di Manuela Sammarco.
Don Giacomo Panizza è un migrante alla rovescia: è un prete nato a Brescia che da tanti anni vive e opera in Calabria. In quella terra ha fondato una realtà assai vivace, la Comunità Progetto sud che ha dato molte occasioni e servizi alla società calabrese. Ma ha dato anche fastidio alla ‘ndrangheta che spesso ha colpito le sue strutture, nel lametino. L’ultima volta il giorno di Natale. Anche se pochi ne hanno parlato. La bella storia di Don Panizza è stata già raccontata e resa nota da Saviano. Oggi concentriamo invece l’attenzione sul lavoro quotidiano della sua comunità e sulle sue considerazioni sul Sud. Una in particolare parla alla politica: la richiesta di normalità, di ordinarietà nel lavoro delle istituzioni; non interventi speciali o straordinari per combattere la criminalità: basterebbe il rispetto delle regole esistenti, nella sospensione delle quali vegeta la criminalità; poi innovazione. E sembra che non parli solo del meridione.
In due parole, il lavoro della comunità Progetto sud: le attività, gli interessi.
La Comunità Progetto Sud porta avanti diverse attività sociali con persone, famiglie e gruppi. Si tratta di interventi gratuiti “leggeri” di volontariato e di servizi convenzionati con gli enti pubblici. Due esempi per spiegarmi. Tra le varie attività di volontariato gestiamo un parco giochi in città, in cui vi giocano bambini e adolescenti di tutte le famiglie, anche di cosche rivali. Invece, sul versante dei servizi convenzionati gestiamo comunità di accoglienza (per tossicodipendenti, disabili, donne in difficoltà, minori stranieri non accompagnati, ndr), nelle quali impieghiamo operatori titolati, pur se aiutati dal volontariato. Vi sono anche altre iniziative, e per tutte dobbiamo fare attenzione all’aspetto economico, sociale e culturale. Contiamo su 150 persone assunte, su oltre 800 persone prese in carico, su una settantina di volontari e volontarie. Inoltre ci sono i giovani del servizio civile, quasi tutti calabresi. Vogliamo promuovere relazioni e società accoglienti attraverso iniziative sociali e culturali. Ci occupiamo anche di attività di mercato, tra cui la raccolta differenziata porta a porta e la gestione del parcheggio dell’ospedale civile di Lamezia Terme. Si tratta di convogliare mondi diversi o perfino ostili tra di loro, costruendo occasioni ed esperienze di dialogo, incontro e solidarietà.
Come nasce questa comunità?
Dall’esigenza che un gruppo di persone con disabilità calabresi avevano manifestato: cercavano un ricovero fuori regione perché essa è carente di posti e di servizi riabilitativi socio-sanitari. Chiedevano un ricovero altrove, anche lontano mille chilometri da casa. Ecco, con la Comunità di Capodarco di Fermo abbiamo trasportato quell’altrove qua, costruendo case e servizi socio-sanitari in Calabria. O proponendo esperienze di gruppo, creando occasioni per imparare a gestire insieme il tempo e le risorse a diposizione. Purtroppo il sistema della sanità calabrese non segue il ritmo di marcia nazionale: è arretrata nonostante siano stati fatti molti investimenti. E nonostante che numerosi medici calabresi siano molto competenti, l’organizzazione della macchina della salute viene spesso sottomessa alle logiche e agli interessi del potere dei partiti politici.
L’ultima intimidazione di matrice mafiosa che avete subito ha colpito una delle tre vostre strutture che si occupano degli stranieri. Che idea s’è fatto del rapporto tra immigrazione e criminalità organizzata in Calabria e al Sud?
Per quel che ho potuto vedere a Lamezia Terme, la ‘ndrangheta fa moltissimo da sola, non si serve organicamente di persone e gruppi stranieri. Quando avviene, pare siano operazioni criminali episodiche. I clan mafiosi ritengono che gli stranieri siano poco controllabili, ed è vero. In questa città dimorano circa duemila immigrati, ma non si azzardano a costituire autonomamente gruppi criminali. La ‘ndrangheta richiede sottomissione ai vari mondi economici locali ed è interessata ai grossi guadagni. In questa terra gli immigrati vengono silenziosamente sfruttati: per esempio raccolgono le arance lavorando molto e venendo pagati pochissimo. Essi si accontentano, o meglio si devono accontentare, anche perché i proprietari terrieri vengono a loro volta costretti a pagare poco per colpa dei bassi prezzi stabiliti dal sistema del mercato ortofrutticolo.
Le bombe che hanno colpito la comunità Progetto Sud a Natale non sembrano destinate agli immigrati. Non sembrano bombe razziste. Vanno verosimilmente lette nel quadro dei poteri del quartiere in cui operiamo. In un mese sono stati colpiti tanti negozi e ditte e famiglie, con bombe e sparatorie a tutte le ore, non solo noi. In un chilometro di strada vi sono stati una settantina di attentati e tre feriti da pallottole. Ma i mass media hanno dato risalto alla bomba messa a noi perché fa più notizia. Eppure il problema della città sono le intimidazioni ordinarie!
Cosa dobbiamo fare con questi mass media?
Ripensare lo stile. Forse i comunicatori potrebbero studiare meglio la società cosiddetta normale che le singole persone cosiddette diverse, e riconoscere che siamo tutti normali e tutti diversi.
Come far crescere la cultura dell’antimafia non solo in Calabria e in Sicilia ma anche in Lombardia e Lazio, per esempio, regioni in cui l’infiltrazione mafiosa cresce con dolorosa rapidità?
A mio avviso occorre parlare di mafie alla luce del sole. Non sottovalutandole né esagerandone i poteri, in modi diversi al Sud e al Nord. Il modo di contrastare la mafiosità al Sud non può funzionare in Lombardia. E viceversa. Lassù la criminalità organizzata aggredisce i capitali, qua anche la popolazione; là è interessata ai business, qua anche ai poteri sul territorio intero. Bisogna elaborare linguaggi chiari e diversi per realtà diverse.
La legge Rognoni-La Torre sui beni confiscati sembra una legge che funziona perché dà fastidio. Quali altri leggi secondo lei servirebbero per il Sud? Più in genere quali impegni chiederebbe alle istituzioni per contrastare la cultura mafiosa?
La cultura mafiosa va contrastata su più fronti perché essa è presente in più mondi, quali la politica, il lavoro, e le cosiddette zone grigie. In questi ambiti le istituzioni devono funzionare regolarmente, devono rispettare le leggi che le regolano, evitando favoritismi e rallentamenti burocratici insostenibili. Servono poche nuove leggi: il problema non sono tanto le leggi da scrivere, ma quelle esistenti da osservare. Nel loro mancato funzionamento prende piede la criminalità. Poi serve consentire l’innovazione dei metodi di contrasto. Sono noti, e a mio avviso efficaci, quelli suggeriti dal giudice Nicola Gratteri, come il semplificare le comunicazioni cogli indagati e gli avvocati eccetera, impiegando la posta elettronica e non più comunicazioni cartacee; oppure il fare leggi per potenziare l’intelligence; o anche precisando e limitando i margini di discrezionalità dei giudici nelle pene da comminare. Ecco, in prevalenza suggerirei di rispettare e far rispettare le leggi in gran parte già esistenti, che regolamentano la vita ordinaria, come ad esempio il regolamentare le file se si parla di ospedali, invece di rivolgersi all’amico medico; e così via.
In definitiva, la cultura mafiosa si potrà contrastare efficacemente solo quando istituzioni e società andremo meglio a braccetto contro il nemico comune della mala pianta della ’ndrangheta.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





