall’esperienza di ContentID si comprende che al momento, in Italia, rimane fortissima la vocazione del pubblico, in particolare nelle fasce più digitalizzate, questa è il grande e promettente patrimonio, a condividere ogni fruizione individuale.

In sostanza la scelta di staccarsi dallo schermo generalista coincide con esigenze e bisogni incrementali del pubblico, per cui cambiano gli orari, cambiano i luoghi cambiano i ritmi e le modalità di consumo dei contenuti televisivi.

La rete diventa una sorta di lampada di Aladino che consente di biodegradare la rigidità del broadcasting, facendolo aderire ad ogni singolo bisogno individuale. Ma rimane centrale l’istanza sociale, la finalità di utilizzare l’esperienza televisiva per condividere emozioni, sentimenti, opinioni, proposte, sensazioni. La grande platea generalista sembra ricomporsi nella fase successiva alla fruizione, nella fase del commento, dell’ I Like.

Abbiamo già esempi di questa nuova dinamica , che porta a ritrovarsi su piazze virtuali cittadini che dopo aver seguito percorsi individuali vogliono esprimersi e confrontarsi, uscendo dall’atomizzazione e dalla separazione , anche confortevole, che la rete gli consente.

Pensiamo alle comunity che si formano a valle dei grandi format di fiction o dei reality. Lost, il grande serial americano, ha avuto un seguito straordinario, anche in Italia, su web, ma altrettanto straordinario è stata la lunga coda di commenti e di rielaborazioni che ogni personaggio di Lost ha provocato in rete per mano dei suoi spettatori. Lo stesso Annozero di Santoro, o le inchieste della Gabanelli, o Fabio Fazio e Benigni, hanno generato grappoli di comunity momentanee che hanno rielaborato, rilanciato, condiviso e reimpaginato i singoli format.

Si marcia separati ma si colpisce uniti , potremmo sintetizzare sull’onda di un noto slogan di altri tempi.

Questa mi sembra lo finestra attraverso la quale l’idea di servizio pubblico potrebbe ripresentarsi come attuale ed efficacie in Europa, sicuramente in Italia.

Diventare un’agenzia che ritraduce nei nuovi linguaggi, alla luce dei nuovi comportamenti individuali, l’idea di un riaccorpamento di platee complessive, dove ogni differenza diventa occasione, dove ogni particolarità diventa stimolo, ma dove pure si trovano opportunità per essere stupiti, sorpresi, pungolati da cose che non si potevano programmare nel proprio palinsesto personale. Il servizio pubblico deve leggere con grande attenzione il processo in corso.

A cominciare dalla richiesta di non essere reclusi in wall garden. Il servizio pubblico deve offrire proposte aperte, piattaforme interoperabili, contenuti di flussi standard, regimi non proprietari. Questo è il suo copyright esclusivo in un mercato che si parcellizza e si rinchiude in logiche da enclusure.

L’esempio del lancio di un canale di inchieste che il gruppo Report di Milena Gabanelli ha realizzato con il corriere della sera dimostra di come la realtà corra più degli esperti.. E’ questo un esempio chiaro di Tv ibrida all’italiana. E’ anche un monumento all’ennesima occasione persa da un servizio pubblico che non vede come il digitale non sia la semplice riproposizione del broadcasting sul web, ma che sia una nuova letteratura dei contenuti, dove declinare in maniera radicalmente diversa offerta e consumo. Dove la relazione fra produttore, utente e distributore si rinnova creativamente aprendo occasioni di offerta e non riducendo le opportunità di espressione.

Dico anche che la stessa inchiesta che vedremo sul canale Reportime, commentata, integrata, prolungata dall’intervento degli spettatori avrà forse l’unico neo negativo di rimanere recintata in un consesso da addetto ai lavori. Senza poter essere reinvestita dinanzi a pubblici occasionali o collaterali. Da qui deve ripartire l’idea di un servizio pubblico digitale che contamina e connette le diverse tribù di spettatori ambiziosi e attrezzati..

Ma non solo.

Nel nuovo mondo ogni contenuto, ogni ragionamento, ogni sollecitazione viene ormai mediata e formattata da un software. La piattaforma diventa un agente abilitante la stessa partecipazione alla dimensione sociale. Apple, Google, Microsoft si accalcano a proporre i propri sistemi proprietari. Io credo che questo sia il terreno primario per un ruolo protagonista, in chiave europea del servizio pubblico televisivo. Diventare un grande impresario di soluzioni, applicazioni , dispositivi inclusivi, dove la neutralità della rete sia valore primario, e il software sia patrimonio linguistico dell’intera cittadinanza. Dall’Eurovisione all’europiattaforma potremmo sintetizzare per dare smalto ad una tradizione che sembra ritrovare vigore proprio nella modernità.

E’ chiaro che al fine di questo tornante troveremo grandi novità: un profilo aziendale diverso, figure professionali inedite, formule e linguaggi non noti al momento. Ma, così come ci raccontava Tornatore nel suo Cinema Paradiso, si dovrà sempre rispondere ad una domanda di incontro in piazza, si dovrà essere presenti al momento in cui qualcuno vorrà accendere una luce su uno schermo collettivo.

NOTE
(1) Sassen, Una sociologia della globalizzazione, Torino, 2008, pag. 228

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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