di Cristiana Alicata.
Da qualche tempo condivido con molti democratici una sensazione di solitudine e di abbandono, come se fossimo dei senzatetto della politica.
Ieri guardavo l’Infedele di Gad Lerner e non mi riconoscevo certamente nella Gelmini che ripeteva a memoria la lezioncina su quanto dobbiamo essere grati agli industriali (versione Confindustriale del PDL), ma nemmeno con Fassina che mi sembra sempre di più spalmato sulle posizioni della FIOM, come se la FIOM rappresentasse tutti i lavoratori del Paese che stanno subendo licenziamenti, angherie, precariato.
La FIOM riveste un carattere simbolico delle lotte degli anni settanta, è il sindacato dei metalmeccanici, lo storico glorioso sindacato che ha difeso le fabbriche dalla lotta armata, dal fascismo. E chi lo nega?
Chi è che può negare le lotte operai del boom economico quando le aziende producevano a manetta ed era giusto, sacrosanto, distribuire diritti ed impedire lo sfruttamento umano nelle fabbriche? Chi nega quanto sia meraviglioso lo Statuto dei Lavoratori? Nessuno. Chi lo fa è un folle. Solo che compresi in quello Statuto sono rimasti in pochi, come se fosse qualcosa in via di estinzione non per cancellazione ma semplicemente per non utilizzo.
Oggi le aziende stentano, il mercato paesi industrializzati è saturo di molti prodotti (elettrodomestici, automobili, macchine industriali che servono per produrre altre macchine), non hanno (spesso) conquistato altri mercati, subiscono la concorrenza dei paesi orientali o comunque la concorrenza.
In questi ultimi 20 anni tantissime aziende piccole e medie hanno chiuso e/o terziarizzato ed hanno avuto un ruolo di vero e proprio accartocciamento economico del tessuto sociale dove si erano sviluppate dando lavoro e ricchezza e poi togliendo entrambi. Penso al tessile nel Nord-Est che spostandosi a produrre in Cina o nei paesi vicini, ha devastato quella che prima era una terra “diffusamente” ricca, nel senso che si lavorava tutti.
Da questa era che io definisco post-industriale (che aveva visto chiudere o terziarizzare tante piccole e medie imprese) nasceva nel 2008 il PD. Un partito che appariva consapevole che il cittadino-lavoratore non era monocromicamente definito come “l’operaio”, ma si andava frammentando i centinaia di categorie. Oggi l’operaio è il grafico a partita IVA che nessuno aiuta quando nessuno lo paga. Sono i camerieri che fanno turni massacranti sia come orario che come carico di lavoro e che non hanno definita sul contratto l’ergonomia di sforzo. Spesso non hanno nemmeno un contratto. Sono i migranti che trasportano cassette di frutta. L’esercito di giovani in nero. A meno di 1000€ al mese oggi ci sono montagne di giornalisti, di operatori culturali. Persino di ingegneri. Di avvocati che non hanno lo studio di papà. Per non parlare di chi fa stage gratuiti o con solo il rimborso spese. Questo non significa che la politica non debba più occuparsi degli operai, ma significa che occuparsi solo di loro significa tradire un pezzo di paese ed un’intera generazione e soprattutto lanciare un messaggio identitario come se sinistra fosse ancora e solo sinonimo di classe operaia e non piuttosto sinonimo di lavoratori, comprendendovi tutto il Paese onesto.
Ecco una domanda che il PD deve porsi: difendiamo una categoria o tutti i lavoratori onesti del Paese a prescindere dal loro censo, dal loro contratto, dal loro inquadramento? Un agente Enasarco a partita IVA vessato da un responsabile commerciale è un lavoratore da difendere?
Significa che mentre noi facciamo un mediatico braccio di ferro con la multinazionale nostrana (l’unica), stiamo ignorando cosa accade nel Paese intorno a noi. E soprattutto generiamo una confusione incolmabile.
Gli imprenditori sono imprenditori. Devono essere messi in condizione di fare impresa, di pagare le tasse giuste a cui deve seguire una burocrazia facile e servizi efficienti per aprire, vivere e chiudere. La politica, attraverso lo Stato, deve individuare gli strumenti di welfare più opportuni. Nel PD che avevamo pensato, al quale ho aderito, avevo intravisto ed amato questo.
Un liberismo accompagnato da un fortissimo welfare. Per cui l’operaio che perde il posto perché l’azienda chiude o si restringe, fuori dalla porta dell’azienda doveva trovare sistemi di reintegrazione. Deve trovarli. Deve trovare formazione e deve trovare altri settori che nel frattempo la politica ha fatto crescere, studiando il mercato insieme ad imprese e territori. Accanirsi contro le aziende in questo periodo di crisi oltre a danneggiarne l’immagine (e quindi a danneggiare i suoi lavoratori) significa mentire al Paese, abdicare al vero ruolo che la politica (di sinistra) dovrebbe avere: creare nuovo lavoro. Consentire di creare nuovo lavoro. Dove stiamo elaborando incentivazioni strategiche per la Green Economy che non siano solo sforzi più mediatici che sostanziali di singoli enti locali? Dove stiamo costruendo formazione professionale che non sia per tanta parte ricettacolo di finanziamenti europei? Dove stiamo indirizzando al meglio i nostri giovani verso un mix professionale che non tenga conto solo delle mode o della promessa di guadagno ma che incroci le capacità individuali con le esigenze del Paese? Dove stiamo investendo nel più grande patrimonio nazionale, la cultura? Dove nel settore turistico? Dove nel restauro invece che nel nuovo cemento? Chi sta pensando all’accessibilità sanitaria delle classi più deboli, alle condizioni degli ospedali, ai soldi spesi nella sanità privata in convenzione, alle liste di attesa?
Nella dinamica industriale la politica deve entrare (e qui è sempre mancata) per determinare impegni laddove ci sono aiuti. Impegni che possono essere la partecipazione agli utili anche degli operai, piuttosto che l’assorbimento di dividendi da parte dello Stato in caso di prestiti.
E questo sul lavoro. Ma il PD mi manca anche sulla questione dei diritti civili. La parola matrimonio gay sembra una bestemmia anche a chi si richiama all’Europa o agli USA per i temi sul lavoro e a chi si richiama al socialismo appare comunque qualcosa da sacrificare per non perdere consenso. Così, un partito come lo vorrei io: liberale in economia, socialista e laico nel welfare in sostanza non esiste. Vendola che dice che Veltroni* è di destra mi sembra uno fuori dalla storia oppure è la strategia di Vasto che io non colgo fino in fondo, ma che in sintesi sembra dire: eliminare dal PD chi non vuole rifare i DS e rifare i DS più SeL con l’appoggio esterno del confuso Di Pietro. E la famiglia continua ad essere come la FIOM, un simbolo che non tiene conto del passare del tempo. Qualcosa, badate bene, che non credo affatto vada destrutturato, ma semplicemente ampliato ed usato come termine inclusivo. Così come la difesa dei diritti dei lavoratori, ma dando priorità a chi è in condizioni peggiori che poi sono la maggioranza. E questo non sta accadendo.
(Veltroni ha tante colpe: essersi ficcato nell’alleanza con Fioroni che è quanto di più vicino all’UDC sul lavoro MA ANCHE (!) sui diritti e quindi si autodefinisce di destra solo per questioni di alleanze dedotte e non per natura. Infatti è innaturale quell’alleanza ed in realtà ha senso solo se guardata come guerra correntizia tutta interna e non certo politica. Veltroni, insomma, si è spostato a destra semplicemente perché, nel PD del 2012, è emarginato politicamente.)
Aggiungo per onore di verità che nel PD di Bersani si lavora moltissimo alla elaborazione, ma mediaticamente, oggi, sta passando che sul lavoro la pensiamo come la Fiom e sui diritti civili (quasi) come Benedetto XVI.
Dice un giovanissimo saggio in uno sfogo via mail: “…la crisi del PD parte proprio dal non aver saputo lavorare per trovare quelle idee di fondo e dall’aver delegato a una società civile ‘mascherata’ alcuni argomenti, credendo di avere poi bacini elettorali da ‘coccolare’ in vario modo al momento giusto. Insomma si è detto al mondo della società civile di far da sé (associazionismo gay, migranti, donne) e lo si è chiamato solo sotto elezioni e nel frattempo si pensava ad ‘amministrare’ (istituzioni e poltrone, anche nell’era Berlusconi) e non si è visto come le persone andavano sì, verso la società civile (associazionismo vario, movimenti più o meno istantanei, più o meno di protesta), ma poi non percorreva quel pezzo di strada in più che a sinistra tutti davano per scontato, ovvero quella dall’associazionismo ai partiti. Solo chi ambiva a una poltrona faceva questo percorso, millantando bacini di voti per avere una candidatura. Ora che si è capito che il meccanismo non è affatto scontato, i partiti vogliono tornare a occuparsi in prima persona dei temi, ma non sono preparati, non sono credibili, non sono disposti a essere coraggiosi. PD per Primo (e qui sempre la storia dei diritti LGBT insegna, ma anche le proposte sul lavoro).”
Non vorrei che dimenticassimo di parlare con il vero partito maggioritario del Paese. Quello degli astenuti. Che forse non saranno organizzati e quindi appetibili come sigla inglobabile, ma meritano lo stesso profondo rispetto politico. Vedo un partito spaccato in correnti, vedo relazioni tra quelle correnti e delle categorie che porta con se la distruzione del PD. Dobbiamo fare lo sforzo di sollevare la testa e ripensare alla nostra idea di Paese perché da questo discende cosa siamo veramente, quella famosa risposta che non abbiamo mai veramente dato: cosa è il PD?
iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Domanda: ma si può chiedere un modello di politiche sociali diverso da quello esistente oggi in Italia (e che non si traduca solo in tagli e carità) e appoggiare un governo che depotenzia il terzo settore, abolendo l’agenzia ad esso preposta?
Il PD è morto o poco ci manca. E Bersani con la sua segreteria ha molta colpa in questo, ma non è l’unico.
Ma non è forse che il progetto originario del Pd fosse troppo “avanti” e ambizioso per tutti noi (dirigenti in primis, ma anche militanti della base)? Il Pd di oggi è un partito involuto, lacerato da personalismi, scontri interni velenosi e autoreferenziali, dove sicuramente non è di casa la capacità di confrontarsi con serenità e costrutto.
Le strade sono due: o provare a rilanciare il progetto, o seppellirlo del tutto e ricostruire un partito di sinistra più “classico” con Sel. Ed è una scelta che non può essere rimandata ancora per molto.
Ma non è che il PD non è monopolio di chi l’ha fondato (e quindi non è costretto per dogma a mantenere il “progetto originario”), ma è aperto agli elettori, che a stragrande maggioranza ne hanno corretto la rotta votando a primarie aperte e vere nel 2009 e ricostruendolo dalle fondamenta?
L’elettorato doveva per forza mantenere lo status quo, pena il “tradimento del PD che abbiamo costruito”? Molto stalinista, come cosa, molto poco democratica.
Bertolt Brecht ironizzava così: “Il popolo ha dato torto al Comitato Centrale: quindi, sciogliamo il popolo.”